Film stasera in tv: SACRO GRA (ven. 10 marzo 2017, tv in chiaro)

Sacro GRA, Rai Storia, ore 0,38. Venerdì 10 marzo 2017.
Ripubblico la recensione (negativa) scritta dopo la presentazine del film al festival di Venezia 2013, dove avrebbe poi vinto il Leone d’oro.Rivordo che Gianfranco Rosi ha poi girato “Fuocoammare”, Orso d’oro alla Berlinale 2016 e nomination all’Oscar nella categoria miglior documentario.
401267Sacro Gra
, di Gianfranco Rosi. Documentario. Vincitore del Leone d’oro al Festival di Venezia 2013.
5642-Sacro_GRA_1-700x393GRA, acronimo di Grande Raccordo Anulare, il nastro che circonda e imprigiona Roma, già luogo infernale di una sequenza felliniana. Gianfranco Rosi filma quello che succede lì e ai margini, e purtroppo anche quello che sta fuori: volatilizzando così l’ottima idea di partenza e assemblando schegge e frammenti e molecole narrative anche interessanti, ma del tutto incongrue. Senza un baricentro. Lo stesso GRA (fotografato pochissimo peraltro) man mano svanisce come luogo fisico di riferimento e contenitore. Occasione persa. Eppure alla proiezione stampa gli applausi sono stati tonanti (e io non capisco). Voto 4 e mezzoSacro Gra 3
Ci sono momenti a un festival, ma soprattutto a questo veneziano, in cui mi sento un alieno. Perché mi capita di apprezzare film massacrati e linciati da gran parte di pubblico e stampa (Amelio, per dire, o Under the Skin) e di detestarne altri che raccolgono invece uragani di applausi a me incomprensibili. È capitato stamattina in Sala Perla alla proiezione di questo Sacro GRA, terzo film italiano in concorso, e il secondo documentario della sezione dopo quello di Morris su Rumsfeld. Bene, alla fine c’è stata un’ovazione, e io sono ancora qua a chiedermi sbalordito il perché. Non ho capito, non capisco. In my opinion questo documentario di Gianfranco Rosi non è granché, privo com’è di un centro, di un progetto coerente, di un concept, di una narrativa. Un film che non riesce mai a farsi insieme, tutt’al più presentandoci frammenti e molecole sparse anche interessanti, anche divertenti, e però mai raccordate, mai correlate. Scusate, ma se mi annunciate un doc sul Grande Raccordo Anulare romano (acronimo GRA, per l’appunto), oltretutto già cupamente e magnificamente mostratoci da Fellini in Roma, io mi aspetto che quella sia la storia, quello il territorio in cui si muovono personaggi e succedono fatti e cose, quello l’universo del film. Peraltro, idea ottima. Quel cerchio di asfalto che circonda e come imprigiona Roma credo sia un contenitore naturale e produttore incessante di fatti, misfatti, eventi, racconti. Invece Gianfranco Rosi esonda, allarga l’occhio della telecamera e si allarga, invadendo territori che stanno ai margini o vicino o nei pressi (ma quanto vicini? quanto lontani?) dal GRA. E il GRA sparisce abbastanza rapidamente dalla nostra vista. Eh no. Scusate, ragionerò come il più ingenuo degli spettatori, come la serva di tante battute, ma che ci azzecca con il raccordo anulare il cavaliere di non so quale cavalierato di Malta al ricevimento di un cavaliere di Lituania? O il signore colto e, mi dicono le note del film, aristocratico che dialoga in un appartamento con la figlia? O le ruspe che scavano la fossa comune per le bare sloggiate da altri cimiteri? O il pescatore di anguille? Certo staranno tutti dalle parti del raccordo, però fatecelo vedere santiddio il GRA dalle loro case, fatecelo vedere dai luoghi delle varie storie, che così cogliamo la distanza e pure il nesso, sennò quelle storie lì per quanto mi riguarda potrebbero essere state filmate anche a Los Angeles o nella penisola di Kamchatka o sul passo del Tarvisio che fa lo stesso. E poi, perché mostrarci il barelliere dell’ambulanza non solo mentre soccorre gli incidentati sul GRA (e qui va bene), ma anche a casa, o nella casa di riposo – non ho capito bene – con l’anziana madre? E le palme malate a quanti metri o chilometri di distanza stanno dal GRA? Perché per quanto se ne vede potrebbero anche essere in un orto botanico del Salento o in una villa liberty di Paternò. Si frantuma, si frammenta, si decostruisce come usa adesso. Ma è il solito discorso, meglio decostruire quando prima si riesce a costruire una narrazione. Bastava stare sul raccordo anulare e filmare e filmare e filmare, e poi editare, senza uscire dai confini e invadere territori impropri. Però qui i giornalisti italiani ne sono entusiasti e qualcuno già parla di un possibile premio. E io mi sento sempre di più un alieno, come la Scarlett Johansson di Under the Skin.

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