Recensione: IL DIRITTO DI CONTARE di Theodore Melfi. Sì, troppo politicamente corretto, ma assolutamente guardabile

15271982_550830801789888_1825540083220529631_o14124417_515093075363661_3538539922627480289_oIl diritto di contare (Hidden Figures) di Theodore Melfi. Con Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe, Kevin Costner, Kirsten Dunst, Mahershala Ali, Aldis Hodge. Al cinema da giovedì 9 marzo 2017.
14712731_530407677165534_2704724337871958175_o14481770_528922300647405_6334523781278875801_oTre nomination all’Oscar, e ottimi incassi al box office americano. Il film black di maggior successo (in dollari) della stagione. Storia – vera verissima – di tre donne nere che contribuirono, in ruoli chiave, alla grande stagione delle conquiste spaziali americane. Figure nascoste, non adeguatamente valorizzate – suggerisce il titolo originale – che adesso questo film riporta in piena luce. Il rischio, non evitato, è quello del film a tesi e politicamente correttissimo. E però Il diritto di contare è così diabolicamente ben costruito da farsi guardare, pur nella sua prevedibilità, con piacere. Voto 6+
15385244_557528744453427_5620852856994110596_o16251870_576329529240015_7637193995330245361_oUno dei molti titoli della black wave che ha segnato gli Oscar 2017. Se Moonlight ha vinto clamorosamente, e ancora più clamorosamente dopo il fattaccio delle buste scambiate, quello di migliore film dell’anno, questo Hidden Figures ha piazzato tre monination, senza però arrivare a nessuna statuetta dell’Academy. Poco male, visto che si sta ampiamente prendendo la rivincita con un successo di pubblico che probabilmente nemmeno i suoi produttori speravano così consistente: finora 160 milioni di dollari al solo box office americano e altri 37 nel resto del mondo. Che chi mai l’avrebbe pensato, di un film che va a raccontare di, come dice il tiolo originale, figure nasciste, figure femminili e black rimaste nell’ombra della Grande Storia e solo ora riportate sotto i riflettori. Certo, pure in questo caso ci troviamo di fronte, come in altri titoli della nuova black wave, a un racconto (di fatti veri, di gente vera) politicamente, asfissiantemente corretto. Che va a ripescare e riproporre le vite di tre donne nere che, in ruoli diversi ma ugualmente fondamentali, contribuirono tra anni Cinquanta e Sessanta ai programmi di esplorazione spaziale della Nasa. E che furono determinanti nel progetto Mercury e nel lancio di John Glenn, il primo americano lassù nel cosmo.
Sono una matematica – la vera protagonista del film -, una donna-ingegnere, una specialista in computer. Siamo nei tardi anni Cinquanta a Langley, la più vecchia sede Nasa (e attualmente anche della Cia), nel profondo dell’Alabama, dunque in uno stato allora segregazionista, bianchi di qua neri di là: nei ristoranti, sugli autobus, a scuola, nei posti di lavoro. All’Ente spaziale il gruppo di calcolo costituito da donne afroamericane (i computer ancora non erano apparsi all’orizzonte e i conti, anche i più complessi, si facevano incredibilmente a mano: è una delle cose più affascinanti del film) è forzatamente separato, neanche i cessi sono in comune con le donne bianche. Naturalmente sarà lotta dura, e marcia trionfale benché irta di ostacoli verso la parità e l’integrazione: nel lavoro alla Nasa e oltre. Non male l’emancipazionismo black che si intreccia con l’epopea della conquista spaziale.
Ammetto che ci sono andato pieno di pregiudizi, non avendo nessuna voglia del solito film virtuoso e politicamente comme il faut. Ma Il diritto di contare è talmente ben costruito, diabolicamente ben costruito, da farsi guardare con piacere. Così si fa il cinema popolare benintenzionato. Imparare. E vedere come perfino la pipì in questo film diventa fatto, e gesto, politicamente (e drammaturgicamente) rilevante. Octavia Spencer ormai icona queer. In Hidden Figures rispuntano un’attrice e un attore appena visti in Moonlight, la meravigliosa Janelle Monáe e Mahershala Ali (qui è il colonnello che fa la corte alla matematica, in Moonlight era il buon spacciatore Juan, performance che gli ha fatto vincere l’Oscar come Best Supporting Actor). A Krvin Costner tocca la parte del bianco buono, a Kirsten Dunst quello della carogna. Attenzione alla colonna sonora, la firmano Pharrell Williams (anche coproduttore),Hans Zinmer e Benjamin Wallfisch. E certo, vedendo Il diritto di contare (e vedendo anche altri film di questi mesi come Jackie di Larrain o l’imminente I Am Not Your Negro di Raoul Peck), si pensa a come furono formidabili quei primi anni Sessanta, con gli squarci di libertà e di speranza aperti dalle concomitanti presidenza Kennedy e lotta per i diritti civili di Martin Luther King, e come da allora tutto si sia ingrigito, come gli orizzionti si siano ristretti, come molte di quelle speranze si siano rivelate illusorie, o almeno spente dalla marea del cinismo e del narcisismo di massa.

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