Recensione: JACKIE, un grande film di Pablo Larrain. Così la first lady costruì il mito Kennedy

Day12_33.CR2Jackie, un film di Pablo Larrain. Sceneggiatura di Noah Oppenheim. Con Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Greta Gerwig, Billy Crudrup, John Hurt, John Carroll Lynch, Beth Grant. Premiato a Venezia 2016 per la migliore sceneggiatura. Candidato a tre Oscar (migliore attrice protagonista, migliore colonna sonora, migliori costumi).

Jackie

L1000279.JPGJackie del cileno Pablo Larrain racconta i giorni dopo l’attentato di Dallas dal punto di vista della first-lady, reinventando il genere del biopic. Restituendoci una Jackie inesplorata, tesa alla costruzione del mito del marito, di se stessa, della famiglia, della presidenza Kennedy. Un film con dentro tutto il senso della storia come sangue e messinscena del cinema di Larrain. Come nel suo Post Mortem, come in No, solo che qui non siamo a Santiago ma sull’asse Dallas-Washington. Enorme Natalie Portman. Il film più importante di questo inizio 2017 insieme a Silence di Scorsese. Voto 8 e mezzo
27454-Jackie_2____William_Gray196309A quarant’anni (leva 1976) il cileno Pablo Larrain è oggi tra i meglio realizzatori di cinema in circolazione. Il che, per uno partito da una cinematografia periferica, alla fine del mondo per dirla con Francesco, non è mica risultato da poco. Regista in proprio, e che regista, ma anche, insieme al fratello produttore, promotore di molto del nuovo cinema cileno, ormai una potenza da festival. Sono anni che dico che Larrain è un grandissimo, purtroppo quasi sempre sottostimato ai festival e dalla critica istituzionale. A Cannes chissà perché non lo ammettono mai nella selezione ufficiale e deve cercare ospitalità e rifugio politico nella collaterale Quinzaine des Réalisateurs (lì ha presentato No e Neruda), a Berlino due edizioni fa gli han dato il gran premio della giuria per il magnifico El Club, ma si sarebbe meritato l’Orso d’oro assegnato invece a Taxi Teheran di Panahi. Per non parlare di quanto successe a Venezia nel 2010, dove con Post Mortem avrebbe meritato tutto e invece non ebbe niente, zero. Pensare che il presidente della giuria Quentin Tarantino leonizzò la ex fidanzata Sofia Coppola e diede ben due premi – due! – a uno dei film più laidi di Alex de la Iglesia. A Venezia è tornato lo scorso settembre, e, benché il suo Jackie fosse di gran lunga il film migliore in concorso, s’è visto portare via il Leone d’oro da Lav Diaz, incassando solo il premio per la migliore sceneggiatura.
E agli Oscar la solita storia: neanche hanno messo Jackie  nel listone dei candidati al migliore film, tra cui pure ci sono cose non sublimi come Barriere e Hell or High Water, per non parlare del mediocrissimo Lion. Solo 3 candidature a fronte delle 14 di La La Land, compresa qeulla sacrosanta a Natalie Portman come attrice protagonista, che se ci fosse giustizia a questo mondo e a Hollywood dovrebbe vincere senza neanche discutere, invece temo trionferà Emma Stone (le altre due candidature sono quella, scontata, per i migliori costumi e a Mica Levi per quel capolavoro che è la colonna sonora, dura e dissonante a intensificare la già cuperrima atmosfera impressa da Larrain).
Scusate la lunga intro, ma è per dire quanto Larrain sia stato e continui a essere sottostimato. Con Jackie non solo ha girato il suo primo film in inglese, ma si è misurato con un totem della storia americana del Novecento, Jackie Kennedy (e famiglia), rischiando moltissimo. Scommessa vinta. Finalmente un biopic che non è un biopic, semmai l’immaginazione di un possibile biopic, un film non si sa quanto fedele alla vera Jackie (e del resto poco ci importa), in ogni caso enormemente migliore di ogni prodotto e prodottaccio realizzato finora su di lei da cinema e tv. Basta con la Jackie icona di stile e di glamour (ma che vuol dire glamour?), basta con la figurina impeccabile ed elegante, con quei capelli sempre a posto e i modi coltivati, che si muove a lato della Storia e della tragedia. Qui viene portata al centro della scena o almeno della rappresentazione, in un film di struttura quasi cubista, dove ogni linearità narrativa è fratturata e ricomposta-riconnessa secondo associazioni psichiche e folgoranti cortocircuiti, tra flashback e flashforward, e ossessioni ricorrenti. Una Jackie raccontata prima e subito dopo Dallas, dopo lo sparo a John Kennedy, marito e presidente, e raccontata a pezzi che man mano si incastrano, anche se il disegno finale lascia ampie zone di inesplorato. Non è un dietro le quinte, non si svelano chissà quali segreti finora tenuti nascosti, questo film non è il frutto di un giornalismo investigativo talvolta inquinato dal voyeurismo. Il film di Larrain è se mai una assai libera interpretazione della Jackie moglie, madre, first lady e di come agì dopo l’attentato. La sceneggiatura di Noah Oppenheim parte dai fatti conosciuti per ricostruire a modo suo la Jackie che non ci è mai stata raccontata, e che non si è mai raccontata. Vien da chiedersi come mai Larrain ne sia rimasto affascinato, lui in conferenza stampa a Venezia ha ricordato la nonna che, laggiù in Cile, quando in tv vide Jackie al funerale la scambiò per una regina. Vedendoci benissimo e capendo tutto. Da sempre attirato dai tornanti della storia e anche dai suoi momenti bui, dopo una trilogia sull’era Allende-Pinochet (Tony Manero, Post Mortem, No) il regista cileno non deve aver fatto molta fatica ad appassionarsi a quanto successo a Dallas nel novembre 1963, e a quello che ne seguì. Jackie è Post Mortem, trasportato da Santiago all’asse