Recensione: BARRIERE, un film di e con Denzel Washington. Tennessee Williams in versione black

nullBarriere (Fences) di Denzel Washington. Con Denzel Washington, Viola Davis, Mykelti Williamson, Saniyya Sidney, Russell Hornsby, Jovan Adepo, Stephen Henderson.
nullDenzel Washington interpreta da mattatore e dirige con mestiere un film assai tradizionale tratto da un play della Broadway anni Ottanta (e però sembra più vecchio, ricordando certi turgidissimi mélo familiari anni Cinquanta con scontri maschili padre-figlio alla Tennessee Wlliams). Al centro il titanico Troy, ex campione di baseball ora netturbino a Pittsbirgh. Un giugante, per forza fisica e psichica, intrappolato in una piccola vita. Intorno, la moglie e due figli variamente in dissidio con lui. Regia corretta, ma senza invenzione. Oscar a Viola Davis come migliore attrice non protagonista. Voto 6 e mezzo
nullTeatro che cerca di trasmutarsi in cinema, ma non sempre ci riesce. Alla base di questo Fences, da noi in traduzione letterale Barriere, diretto e interpretato da un mattatoriale, strabordante Denzel Washington, c’è un play della metà degli anni Ottanta su un’ingombrante figura di uomo, padre, padre-padrone, patriarca afroamericano nell’America dei primissimi anni Cinquanta. Troy da young adult era un grande del baseball, il più bravo di tutti, ma era nero, non poteva fare carriera, non gliel’hanno fatta fare, e adesso è netturbino nella rugginosa Pittsburgh. Ha due figli, uno avuto da una storia precoce, l’altro dall’attuale moglie Rose. Il primo è unb musicista di talento ma incaoace di sostenersi da solo e sempre al limite della legalità, il secondo un ottimo studente nonché pronettentissimo giocatore di football. Rose è la donna che a Troy ha puntellato la vita e l’ha salvato dai suoi demoni. Solo che adesso lui rischia di rovinare tutto, e di rovinarsi, con  una storia fuori dal matrimonio. Ci saranno evoluzioni e un finale con molte lacrime.
Turgidissimo, robusto e molto parlato melodramma ambientato tra cortile popolare e modesti interni con al centro una titanica figura di maschio dominatore, con cui i figli cercano invano di confrontarsi. Un Crono che divora i suoi rampolli. Con scontri edipici tra übermaschio alfa e maschi giovani che vorrebbero esserlo, come in certi torridi drammi sudisti di Tennessee Wlliams. Un personaggio che sembrava essere lì in attesa di Denzel Washington per trovare il proprio interprete ideale, perfetto, definitivo. Come poi è successo. Dialoghi lussureggianti e barocchi come ormai non si sentono più. Il clima qua e là sembra anche quello di certi drammi che la Hollywood meno allineata e più leftist varava negli anni Cinquanta adottando e adattando a sé i modi dimessi e di minuto cronachismo quodiano di vite qualunque e sottomesse che erano stati del nostro neorealismo, e penso a film come Marty.
Denzel Washington letteralmente spadroneggia, incontenibile, fino a cadere nel peccato di overacting. Viola Davis in modalità guardatemi-sono-da-Oscar, e difatti puntuale l’Oscar è arrivato (categoria Best Supporting Actress). Regia molto professionale ma senza molte invenzioni al servizio del testo e soprattuttop degli interoreti. Che, nel caso di washington, vuol dire al proprio servizio. Vecchio cinema e anche vecchio teatro. Certo, ci fosse stato Tennssee Williams a riscriv erlo chissà quanti sottotesti, erotici e omoerotici, in più.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi