Film stasera in tv: MARAVIGLIOSO BOCCACCIO dei fratelli Taviani (ven. 3 marzo 2017, tv in chiaro)

Maraviglioso Boccaccio, Rai Movie, ore 23,05. Venerdì 3 marzo 2017.
36294Maraviglioso Boccaccio, un film di Paolo e Vittorio Taviani. Con Riccardo Scamarcio, Vittoria Puccini, Kasia Smutniak, Lello Arena, Kim Rossi Stuart, Paola Cortellesi, Carolina Crescentini, Josafath Vagni, Jasmine Trinca, Michele Riondino, Fabrizio Falco.
MARAVIGLIOSO_BOCCACCIO_MicheleRiondino_KasiaSmutniak_foto_UmbertoMontiroli_0166Come no, cinema inattuale e fuori tempo massimo. Con qua e là attori incerti e parecchie goffaggini e comicità involontarie. E però Maraviglioso Boccaccio è coraggioso e perfino commovente nella sua ostinazione a un cinema colto, classico, elegante, denso di riferimenti alla tradizione figurativa italiana. Un cinema che non si fa più. Che non c’è più. Un Decameron stilizzato, di tableaux vivants raggelati all’interno di architetture toscane, lontano da quello plebeo, carnale, sottoproletario di Pasolini. Voto 6 e mezzo
boccNel cinema italiano è l’anno dei novellieri. Adesso questo Maraviglioso Boccaccio dei Taviani tratto ovviamente dal Decamerone, tra non molto il film di Matteo Garrone che contemporaneizza (in inglese, oltretutto) Il cunto de’ li cunti di Basile e dato tra le possibili presenze al prossimo Cannes. Bene, annotata la strana coincidenza (lascio ad altri rintracciarne l’eventuale recondito significato), passiamo a questo nuovo lavoro dei Taviani che, a ottant’anni e passa a testa, si sono tolti la bella soddisfazione di vincere nel 2012 la Berlinale con il sorprendente, e molto riuscito, Cesare deve morire. Probabilmente è anche grazie a quel risultato che hanno potuto mettere in cantiere un film come questo, produttivamente più ambizioso e impegnativo. Quando ho letto che lo stavano girando son rimasto abbastanza perplesso. Al di là della comune toscanità, tra Taviani e Boccaccio mi pareva ci fosse una distanza incolmabile, e mica dovuta solo ai sette secoli passati dall’uscita del Decamerone. Mi chiedevo come si sarebbe conciliato il cinema austero dei due fratelli con il vitalismo, l’ebbrezza pulsionale decameronica (e pure decamerotica). Vedendo adesso Maraviglioso Boccaccio mi rendo conto di come a influenzarmi fosse il ricordo del Decameron pasoliniano, così plebeo e mediterraneizzato, sottratto a ogni toscanità nel calare le novelle sotto il sole di una Campania apparentemente Felix e in realtà percorsa da ferini istinti e nel riscriverle in lingua napoletana. Soprattutto, nel privilegiare e enfatizzare oltre ogni misura il Boccaccio più sboccato e licenzioso, quello dei lazzi e della carnalità, delle beffe e del sesso tellurico e sovversivo. Ma questo Taviani-movie è sideralmente lontano da Pasolini, se non addirittura in opposizione, all’urlo lacerante della carne e alla carica plebea sostituisce la compostezza, il rigore formale e un bon ton che ingabbiano e depotenziano anche l’emersione dell’eros più scatenato. Restituendoci un Boccaccio come dilavato e ripulito, frigido anche nei rari momenti di trionfante corporalità. C’è tra le due operazioni, se non sbaglio, solo una novella in comune, quella della badessa e della monachella sorpresa con l’amante, per il resto l’impressione è che i Taviani abbiano voluto ritornare, non saprei quanto filologicamente, a Boccaccio e alla sua toscanità, e perfino fiorentinità, ripristinandone innanzitutto la lingua e ricollocando il racconto nella cornice paesaggistica originale. Recuperando anche i modi e gli ambienti di quella nascente borghesia dei mestieri – mercanti, bottegai, artigiani, uomini del banco – che in Pasolini erano stati, per così dire, volgarizzati, popolarizzati. Con scenografie e costumi, e l’apparato visuale tutto, rimodellati sulla grande pittura toscana coeva a Boccaccio o appena precedente. Massimo rispetto per i due fratelli T., figli di una gloriosa stagione del nostro cinema, quella degli anni Sessanta, e capaci di riproporre ancora oggi di quel cinema la sensibilità per il bello, la maniacalità artigianale, l’attenzione ai testi classici. Qui, signori, da ogni inquadratura traspare la solidità di una cultura che nel cinema nuovo, italiano e non, è scomparsa, o ne è stata espunta come un ferrovecchio. Facile liquidare i Taviani come residui di una polverosa educazione vetero-liceale e sbeffeggiarli, come qualche giovinastro sul web e su carta va facendo in questi giorni. In tempi di rottamazione e di culto ritrovato della giovinezza-giovinezza, loro, e il loro cinema, sembrano irrimediabilmente vetusti e datati, patetici sopravvissuti di una stagione lontana qualche