Dallas-Washington. E Jackie osserva gli eventi come l’oscuro funzionario di Post Mortem assisteva al massacro ordinato da Pinochet e ai cadaveri riversati all’obitorio. Mentre su tutto incombe e aleggia quel senso di claustrofobia, di intrappolamento così larrainiano, con gli odori, i miasmi, la puzza della tragedia. La sua Jackie se ne va in giro per quasi tutto il film con il tailleur rosa di Chanel che indossava a Dallas zuppo di sangue, fors’anche intriso di materia cerebrale del marito, e ci vien mostrata più volte e da diversi punti di vista mentre in macchina cerca di tamponare con la mano la testa spaccata del presidente. E certo che a Venezia molti si son lamentati della mancanza di glamour. Che si voleva, la solita first lady impeccabile da glossy magazine? lo Chanel perfettamente ripulito? La differenza di questo film, e la sua statura, sta anche nello sporcare, letteralmente, l’icona, non per distruggerla, se mai per rinforzarla e rigenerarla. Jackie è talmente consapevole di sé e del proprio ruolo da trasmutare quello Chanel imbrattato in potente feticcio e potenziamento della propria leggenda. Quella che vediamo è sì la moglie sconvolta, ma è, soprattutto, una lucida stratega, una donna che durante la presidenza e ancora di più nei giorni cruciali del dopo Dallas persegue un suo progetto, trasformare Kennedy, lei stessa, la presidenza del marito, in mito. Quel mito pop che da allora non è mai scemato, che tutti, dai Clinton agli Obama, hanno cercato di replicare senza riuscirci. Non è una figura amabile, il film del resto non va a scoprire chissà quale lato umano per rendercela più gradevole. Si comincia difatti con un’intervista da lei rilasciata a Hyannisport una settimana dopo la morte di John. Dove è Jackie a condurre la partita, a essere in controllo, lei a decidere cosa il giornalista deve scrivere e quello che invece va omesso o cancellato. Jackie regista di se stessa e dello spettacolo di cui è stato co-protagonista alla Casa Bianca, e dopo. Come rivela la ricostruzione quasi filologica, in un nebbioso bianco e nero, della visita di una troupe televisiva alla Casa Bianca. Con protagonista, host, guida, presentatrice naturalmente lei, Jackie. Jackie che descrive come è stato cambiato l’arredamento, e come nella stanza di Lincoln siano stati ripristinati gli oggetti originari, perché vuol rendere quella casa la casa di tutti gli americani, e render loro conto di quanto e come e perché sia stato speso. Un genio della comunicazione ante litteram. Con Natalie Portman strabiliante nel restituire – qui e in tutto il film – fisiognomicamente l’originale, lo stesso body language, la postura, la voce, e quella bocca. Con la stessa forza, pur nel dolore e nello sconvolgimento, vediamo Jackie muoversi, agire dopo la morte del marito. Discute con tutti, con Bob Kennedy, con l’entourage della Casa Bianca, impone al riluttante successore Johnson, che la detesta e da cui probabilmente è detestata, un funerale-processione per le strade di Washington, con lei in gramaglie in testa al corteo, e lo impone a tutti i servizi di sicurezza, e ai leader stranieri che, come il generale De Gaulle, non avrebbero voluto esporsi a possibili attentati. E i figli cui dire la cosa, e il trasloco da organizzare subito, perché quando alla Casa Bianca arriva un altro devi sloggiare, e al più presto. Mentre lei si tortura e si chiede cosa avrebbe potuto fare di più là a Dallas, per salvare il marito. Si lanciano frecciate all’entourage democratico, si evoca la forza oscura della John Birch Society, si assiste in diretta tv alla morte di Lee Oswald.
Non c’è alcuna traccia di revisionismo  e critica alla presidenza Kennedy (Baia dei Porci, Vietnam), non si accenna mai ai tradimenti privati, alle molte storie di sesso e alle collusioni mafiose. A Larrain e Oppenheim evidentemente non interessa riconsiderare storiograficamente né John Kennedy né quel periodo (e va bene così), il loro focus restano Jackie e la costruzione da parte sua del mito Kennedy. Perché, ci viene suggerito, in fondo (anche) questo deve fare una moglie e una first lady, offrire alla storia l’immagine migliore e migliorata di se stessa e della propria famiglia. Anche al di là della verità. C’è un che di primitivo, di animale nella feroce forza di Jackie, nella sua determinazione, qualcosa di leonino, di tigresco, anche questo molto à la Larrain. Anche questo segno della radicale diversità del film. Larrain sbarca in America ma rimane se stesso, portandosi dietro il suo senso della Storia come tragedia ma anche come messinscena (esattamente come in No). Il film fa fatica a ritrovarsi nel finale, arranca lungo qualche minuto di troppo. Ma quando Jackie mette sul piatto la canzone del musical Camelot l’opera si è compiuta e ci è finalmente chiara. La corte di Artù si è reincarnata nella stagione kennediana alla Casa Bianca, il mito è costruito, la missione di Jackie compiuta. Da quel momento tutti crederanno al ritorno di Camelot e a lei come nuova Ginevra. (E basta questo finale per farci capire il bello e la potenza del musical più delle due ore e passa di La La Land).

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4 risposte a Recensione: JACKIE, un grande film di Pablo Larrain. Così la first lady costruì il mito Kennedy

  1. d. scrive:

    Film magnificamente denso e pieno di umanità. Gli ultimi tre periodi della sua recensione sono da scolpire nella pietra.

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  4. Anonimo scrive:

    Le nonne amate ispirano ottimi film…

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