Berlinale 2017. Recensione: INSYRIATED, il film vincitore di Panorama. Una famiglia intrappolata dalla guerra

Insyriated, un film di Philippe Van Leeuw. Von Hiam Abbas, Diamand Abou Abboud, Juliette Navis, Mohsen Abbas, Moustapha Al Kar. Panorama.
201714412_1Una famiglia intrappolata dalla guerra in una città siriana. Sembra cinema del reale, invece è un film di finzione assai costruito. Un “a porte chiuse” che oscilla tra noir, thriller e melodramma a tinte assai fosche. Molto amato dal pubblico berlinese, che l’ha votato come il miglior titolo della sezione Panorama. Film molto abile nel gratificare il pubblico politicamente sensibile e corretto. Voto 6 meno

il regista Philippe Van Leeuw

il regista Philippe Van Leeuw

I premi della sezione Panorama – la seconda dopo il concorso nel ranking della Berlinale (è l’equivalente di Un Certain Regard a Cannes e di Orizzonti a Venezia), e divisa in Spielfilm (film di finzione) e Dokumente (documentari) – non sono ufficiali, il festival non ne prevede. Sono invece assegnati dal pubblico cui, prima di ogni proiezione, viene consegnata una scheda dove esprimere preferenza e punteggio.
Diffido per esperienza dei premi delle giurie popolari (datemi pure dell’elitista, ma preferisco le giurie di esperti), che finiscono con il privilegiare prodotti mainstream, medi, accomodanti, senza punte, senza asperità, non disturbanti, penalizzando le cose più ardite e arrischiate, premi buoni tutt’al più per misurare l’indice di gradimento del pubblico e come indicatori del potenziale commerciale di un film, della sua presa sulle platee. Lo conferma proprio Panorama della Berlinale, dove negli anni scorsi sono stati premiati dagli spettatori (paganti e votanti) titoli che poi hanno funzionato bene dappertutto, come il belga Alabama Monroe di Felix Van Groeningen e il brasiliano È arrivata mia figlia! di Anna Muylaert. Quest’anno mi aspettavo che Call Me By Your Name di Luca Guadagnino, molto applaudito dai berlinesi (benché al solito poco amato dai critici italiani presenti) facesse il botto e vincesse Panorama, invece niente, non si è piazzato neanche al secondo e al terzo posto. Il più votato risultando invece Insyriated di Philippe Van Leeuw, seguito da Karera ga Honki de Amu toki wa (Close-Knit) del giapponese Naoko Ogigami – che non ho visto – e da 1945 dell’ungherese Ferenc Török (la mia recensione).
Meritava, Insyriated? Diciamo che è il film perfetto per il pubblico internazionale del cosiddetto cinema di qualità, ansioso di sentirsi partecipe dei drammi del mondo e solidale con chi ne è vittima. Io l’ho trovato un filo furbo, nel suo intercettare la tragedia di tutte le tragedie di oggi, il conflitto (civile? interetnico? religioso?) in Siria e farne l’innesco (il pretesto?) di un dramma da camera, anche a forti tinte. Un ‘a porte chiuse’ con famiglia e relativi ospiti intrappolati in un appartamento di una città siriana corrosa e davastata da bombardamenti e attacchi di fazioni opposte, forse Damasco, forse Aleppo, forse Homs (l’indeterminatezza geografica accentua l’esemplarità della vicenda e la sua universalità). Nel suo presentarsi come cronaca di vite travolte dalla guerra Insyriated, che al primo sguardo si direbbe un flm siriano o quantomeno arabo ed è invece una produzione a prevalenza belga con un regista altrettanto belga, mima i modi disadorni del cinema del reale, e del neorealismo classico e di quello di ultima generazione, mentre è assai costruito, quasi un’operazione  di teatro filmato, con una trama robusta e anche melodrammatica. Il massimo della finzione. Niente di male, se solo non si giocasse un po’ troppo nel farcelo apparire un quasi-documentario. Ma è stato anche questo chissà quanto voluto equivoco a sedurre il pubblico della Berlinale, dandogli l’illusione di penetrare dentro il conflitto.
