Berlinale 2017. Recensione del film vincitore, l’ungherese ON BODY AND SOUL

Testről és lélekről (On Body and Soul), un film di Ildikó Enyedi. Con Alexandra Borbély, Géza Morcsányi, Réka Tenki, Zoltán Schneider, Ervin Nagy. Ungheria. Competizione. Recensione scritta il 10 febbraio, dopo la proiezione stampa del film.
201712288_1Dall’Ungheria un bizzarro film che mescola psicanalisi, surrealismo, animalismo. Per raccontare di come un lui assai disilluso e segnato dalla vita e una lei nevrotica estrema, cadano innamorati. Un po’ troppo arty, qua e là pericoloamente tendente al kitsch, ma film diverso e non omologato. Alla proiezione stampa è piaciuto a molti, e moltissimo alle signore. Voto 6 e mezzo

La regista sul set

La regista sul set

Mi sa che ce lo ritroveremo presto film di culto da festival fighetto, di quelli che vengono messi in programma per alzare il tasso di severità di una rassegna e aureolarla di nobiltà. Certo non è un film qualunque, questo di una signora ungherese che, starà bene dirlo?, ha 62 anni e finora non è che si sia fatta molto conoscere fuori dal giro dei festival (se mi sbaglio correggetemi, grazie). C’è del buono e del pessimo, nel suo On Body and Soul (il titolo originale ungherese è bellissimo, ma impronunciabile). Con derive pericolosamente arty, psicanalismi selvaggi fuori tempo massimo, metafore azzardate, connessioni tra l’umano e l’animale che vorrebbero suggerire profondità ma son solo spicce. Un repertorio piuttosto greve che però – bisogna dire – mantiene nel trattamento di Ildikó Enyedi una sua leggerezza, una sua grazia. Perché alla fin fine tante escursioni nell’onirico e nel surreale e nell’inconscio individual-collettivo vanno a parare su una soria d’amore. Che difatti molto è piaciuta alle signore e anche ai signori della platea stampa (applausi calorosi alla fine). Siamo in un mattatoio, forse a Budapest (il mattatoio si porta molto ultimamente nel cinema altoautoriale quale metafora trasparentissima della crudeltà universale). Il manager, un signore sui 50 magnificamente segnato dalla vita e dalle pene d’amore dunque seducentissimo agli occhi del popolo femminile (non direi di quello gay, che vuole la trionfale perfezione fisica mica la ruga addolorata), si ritrova faccia a faccia con la giovane donna appena assunta per il controllo qualità. Ossessiva, rigorosa fino all’autopunizione, afflitta dalla sindrome del noli me tangere, terrorizzata da ogni contatto intimo. Una nevrotica di purissima marca freudiana (del resto siamo nella Mitteleuropa che fu un tempo tutta impero austroungarico). Lui ne è attratto, ma come stabilire un contatto con una che in mensa mangia da sola e se lo offri un caffè scappa? Ci penseranno i sogni. Nel senso che i due scopriranno di sognare lo stesso sogno, un cervo e una cerbiatta che scorrazzano in un paesaggio innevato. Cervo meets cerbiatta: nel sogno. La realtà invece pone parecchi ostacoli, ma è facile immaginare come andrà a finire. Bizzarro, con avanguardismi datatissimi da cinema antonioniano anni Sessanta e un’attrice che difatti monicavitteggia come nei film dell’alienazione del grande ferrarese. Strano, pencolante verso il kitsch, ma non privo di una sua nobiltà. Tra il cult e il guilty pleasure. Qui a Berlino gli entusiasti sono molti. Potrebbe entrare nel palmarès.

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