Film stasera in tv: IL GRANDE GATSBY (dom. 5 marzo 2017, tv in chiaro)

Il Grande Gatsby, Iris, ore 21,00. Domenica 5 marzo 2017.
Ripubblico la recensione scritta a suo tempo a Cannes dopo la proiezione (fuori concorso) del film.Il Grande Gatsby

048270Il grande Gatsby (The Great Gatsby), in 3D: un film di Baz Luhrmann, dal romanzo di Francis Scott Fitzgerald. Con Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan, Tobey Maguire, Joel Edgerton, Isla Fisher. 048271Discreta accoglianza della stampa qui a Cannes al molto atteso film di Baz Luhrmann, già trionfatore al box office americano. I folli e ruggenti anni Venti sono restituiti dal regista con tutta l’opulenza e la grandeur ultra-pop di cui è capace. Tutto è palcoscenico, recita, melodramma, delle sottigliezze di Scott Fitzgerald non resta molto. Ma lo show c’è, eccome. Buon film, però non siamo all’altezza di Moulin Rouge! E del 3D francamente si poteva fare a meno. Voto tra il 6 e il 7048269
Sbarca finalmente a Cannes in prima europea, dopo essere uscito la scorsa settimana in migliaia di sale americane, il molto discusso, molto travagliato – anni di preparazione e lavorazione e post produzione – Il grande Gatsby del signor Moulin Rouge, vale a dire l’ustraliano massimalista e un filo pasticcione e molto attratto dal pastiche Baz Luhrmann. Figuriamoci, doveva uscire lo scorso autunno, poi a Natale, invece si è arrivati a oggi, alimentando sospetti e illazioni e chiacchiere: il film non convince chi ci ha messo i soldi, hanno costretto il regista a rigirare scene su scene ecc. E anche se poi i rumors son stati smentiti, la diffidenza era rimasta. Invece, visto stamattina qui a Cannes in proiezione stampa, TGG non è mica una ciofèca, anzi. In America i crictici l’hanno abbastanza maltrattato e  recensito a sopracciglio aggrottato, tant’è che la la pagella su Metacritic è stata 55, e Anthony Lane dello scicchissimo New Yorker (che ha assegnato 40 su 100) nella sua review ha sfiorato i toni dell’indignazione per la lesa maestà letteraria-fitzgeraldiana. Poi però il pubblico americano ha premiato facendo entrare nelle casse nel primo weekend di programmazione più di 50 milioni di dollari, qualcosa che nemmeno i più ottimisti si aspettavano. Stiamo a vedere come si assesterà il box office le prossime settimane, tenendo conto che l’indice Cinemascore assegnato dal pubblico, quello che suggerisce se il passaparola sarà positivo o negativo, è B, diciamo non benissimo ma neanche male. Devo dire che dal difficile pubblico dei gornalisti di Cannes mi aspettavo il gelo assoluto, invece stamattina alla fine delle due ore e venti di proiezione con la solita rottura degli occhiali 3D c’è stato pure qualche timido applauso, subito bilanciato da qualche debole fischio. L’umore che s’è colto all’uscita va dal blando fastidio alla blanda soddisfazione, con molti a sostenere che Luhrmann ha tradito se non il romanzo certo il suo spirito, la sua anima, il suo mood, il suo clima interno. Abbastanza vero, però Baz  fa il suo Gatsby, alla maniera sua, che è quella che conosciamo molto bene: esagitata, chiassosa, ipercolorata, ultrapop, una fiera, un baraccone delle meraviglie in cui spesso il kitsch si intrufola e non se ne va più via. Il pretesto glielo dà la storia, che tratta di vite e destini negli anni Venti che mica per niente furono detti folli, o ruggenti, decade in ci si cercava di recuperare ogni voglia di vivere pericolosamente e i vizi e i peccati dopo l’astinenza imposta dal massacro della grande guerra: complice, anche, l’esplosione sulla scena del paese del jazz e della vitalistica, tellurica cultura afro-americana. Ci avrebbe pensato la crisi del ’29 a far crollare parecchie illusione, ma intanto il godimento era diventato pratica di massa, dalle classi agiate in giù. Per l’incontinente Luhrmann un invito e una tentazione irresistibile a creare uno di quei suoi mondi paralleli, volutamente posticci, dove i personaggi si fanno figure di un melodramma e la realtà diventa scena, scenografia, immenso palcoscenico. La vita, o la letteratura, come show. Proprio come già in Moulin Rouge!, ma anche come nel recente e sottovalutato Anna Karenina di Joe Wright. Qui è come l’Aida di Zeffirelli: in scena ci va di tutto, non ci si gira di tante cose e orpelli e persone ci sono