Recensione: I AM NOT YOUR NEGRO, un documentario di Raoul Peck. Ritrovare James Baldwin e le infinite sfumature della questione black

201710594_1I Am Not Your Negro, un film-documentario di Raoul Peck. Voce di Samuel L. Jackson. Distribuzione Feltrinelli Real Cinema/Wanted Cinema. In sala da giovedì 23 marzo 2017.
201710594_3Dopo la Berlinale (e dopo la nomination all’Oscar) arriva nei nostri cinema il documentario di Raoul Peck su James Badwin, intellettuale nero e omosessuale che scandagliò con sguardo profetico la questione di tuttte le questioni d’America, quella della sua minoranza black. Il regista haitiano accompagna un testo di Baldwin con immagini d’archivio, film di Hollywood, pezzi di televisione. Ne esce un film insieme militante e fantasmagorico. Voto 7

Raoul Peck

Raoul Peck

Il regista haitiano di cosmopolite frequentazioni e cosmopolita formazione Raoul Peck ha portato lo scorso febbraio alla Berlinale ben due film, e per entrambi gli applausi son stati fragorosi. Prima, tra gli speciali, s’è visto ll giovane Karl Marx, quindi, nella sezione Panorama, il suo già molto celebrato documentario I Am Not Your Negro, fresco di nomination all’Oscar (poi andato a O.J.: Made in America). Figura eclettica, Peck, il quale, oltre che occuparsi di cinema, è stato anche per due anni (1995-97) ministro della cultura del suo paese con il ritorno alla democrazia del dopo-Duvalier.
Non credo che I Am Not Your Negro (un titolo che è anche un grido di guerra contro un lessico razzista) sia quel sensazionale lavoro cui la critica americana ha assegnato pressoché all’unanimità la massima valutazione (lo score su Metacritic è 97, quasi en plein, e gli ha dato 100 pure il Wall Street Journal). Certo è un film che ripropone con efficacia e forza, grazie a un progetto e a un concept originali oltre che a un gran lavoro di archivio, la questione di tutte le questioni americane, quella dei neri. Negroes, Niggers venivano spregiativamente chiamati gli americani discendenti degli schiavi, oggi non si può e non si deve più, la N-word è diventata impronunciabile (e però lo strano è che a recuperarla siano i molti film black di questa stagione: in Moonligh nel ghetto di Miami ci si dà del nigger, lo stesso in certi pasaggi di Il diritto di contare, e non si capisce se si tratti di autoironia o di un segno di disprezzo e autodisprezzo).
Peck la questione la affronta andando a ritrovare un’enorme figura della blackitudine americana, un pezzo importante della cultura e letteratura dei neri, della loro storia, della loro coscienza, uno scrittore e polemista che dagli anni Ciinquanta fino ai primi Ottanta ha dominato la scena intellettuale quasi da star, e nei decenni successivi è stato pressoché rimosso. James Baldwin era autore di romanzi, ma anche drammaturgo, anche voce della comunità nera. Con una storia travagliata addosso, una famiglia complicata e, a rendergli la vita anche più difficile, l’omosessualità. Omosessuale e nero, e il suo La stanza di Giovanni è considerato ancora uno dei libri fondativi della lgbt culture (come si vede, certe cose vennero trattate molto, molto prima di Moonlight). La sua vita la passò perlopiù all’estero, in Francia e per qualche tempo in Germania, esule volontario in un’Europa vagheggiata quale terrà di libertà, esistenziale e intellettuale (certo Parigi era meno prude ai tempi degli Stati Uniti).Raoul Peck per questo film ha avuto la brillantissima idea di andare a recuperare le 30 pagine di quello che doveva essere l’ultimo l libro di Baldwin, Remember This House, ma che non fu mai finito (ci furono anche battaglie legali tra gli eredi Baldwin e la casa editrice che, avendo versato conguo anticipo, rivoleva indietro i soldi), e che è un ripercorrere la propria vita per parlare dell’essere neri e di tre figure che per il riscatto dei black americani hanno dato, letteralmente, la vita. Medgar Evers, Malcolm X e Martin Luther King, il primo ucciso nel 1963, il secondo nel ’64, il terzo nel ’68. Uomini che Baldwin aveva conosciuto, incontrato, frequentato. Quelle trenta pagine Peck le fa leggere fuori campo a Samuel L. Jackson, accompagnandole e commentandolo con un diluvio di immagini assai pertinenti e accuratamente scelte. Non solo Remember This House, ci sono anche lettere di JB, e soprattutto i suoi interventi alla tv americana, e l’intervista con Nick Cavett è memorabile. Ci scorrono davanti le sequenze dei film di Hollywood che hanno formato Baldwin ragazzino, da una Joan Crawford danzante al John Wayne di Ombre rosse. Non tarderà a rendersi conto che, se al cinema si identifica con l’eroe americano Wayne, nella realtà come nero gli tocca una condizione simile a quella degli indiani degli western. Ma vediamo anche come il cinema, fino dai suoi esordi, ha rappresentato il nero, di come l’abbia inferiorizzato relegandolo in ruoli pagliacceschi, da buffone della corte bianca, o demonizzandolo come oscuro nemico pubblico. E però anche film che già dagli anni Trenta si mettono dalla parte dei neri d’America cercando di individuarne, attraverso forme narrative come quella del melodramma, le dure condizioni sociali e esistenziali (è una scoperta l’originale versione di Lo specchio della vita, girata ben prima di quella anni Cinquanta di Douglas Sirk).
Baldwin dedicherà tutta la sua vita a scrivere dei complessissimi intrecci tra la condizione dei neri e l’anima, l’identità americana. Con parecchio pessimismo sulla possibilità di risolvere una questione tanto bruciante. Il razzismo, l’esclusione, l’orrenda segregazione (e si vedono foto e video, sempre agghiaccianti, degli Stati del Sud con i posti sugli autobus e nei bar riservati ai neri), ma anche le fascinazioni reciproche, la condiscendenza del buon americano Wasp verso i black e il fascino esercitato sui black dalla cultura, dall’immaginario bianco. Il bianco e il nero, il bianco contro il nero, ma anche, e stavolta è il caso di dirlo, le infinite sfumature di grigio. A distinguere Baldwin da molti altri grandi nomi che hanno fatto la storia dell’emancipazione sono una sottigliezza non da politico, uno sguardo non da militante, capace di cogliere l’inespresso, il non immediatamente visibile, e una lingua, di cui il film ci riporta esempi eloquenti, ricca e complessa. Certo, I Am Not Your Negro, con la sua cavalcata attraverso decenni fondamentali – vediamo e rivediamo le immagini dell’era delle lotte per i diritti civili, fino ai ragazzi black uccisi negli ultimi anni dalla polizia o da privati cittadini – sembra un film-manifesto, dimostrativo, pedagogico, di denuncia. Lo è. Ma il manicheismo, le semplificazioni. le concessioni al pensiero ovvio sono più apparenti che profonde. Baldwin, e con lui Peck che attraverso Baldwin parla, introduce nella molto affrontata questione nero-americana il desiderio, la sessualitò, l’ipnosi del consumismo, le molte luci e tentazioni della società spettacolo. Ne esce un film insieme duramente politico e fantasmagorico, che gioca sul piano della realtà come su quello dell’immaginario. Ed è un risultato notevole. Però a Peck quel montaggio alterato e sciagurato tra una sequenza di Doris Day in Amore ritorna!, naturalmente presa a simbolo (ancora!, povera Doris) dell’americanità più media e conformista e ottusa, e le foto di neri impiccati dopo un linciaggio, quello no, non lo si può perdonare. Viva Doris Day!

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