Recensione: QUESTIONE DI KARMA, un film di Edoardo Falcone. Commedia italiana con delle idee (e un certo stile)

foto-questione-di-karma-1-lowQuestione di karma, un film di Edoardo Falcone. Con Fabio De Luigi, Elio Germano, Isabella Ragonese, Eros Pagni, Stefania Sandrelli, Philippe Leroy, Daniela Virgilio.
No, non lamentiamoci di Questione di karma, che quantoa commedie italiane ultimamente s’è visto ben di peggio (vogliamo parlare di Beata ignoranza?). Edoardo Falcone tenta la strada sempre impervia da noi della commedia borghese, educata, di modi controllati e mai sguaiati. Con un’idea narrativa di partenza non banale (figlio-bamboccio cerca la reincarnazione del padre perso da piccolo). E Fabio De Luigi e Elio Germano, in due caratteri opposti e complementari, sono bravi parecchio. Voto 6 e mezzo
foto-questione-di-karma-11-lowMa davvero per la commedia (all’)italiana non c’è più speranza? Davvero il genere che ha tenuto in piedi per decenni la nostra cineindustria facendo, ai tempi belli almeno, da ponte tra cinema alto-autoriale e cinema basso-popolaresco (non popolare) sta esalando l’ultimo, fatale respiro? Paolo Mereghetti sul Corriere della sera, in occasione mi pare proprio dell’uscita di questo film di Edoardo Falcone, ha stilato un referto allarmante della situazione, citando tra i sintomi dello stato comatoso del genere un mucchietto di titoli variamente deludenti tra cui Mamma o papà?, Beata ignoranza, Smetto quando voglio 2, Omicidio all’italiana. E Questione di karma, appunto. Su Dagospia Marco Giusti ha ribattuto che qualcosa di interessante s’è visto e si continua a vedere, e che insomma non tutto è perduto. Mettendo Questione di karma nella colonna delle cose positive. Concordo (sempre che a qualcuno interessi saperlo) con Marco Giusti. Segni di una qualche timida ripresa, o della tenuta, della nostra commedia ci sono. Maccio Capatonda prosegue con Omicidio all’italiana una strada molto personale verso un grottesco nero e anche laido tra Germi e Mostri risiani. Smetto quando voglio 2 – Masterclass è perfino meglio del primo, belle idee, sceneggiatura brillante e benissimo scritta, battute non tirate via, e un incrocio riuscito tra cinema da ridere e quello coatto-romano delle varie suburre e romanzi criminali (e sullo sfondo par di sentire il rappaccio trasteverino o da raccordo anulare). Anche, con da parte di Sydney Sibilia, un’idea precisa di regia e di cinema, e una fotografia smagliante tra l’acido e il pop di una qualità rara nel nostro cinema non fighetto.
E no, non lamentiamoci, please, proprio di Questioni di karma, che ha il coraggio di tentare, impresa sempre temeraria da noi perché come usa dire ‘non inscritta nel nostro dna’, della commedia borghese non becera, non plebea, di modi educati, perfino bon ton pur negli intenti satirici, con un storia non così scontata, non così omologata. Un buddy-buddy movie alla romana, però di Roma Nord, con due caratteri maschili opposti e dunque destinati a incontrarsi-scontrarsi con effetti comici (mai travolgenti comunque, un po’ perché le invenzioni di sceneggiature ogni tanto latitano e un po’ perché Falcone, tendendo alla commedia fine, abbassa parecchio i toni e evita le sguaiataggini). Uno imbranato e fessacchiotto – a Milano si direbbe ciùla, ma a Roma? – l’altro furbo, malandrino e profittatore. Naturalmente il secondo, che è Elio Germano (bravo come sempre), cercherà di truffare il primo (Fabio De Luigi, finalmente non in modalità televisiva), e il primo farà di tutto per lasciarsi dolcemente, passivamente fregare. Solo che poi la faccenda riserverà sviluppi abbastanza sorprendenti, con ribaltoni e l’alleanza tra i due.
Giacomo è l’erede di una dinastia di matitari (inteso come fabbricanti di lapis, neri e colorati), ma, sconnesso dal mondo reale com’è, e sognatore, disarmato, alieno da ogni forma di aggressività e sopraffazione, non può certo occuparsi dell’azienda, dove si sa s’ha da essere lupi e non agnelli. Azienda mandata dunque avanti dal patrigno – il secondo marito di mamma dopo il suicidio di papà – e dalla tosta sorella, lesbo assai chic in carrierissima e tailleur d’ordinanza con segretaria amante (“e devo dire che con lei il sesso va alla grande!”). Ecco, un tipo così – cui Fabio De Luigi conferisce svagatezze e un che di lunare alla Renato Pozzetto prima maniera, quello arrivato in Rai da Luino via Derby – sembra destinato a essere preso a pugni dalla vita. Studioso di religioni (e lingue, e culture) orientali, si convince che da qualche parte del mondo ci dev’essre la reincarnazione del padre perso da piccino. Sarà un occultista-esoterista (grande ritorno di Philippe Leroy a 86 anni) a dirgli che sì, il genitore rivive in un certo Marco Pitagora, frequentatore abituale di bar nei pressi del Colosseo. Naturalmente il Pitagora è un lestofante, uno che – come dicevano le zie scandalizzate – vive di espedienti gabbando il prossimo, e indebitato con certi orridi cravattari che non sa più come tenere buoni. Ovvio che quando Giacomo lo avvicina credendolo il papà ritornato lui fiuta la grande occasione. Manipolerà quel ciùla, lo asseconderà, gli spillerà più soldi possibile.
Così succede, difatti. Con gran scorno della famiglia di Giacomo, mamma, patrigno, sorella. Ma siamo in una commedia gentile, e dunque ci sarà un twist, anzi più di uno, a rovesciare la situazione. Ora, non tutto quadra. Se l’idea del cuore semplice in cerca del padre reloaded è buona, lo svolgimento – come dicevan le maestre dei temi di italiano – lascia ampi buchi. Per dire: la sorella (una perfetta e molto elegante Isabella Ragonese) è prima jenissima, poi buonissima, e la mutazione repentina non si spiega proprio. Anche la deriva buonista di Marco non è così conseguente. E il ritmo tenuto dalla regia è fin troppo rilasciato. Molte cose però funzionano. I due caratteri sono delineati con cura, e Fabio De Luigi e Elio Germano son bravi, altroché. Soprattutto è il tono impresso da Edoardo Falcone – quello della comédie de moeurs più che tradizionalmente all’italiana e alla romana – a fare di Questione di karma un film felicemente scostato rispetto alla media. Gli ambienti e i costumi di certa borghesia romana non stravaccata sono ricostruiti con l’occhio e la sensibilità di chi li conosce bene (si pensi alle scene della famiglia a tavola, o agli outfit, anzi alle mise ‘da boutique’ di mammà). Eros Pagni e Stefania Sandrelli – il patrigno e la mamma – sono un valore aggiunto, con il loro portarsi dietro, e tatuato addossso come un fregio araldico, tanto teatro e tanto nostro cinema. A mio parere, la migliore commedia italiana di questa stagione insieme a Smetto quando voglio 2, e dunque non buttiamole la croce addosso che si è visto e si vede ben di peggio (vogliamo parlare di Beata ignoranza? O dell’imminente, scombinatissimo nonostante le non celate ambizioni Non è un paese per giovani?).

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