a occupare ogni minimo spazio, l’horror vacui esorcizzato con ori, gioielli, decori, tende, arredi, luci e truccherie di ogni tipo. Tutto, per abbagliare e conquistare lo spettatore. Così spudorato, Luhrmann, da far comparire in cielo, in mezzo alla nuvole, la faccia di Daisy e di scriverci sopra le sue parole. Cose da Bollywood, ma quella molto ingenua di mezzo secolo fa. Il resto ve lo potete immaginare. Se Gatsby deve accogliere l’amata Daisy, ecco che la stanza si ricopre di fiori senza che un centimetro resti indenne. Le feste a casa di Gatsby sono colossali e dissolute, non manca niente, orchestre, bagni in piscina, letteralmente champagne a fiumi, donne nude preferibilmente danzanti e sculettanti, stuoli di servitù, trionfi di cibi di ogni specie. La villa di Long Island sembra il castello delle favole, anzi i castelli di Ludwig di Baviera, manca solo il cigno e un genio come Wagner a far da consigliere. E poi, deboscia e ancora deboscia, tra La dolce vita e molto Fellini Satyricon. La storia e i personaggi cercano di farsi largo abbastanza faticosamente in questo imponente e sberluccicante apparato visivo. I pimi venti minuti son tutti di Toby Maguire nei panni dell’amico Nick, colui che rievoca ascesa, trionfo e caduta di Gatsby. Uomo di enormi ricchezze dal misterioso passato – lui assicura di discendere da una famiglia americana old money, di aver studiato ad Oxford – Gatsby è oggetto dei peggiori sussurri e sospetti. Si dice abbia ucciso un uomo, si dice che durante la guerra abbia fatto la spia per i tedeschi. In realtà viene da una miserevole famiglia di farmer dell’America profonda e i soldi li ha fatti con loschi traffici, dal contrabbando di alcol alle truffe finanziarie. Tornato soldato a casa si era innamorato di Daisy, troppo ricca per lui, e quando se ne riandò al fronte lei non stette ad aspettarlo e sposò il ricco e arrogante Tom Buchanan. Adesso che Gatsby ha fatto i soldi, s’è comprato la villona lì a Long Island genere Ludwig mica per niente, visto che la sua mai dimenticata Daisy abita di là dalla baia, e lui con quelle feste cui tutti vanno e di cui tutti parlano vuole attirarla, e riprendere con lei la storia interrotta cinque anni prima. Sembra andare così, all’inizio, ma poi la tragedia esploderà. Qualcuno in conferenza stampa ha paragonato questo Gatsby a Citizen Kane di Orson Welles, e devo dire che un qualcosa di vero c’è. Anche questo è la storia di un uomo che penda di conquistare tutto con i soldi e il potere, ma alla fine perde. La scena chiave è quella in cui Gatsby di fronte a Tom (e all’amico Nick e alla stessa Daisy) rivela che lui e Daisy si amano, che vogliono ricominciare insieme. Un confronto di massima incandescenza drammatica, che dimostra come Luhrmann non abbia trascurato i personaggi e le loro inter relazioni. Solo che non ci sono sfumature nè mezzi toni, la malinconia, lo spleen dandistico del libro qui si perdono irreparabilmente. Il regista i personaggi li sovraccarica pompieristicamente di pathos, li trasforma in figure dell’eccesso e del gridato come certi protagonisti di Verdi, Puccini, Donizetti. Il riferimento vero di Luhrmann non è il musical, ma la tradizione operistica (sarà stato imprintato a Sydney da Joan Sutherland, il mito lirico australiano?). Stranamente la tanto promozionata colonna sonora anacronistica (nel senso di brani odierni o recenti immessi negli anni Venti del film) curata da Jay-Z è molto più marginale di quanto non ci si aspettasse. Qui nessuno canta, come in Moulin Rouge!, Voulez vous coucher avec moi et similia, quell’effetto straniante manca completamente, ed è un peccato. I pezzi fan fa sfondo, da tappeto sonoro, e li si nota appena. D’altra parte, rispetto a Moulin Rouge!, The Great Gatsby è molto più mainstream. L’operazione è riuscita, ma l’impressione è che non ci sia molta anima in questo film, forse nemmeno ispirazione. Leonardo DiCaprio è come sempre perfetto, il miglior Gatsby che oggi si possa immaginare, l’unico possibile e credibile. Carey Mulligan riesce a dare a Daisy tutta l’ambiguità di cui c’è bisogno e disegna il perfetto modello della gatta morta. Tobey Maguire se la cava, Joel Edgerton, oggi uno dei miei attori preferiti, riesce a tener testa anche a DiCaprio.

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