Berlinale 2017. Recensione: I AM NOT YOUR NEGRO di Raoul Peck. Back to James Baldwin (in un documentario che è il più serio rivale di Fuocoammare agli Oscar)

201710594_1I Am Not Your Negro, un film-documentario di Raoul Peck. Voce di Samuel L. Jackson. Panorama.
201710594_3Presentato a Panorama il documentario su James Badwin, intellettuale nero e omosessuale che tra anni Cinquanta e Ottanta scandagliò con uno sguardo originale e profetico la questione di tuttte le questioni d’America, quella della sua minoranza black. Raoul Peck, che alla Berlinale ha portato anche Il giovane Karl Marx, commenta un testo di Baldwin con immagini d’archivio, film di Holywood, pezzi di televisione. Ne esce un film insieme militante e fantasmagorico. Enorme successo di pubblico. Voto 7

Raoul Peck

Raoul Peck

Il regista haitiano di cosmopolite frequentazioni e cosmopolita formazione Raoul Peck ha portato a questa Berlinale due film, e per entrambi gli applausi son stati fragorosi. Una  onsacrazione, se mai ce ne fosse stato bisogno. Prima, tra gli speciali, s’è visto l giovane Karl Marx, poi, in Panorama, il suo già molto celebrato documentario I Am Not Your Negro, candidato all’Oscar e, con O.J. Simpson, il favorito (ricordo che nella cinquina dei nominati c’è anche Fuocoammare di Gianfranco Rosi). Figura eclettica, Peck, il quale, oltre che occuparsi di cinema, è stato anche per due anni (1995-97) ministro della cultura del suo paese con il ritorno alla democrazia del dopo-Duvalier.
Non credo che I Am Not Your Negro (un titolo che è anche un grido di guerra contro un lessico razzista) sia quel sensazionale lavoro cui la critica americana ha assegnato pressoché allèunanimità la massima valutazione (lo score su Metacritic è 97, quasi en plein, e gli ha dato 100 pure il Wall Street Journal). Certo è un film che ripropone con efficacia e forza, grazie a un progetto e a un concept originali oltre che a un gran lavoro di archivio, la questione di tutte le questioni americane, quella dei neri. Negroes, Niggers li chiamavano spregiativamente gli americani discendenti degli schiavi, oggi non si può e non si deve più, la N-word è diventata impronunciabile (e però lo strano è che a recuperarla siano i molti film black di questa stagione: in Moonligh nel ghetto di Miami i black si danno tra di loro del nigger, lo stesso mi par di ricordare succede in Hidden Figures, e non si capisce se si tratti di autoironia o di un segno di disprezzo e autodisprezzo).
Peck la questione la affronta andando a ritrovare una enorme figura della blackitudine americana, un pezzo importante dellaa cultura e letteratura dei neri, della loro storia, della loro coscienza, uno scrittore e polemista che dagli anni Ciinquanta fino ai primi Ottanta ha dominato la scena intellettuale quasi da star, e nei decenni successivi è stato pressoché rimosso. James Baldwin era autore di romanzi, ma anche drammaturgo, anche voce della comunità nera. Con una storia travagliata addosso, una famiglia complicata, e a rendergli la vita anche più difficile l’omosessualità. Omosessuale e nero, e il suo La stanza di Giovanni è considerato ancora uno dei libri fondativi della lgbt culture (come si vede, certe cose vennero trattate molto, molto prima di Moonlight). La sua vita la passò perlopiù all’estero, in Francia e per qualche tempo anche in Germania, esule volontario in un’Europa vagheggiata quale terrà di libertà, esistenziale e intellettuale (certo Parigi era meno prude ai tempi degli Stati Uniti).
Raoul Peck per questo film ha avuto la brillantissima idea di andare a recuperare le 30 pagine di quello che doveva essere l’ultimo grande libro di Baldwin, Remember This House, ma che non fu mai finito (ci furono anche battaglie legali tra gli eredi Baldwin e la casa editrice che, avendo versato conguo anticipo, rivoleva indietro i soldi), e che è un ripercorrere la propria vita per parlare dell’essere neri e di tre figure che per il riscatto dei black americani hanno dato, letteralmente, la vita. Medgar Evers, Malcolm X e Martin Luther King, il primo ucciso nel 1963, il secondo nel ’64, il terzo nel ’68. Uomini che Baldwin aveva conosciuto, incontrato, frequentato. Quelle trenta pagine Peck le fa leggere fuori campo a Samuel L. Jackson, accompagnandole e commentandolo con un diluvio di immagini assai pertinenti e accuratamente scelte. Non solo Remember This House, ci sono anche lettere di JB, e soprattutto i suoi interventi alla tv americana, e l’intervista con Nick Cavett è memorabile. Ci scorrono davanti le sequenze dei film di Hollywood che hanno formato Baldwin ragazzino, da una Joan Crawford danzante al John Wayne di Ombre rosse. Non tarderà a rendersi conto che, se al cinema si identifica con l’eroe americano Wayne, nella realtà come nero gli tocca una condizione simile a quella degli indiani degli western. Dedicherà tutta la sua vita a scrivere dei complessissimi intrecci tra la condizione dei neri e l’anima, l’identità americana. Con parecchio pessimismo sulla possibilità di risolvere una questione tanto bruciante. Il razzismo, l’esclusione, l’orrenda segregazione (e si vedono foto e video, sempre agghiaccianti, degli Stati del Sud con i posti sugli autobus e nei bar riservati ai neri), ma anche le fascinazioni reciproche, la condiscendenza del buon americano Wasp verso i black e il fascino esercitato sui black dalla cultura, dall’immaginario bianco. Il bianco e il nero, il bianco contro il nero, ma anche, e stavolta è il caso di dirlo, le infinite sfumature di grigio. A distinguere Baldwin da molti altri grandi nomi che hanno fatto la storia dell’emancipazione sono una sottigliezza non da politico, uno sguardo non da militante, capace di cogliere l’inespresso, il non immediatamente visibile, e una lingua, di cui il film ci riporta esempi eloquenti, ricca e complessa. Certo, I Am Not Your Negro, con la sua cavalcata attraverso decenni fondamentali – vediamo e rivediamo le immagini dell’era delle lotte per i diritti civili, fino ai ragazzi black uccisi negli ultimi anni dalla polizia o da privati cittadini – sembra un film-manifesto, dimostrativo, pedagogico, dii denuncia. Lo è. Ma il manicheismo, le semplificazioni. le concessioni al pensiero ovvio sono più apparenti che profonde. Baldwin, e con lui Peck che attraverso Baldwin parla, introduce nella molto affrontata questione nero-americana il desiderio, la sessualitò, l’ipnosi del consumismo, le molte luci e tentazioni della società spettacolo. Ne esce un film insieme duramente politico e fantasmagorico, che gioca sul piano della realtà come su quello dell’immaginario. Ed è un risultato notevole. Però a Peck quel montaggio alterato e sciagurato tra una sequenza di Doris Day in Amore ritorna!, naturalmente presa a simbolo (ancora!, povera Doris) dell’americanità più media e conformista e ottusa, e le foto di neri impiccati dopo un linciaggio, quello no, non lo si può perdonare. Viva Doris Day!

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