Film stasera in tv: PARIS-MANHATTAN (dom. 19 marzo 2017, tv in chiaro)

Paris-Manhattan, Rai 4, ore 22,59. Domenica 19 marzo 2017.
Recensione scritta all’uscita del film.
20074803-700x466Paris-Manhattan, regia di Sophie Lellouche. Con Alice Taglioni, Patrick Bruel, Marine Delterme, Michel Aumont. Francia 2011.
Alice ama alla follia Woody Allen e i suoi film, si tiene perfino un suo posterone in camera con cui dialoga e al quale si rivolge quando ha bisogno di illuminazione e aiuto. Victor installa allarmi e Woody Allen non sa manco chi è. Si possono innamorare due così? Certo che no. Invece sì che si innamorano. Con un coup de théâtre finale che da solo vale la visione di questa garbata romantic comedy parigina. Un film che però deve più a Rohmer che a Woody. Voto: dal 6 al 7
Tournage Paris ManhattanDopo una vita da anti-woodyalleniano coerente e direi militante (l’ultimo suo film che mi sia piaciuto davvero è Io e Annie, non so se mi spiego), comincio ad ammorbidirmi, sarà l’età. Comincio a trovare meno insopportabili le sue facezie, i suoi riferimenti cultural-liceali sempre così ovvii, scontati, medi e mai un’audacia, una vera scommessa. Comincio perfino a sorridere a qualche battuta. Non sono ancora arrivato al revisionismo e pentitismo, ma chissà, mai dire mai, potrei anche un giorno rimangiarmi tutto e scoprirmi incantato, che so, da film che ho cordialmente detestato come Zelig o Midnight in Paris. I segni della mutazione, come l’uomo del film Tetsuo che vedeva le lame metalliche spuntargli dal braccio, li ho notati con sgomento quando sono uscito da To Rome with Love, film stroncato anche dagli adoranti del Maestro di Manhattan (ormai spesso esule in Europa) e che invece m’ha lasciato non del tutto insoddisfatto, anzi perfino incantato dagli omaggi al grande cinema italiano (se uno mi fa ruffianamante vedere la Penelope Cruz vestita in rosso stretch come la Loren di Boccaccio ’70 le mie difese cedono di schianto, che ci volete fare?). Poi mi sono visto il documentario Woody, da cui a Cannes ero scappato dopo una ventina di minuti per rincorrere non so più quale film messicano o bosniaco e invece recuperato integralmente e felicemente qui a Milano. Felicemente, perché la traiettoria professional-creativa e pure esistenziale del nostro ivi raccontata è riuscita a interessarmi come non avrei mai sospettato. Ecco, questo per dire che se fino all’altroieri mi avessero mostrato un film-commedia francese con protagonista una giovane donna strafatta del mito Woody Allen, infatuata dei suoi film e dei suoi folgoranti (folgoranti ?) aforismi sulla vita, l’amore, l’amicizia, la fede, la famiglia, Dio, insomma su tutto, avrei dato fuori di testa. Adesso no, adesso me lo sono quietamente visto un film così, che poi è questo Paris-Manhattan, ho resistito ai tanti omaggi al maestro disseminati qua e là, ho resistito all’evidente idolatria della regista Sophie Lellouche nei suoi confronti, e m’è sembrato, come si usa dire, un film carino, proprio carino. Devo dire meno sussiegoso del suo modello di riferimento, senza quell’arietta così woodyalleniana del vi-faccio-vedere-adesso-quanto-sono-intelligente-e-fine. Film garbato che non la mette giù tanto dura e in fondo prende a pre-testo Woody Allen per raccontarci una storia di innamoramento e amore che resta, nonostante tutto, molto, molto francese e nella quale, a parer mio, ci intravedi più Claude Lelouch e Eric Rohmer che il regista di Manhattan. Alice (Alice Taglioni, che si vorrebbe vedere più spesso, bella e elegante com’è) è una farmacista di trent’anni e qualcosa, un filo bisbetica, un filo zitella (si potrà ancora dire senza che qualcuno si offenda?), che non riesce a trovare l’uomo giusto, o forse non vuole, e intanto la famiglia – genitori e sorella invece già accasata da quel dì – non vede l’ora che si sistemi con un bravo ragazzo o signore. Alice ha una passione, una venerazione, un’adorazione per Woody, lo considera una specie di guru di riferimento, un santo personale (se così si può dire di una di famiglia israelita). A lui confida dubbi e pene esistenziali, nel senso che dialoga con un megaposter di Allen in camera, e lui risponde con citazioni dai suoi film, battute. Insomma, ci siamo capiti? Come in Provaci ancora Sam, però con lei al posto di Woody, e Woody al posto di Bogart. Fino al giorno in cui si insinua nella sua vita Victor, che è tutto l’opposto di Alice. Uno che di mestiere lavora con le mani – installa allarmi: quanto di più lontano ci sia da un intellettuale, soprattutto non sa manco chi sia Woody Allen, e mai andrebbe a vedere un suo film. Figuriamoci l’indignazione della nostra bon chic-bon genre, posso sopportare tutto, ma non toccatemi Woody, non sparlatemidi lui. Come se una fine lettrice di Repubblica si trovasse con un lettore di… (lascio a voi riempire i puntini con il quotidiano adeguato) aduso solo cinepattoni. Insomma, lei quel buzzurro (che è Patrick Bruel, il cantantattore visto tempo fa anche in Cena tra amici) non vuole neanche vederlo. Ma a poco a poco il dio dell’amore tesserà le sue trame e, come ci ha insegnato la vita e pure il cinema, scatta la fatale attrazione tra gli opposti. Il passaggio dall’odio all’amore non è tanto chiaro e coerente, la sceneggiatura va un po’ di fretta, ma insomma va bene lo stesso. (Attenzione, da qui spoiler). A far cadere definitivamente Alice sarà lo speciale regalo che Victor le farà, procurargli un incontro con il suo idolo, Woody Allen lui même!, davanti all’hotel in cui alloggia nella sua visita parigina. Così, dopo che il venerato Maestro è stato citato, ricordato, venerato, omaggiato in tutto il film, di colpo si incarna davanti a noi e davanti al’esterrefatta Alice. Bisogna dire che Woody Allen, che non ha proprio la fama di essere un tizio generoso, si è concesso carinissimamente alla regista per questa comparsata senza chiedere un centesimo, e senza menarsela troppo, il che gli rende onore e dà una spinta al mio possibile futuro pentitismo. In conferenza stampa qui a Milano alla regista Sophie Lellouche è stato chiesto come mai non si fosse pubblicizzata molto la presenza di Wody Allen nel film in fase di promozione, e lei, nel darci una risposta parecchio interessante e articolata (ogni tanto anche alle conf. stampa vengon fuori cose interessanti), ci ha detto che in molti paesi il nome Woody Allen è considerato troppo intellettuale, adatto solo un pubblico di nicchia, quindi meglio non fare riferimento a lui che sennò il pubblico medio scappa. In quali paesi?, è stata la domanda successiva. E lei: ‘Ad esempio in Russia, Polonia, Australia’. Ecco, ditelo agli alleniani fanatici, ai devoti inossidabili del culto, ci sono posti al mondo che non lo considerano proprio.

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