era geologica. Però, chi mai oggi saprebbe mettere in scena con tanta eleganza, e sapere, e cognizione di causa, un film come questo, e allora châpeau. Godiamocele, le cose migliori di Maraviglioso Boccaccio (perché, sì, c’è anche il peggio), che sono le sue location di sovrumana bellezza, abbazie e castelli e palazzi e torri e basiliche sparse tra paesaggi toscani e altolaziali-umbri, godiamocele come un catalogo, e anche uno spottone, perché no?, della Grande Bellezza che questo paese ha saputo produrre al massimo grado. Si resta a momenti senza fiato e vien da pensare che davvero, al di là di ogni retorica e pensiero banale, siamo lo scrigno dell’Occidente e dobbiamo esserne fieri, e che solo il nostro masochismo, l’odio e il disprezzo di noi stessi così inveterati e, temo, ormai inestirpabili, ce lo hanno fatto dimenticare. Nei momenti più alti Maraviglioso Boccaccio mi ha ricordato le supreme eleganze di Visconti, Bolognini, Castellani, Patroni Griffi e, certo, anche di Zeffirelli, quella scuola italiana di cinema che alla nostra tradizione figurativa sapeva attingere per riproporla e riattivarla in forma di film. Non tutto però funziona come dovrebbe. L’accumulo di meravigliose (maravigliose?) location finisce alla lunga con l’ingenerare un effetto vacanza nei borghi tra un agriturismo e bed&breakfast nella foresteria del palazzo, con quel senso di museificate, imbalsamato, devitalizzato, che spesso ci trasmettono tante parti d’Italia sottratte sì alla speculazione, ma ridotte a presepe irreale a uso dei turisti, a quinta scenografica, vere eppure finte come duplicate a Las Vegas. I Taviani rischiano spesso, pur con la loro immensa cultura figurativa e il loro gusto, di restare intrappolati in questa convenzione, e se ne salvano quando utilizzano certi esterni e soprattutto gli interni come sfondi di rigorosa perfezione grafica, come frame raggelati e quasi metafisici ove inserire i loro tableaux vivants. La forma vince su tutto e tutto ingoia, anche le più spudorate e licenziose delle novelle raccontate. Nemmeno la peste del prologo ce la fa a irrompere distruttivamente in questo cinema così autoconsapevole dove ogni fremito e palpito è depotenziato. Perché i Taviani, diversamente da Pasolini, ci ripropongono la cornice narrativa del Boccaccio, la Firenze debilitata dalla pestilenza, con la decisione di sette ragazze e e tre ragazzi di rifugiarsi in una villa in collina, lontani dal contagio, per sopravvivere, e per sopravvivere raccontandosi delle storie. Se le scene della peste dilagante in Firenze sanno essere potenti e allarmanti al giusto grado (penso all’uomo che si fa seppellire insieme ai cadaveri dei suoi familiari), quelle con i ragazzi-narratori non sono altrettanto incisive. Spesso – anzi – di una goffaggine imbarazzante, colpa di un recitare mumble-mumble di molti dei giovani attori che poco si addice sia al cinema austero, classico e stilizzato dei Taviani, sia al testo del Boccaccio. Nelle storie raccontate e rappresentate intervengono invece attori consolidati del nostro cinema. Lello Arena è il più bravo, anche se come padre di Kasia Smutniak facciamo fatica a credergli, Kim Rossi Stuart non ce la fa invece a centrare il personaggio di Calandrino lo sciocco. Paola Cortellesi è un’imperiosa badessa carogna. La rivelazione è Josafath Vagni nella novella del falcone, figurativamente perfetto e al giusto stato di malinconia del suo personaggio. Quello del falcone, insieme alla novella della figlia che si innamora del garzone del padre (quasi una prefigurazione di Romeo e Giulietta), è anche l’episodio migliore. Film di nobili intenti, ma discontinuo, non così compatto. Con qualche caduta nel comico involontario, per via di attori non sempre all’altezza, e perché quando si punta, come qui si fa, alla rarefazione estrema, alla stilizzazione più spinta, è facile inciampare in elementi e dettagli irrisolti che sporcano l’insieme. L’impressione è che i Taviani non sempre ce la facciano a maneggiare una macchina così complessa come quella, oggi, del period movie, anche perché nel cinema italiano ormai i mezzi son quelli che sono e la rigogliosa abbondanza di una volta non c’è più. Cesare deve morire mi aveva convinto e sorpreso per la sua costruzione drammaturgica insieme complessa e immediatamante comunicativa, Maraviglioso Boccaccio segna invece un ritorno all’ordine e alla classicità. E però risiede in questo suo essere un oggetto cinematografico così alieno, così distante, così inattuale, la sua oscura forza. (Ma Scamarcio in quell’abitone blu non lo si può guardare proprio.)

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