Oggi, in una città siriana: edifici diroccati, un cortile devastato, e un cecchino nascosto da qualche parte che colpisce chi si muove all’aperto. Dentro a un palazzo che dà su quel cortile vediamo una famiglia, la madre, le figlie e i figli, il suocero, una giovane coppia ospite con bambino neonato, più la colf-governante, se ho ben capito venuta dall’India, o Sri Lanka, o Bangla-desh. Il marito, il capofamiglia, non c’è, sappiamo solo che dovrebbe rientrare più tardi, ma non capiamo da dove, né tantomeno se e come potrà farlo. È la madre-matriarca (la interpreta l’attrice araba più conosciuta in Europa, Hiam Abbas), a governare con risolutezza la piccola comunità, a tenerla unita, compatta, a inpedirne le spinte centrifughe e distruttive. Bisogna dosare l’acqua, l’energia elettrica, il cibo, bisogna sapersi organizzare e nascondere e difendere nel caso si profilasse l’arrivo di estranei indesiderati e potenzialmente pricolosi. Un universo claustrofobico, soffocato, che Oum (in arabo madre) Yazan cerca di rendere sopportabile. Tutto deve essere pulito, tutto dev’essere in ordine, tutto deve continuare in un’apparente normalità, è il suo modo di arginare e tenere oscuramente sotto controllo il caoso che sta là fuori e preme alla porta, doppiamente sprangata. A pochi minuti dall’inizio del film, e dunque non ditemi che faccio spoiler, il giovane uomo ospite con moglie e figlio neonato, e che ha già organizzato per l’jndomani la fuga dalla Siria della sua famiglia verso Beirut, mentre attraversa il fatale cortile viene colpito dal cecchino. Ad assistere hitchcockianamente alla scena dalla finestra è la colf Delhani. Cui Oum Yazan impone di mantenere il segreto: nessuno deve sapere, nemmeno la giovane moglie del ragazzo, altrimenti qualcuno scenderà in cortile a controllare e recuperare il corpo rischiando a sua volta di finire cecchinato. No, quanto successo deve restare segreto fino a notte, fino quando protetti dal buio si potrà uscire di casa. Ma se il ragazzo fosse ancora vivo? Se aspettare la notte per soccorrerlo significasse ucciderlo? Giusto sacrificarlo per non mettere in pericolo gli altri? La matriarca ne è convinta, Delhani no, ma niente può fare contro la volitiva padrona.
Quando il film si regge su questo dilemma morale funziona molto bene, e funziona anche nei suoi momenti di thriller calustrofobico, quando tre misteriosi uomini si presentano alla porta e tentano di entrare. Chi sono? Soccorritori, come dicono di essere, o killer? O ladri? O miliziani di una qualche fazione? Ci saranno momenti assai tesi, nei quali par di ripiombare in classici tipo Ore disperate con la famiglia ostaggio di uomini armati, con la differenza che là erano gangster e qui combattenti di una qualche causa, o sciacalli delle rovine della città.
Insyriated induce un qualche sospetto di uso del dramma siriano a fini di spettacolo, quando si accentua la parte melodrammatica, con perfino un tentato stupro. Philippe Van Leeuw fatica a tenere insieme i vari registri, le tonalità così diverse di un film sospeso tra denuncia, noir e family drama. E sospeso, anche, tra un fare cinema più classicamente europeo e certi eccessi fiammeggianti da tradizionale cinema arabo. Il personaggio della giovane moglie del ragazzo cecchinato porta con sé e immette in Insyriated, in contrapposizione alla rigidità ipercontrollata di Oum Yazan, un troppo di sentimento, di fremiti, tremiti e lacrime che viene dal glorioso cinema popolare egiziano o dalle novelas siriane prebelliche. Un turgore cui contribuisce l’interpretazione dell’attrice (credo libanese, ma anche il web è parco di notizie al riguardo) Diamand Abou Abboud. E a questo punto si rimpiange che il belga Van Leeuw non si sia sfrenato, non abbia mollato gli ormeggi modellando tutto il film secondo gli stili e i codici di quel cinema arabo. Ne sarebbe uscito un Insyriated forse con minore appeal sul pubblico europeo polticamente sensibile, ma di sicuro più interessante, azzardato, meno visto e meno ovvio. Così, il film si situa nel medio-decoroso, perfetto per suscitare qualche dibattito sui giornali benintenzionati intorno all’infinita guerra di Siria e a far sentire lo spettatore a posto con la sua coscienza di buon democratico.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, film e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Berlinale 2017. Recensione: INSYRIATED, il film vincitore di Panorama. Una famiglia intrappolata dalla guerra

  1. Pingback: Venezia 74. Recensione: THE INSULT. Dal Libano un film indispensabile che sconvolge certezze e cliché sul Medio Oriente | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi