Recensione: NON È UN PAESE PER GIOVANI, un film di Giovanni Veronesi. Che non è quello che il titolo lascia credere

724Non è un paese per giovani, un film di Giocvanni Veronesi. Con Filippo Scicchitano, Sara Serraiocco, Giovanni Anzaldo, Sergio Rubini, Nino Frassica.
15Lanciato, fin dal titolo, come un film sull’Italia che non vuole bene ai suoi giovani e li costringe a scappare all’estero, è in realtà tutt’altra cosa. Parte come la storia di due ragazzi romani – più una ragazza già emigrata per conto suo – che vanno a Cuba per aprire una spiaggia con wifi (?). A Cuba? Da dove tutti vorrebbero scappare? E loro ci vanno a cercare lavoro? Ma in che film? Difatti il film poi diventa altro: tre giovani italiani che si cercano e si perdono e si insabbiano in un altrove esotico. Storia anche interessante, solo che non è quella che il titolo lascia credere. Però, che bravi i tre protagonisti: Filippo Scicchitano, Giovanni Anzaldo e Sara Serraiocco, definitivamente la mia giovane attrice italiana preferita. Voto 5+
1Allora: si parte con la solita geremiade del ‘non siamo un paese per giovani’, signora mia i cervelli freschi scappano tutti all’estero (ma se fanno i pizzaioli e i camerieri, come la gran parte dei giovani italiani a Berlino e Londra, si potrà ancora parlare di fuga di cervelli o la locuzione è riservata solo ai fighetti variamente digitalizzati, tecnologizzati e startuppizzati?), qui non si sono chance per le new generations ecc. Intendiamoci, c’è molto di vero, e però anche una montagna di retorica a pesar su quel fondo di verità e renderlo quasi indistinguibile dal trombonismo e dal luocomunismo da cui purtroppo la faccenda, pur seria, è ormai sommersa. Col rischio di legittimare sempre di più quella cultura del lamento (del piagnisteo, per dirla con l’immortale libro di Robert Hughes dalle nostre parti così poco letto purtroppo) che è un tratto non da oggi, e non da questo problema, dell’antropologia nazionale. E col rischio di delegittimare invece la cultura del fare, del darsi da fare e del rimboccarsi le maniche (‘tanto non serve a niente!’).
In questo film di Giovanni Veronesi si comincia in modo ultraricattatorio con cartoline in forma di videomessaggio Whatsapp o Skype da varie parti del mondo di italiani e italiane scappati per cercare almeno una piccola fortuna, e son anche belle facce simpatiche che ci parlano e sorridono da Europa, Americhe, Australia-Nuova Zelanda ma, come dire?, a sentire il lamento generale sembra che qui fossero tutti stipati nei peggio lager e lì invece sistemati in oasi felicissime. Ma quando mai? E non si capisce se sian vere, ‘ste cartoline, o falsi molto verosimili, ma tanto ai fini del discorso nostro mica cambia niente (e comunque il finale con videocartolina di uno dei protagonisti lascia intendere che sian tutti dei fake: attendiamo eventuali smentite).
Il guaio però è che Non è un paese per giovani parte fin dal titolo, che più che un titolo è un manifesto, uno slogan, uno striscione, una dichiarazione d’intenti di un qualche comitato o movimento, come un film sulla questione generazionale, facendo di tutto per farci credere che di questa tratterà. E invece macché: andando avanti si scopre che il pianto sulla fuga di cervelli, sulla mancanza di opportunità ecc. ecc. è solo un innesco e un puro pretesto per farci vedere tutt’altro, tre ragazzi italiani – due maschi e una femmina – che finiscono a Cuba e lì – in quell’altrove esotico – hanno storie, avventure, disavventure, per poi variamente insabbiarsi (nel senso di insabbiarsi in una realtà altra e diventarne ostaggio e prigionieri senza più avere la forza di rompere il guscio). Ma scusate, vi pare credibile anzi sensato che Sandro (Filippo Scicchitano) e Luciano (Giovanni Anzaldo) per lasciarsi alle spalle l’Italia, che – uffa! – non è un paese per giovani, vadano a Cuba? Dico, a Cuba, dove, embargo o non embargo, castrismo allo zenit o castrismo allo stato comatoso, i giovani vogliono tagliare la corda e raggiungere al più presto Miami? Invece no, i nostri due vanno nel posto da dove tutti vorrebbero scappare, e con quale balordo progetto in testa poi? Aprire una spiaggia con wifi aggratis, cosa che lì pare rarissima dunque ricercatissima perché lo stato non rilascia le concessioni. O non c’ha le tecnologie. Solo che loro, tramite entrature con la nomenklatura locale, sperano di avere il via libera con i permessi. In più sulla spiaggia, oltre a mettere a disposizione mare, sole e wifi, naturalmente venderebbero pizza e maccheroni, se no che italiani formato export sarebbero?
Ora, come si fa a cambiare vita (e a costruire un film, aggiungo) su una simile follia (avevo scritto un’altra cosa, poi mi sono autocensurato)? E ci dovremmo commuovere sul forzato esilio di due che vanno dall’altra parte del mondo per una cosa così demente? Ma se ne stessero a Roma. Tanto, si capisce subito che neanche il regista ci crede. Quella è solo una scusa per sbattere a Cuba i nostri due (la terza è già lì per via di una storia d’amore pregressa) e raccontarci come ci si può lasciare affascinare e anche fregare dall’esotismo, dalla ricerca di un paradiso tutto-natura e tutta autenticità della gente nativa. Paradiso che ovviamente non esiste, non può esistere. Se dobbiamo rintracciare qualche precedente italiano di questo film non bisogna cercarlo nel genere cinema civile, ma risalire su su fino a Odissea nuda di Franco Rossi, anno 1961, con Enrico Maria Salerno intellettuale perso e sperso a Tahiti come Gauguin (e magari aggiungiamoci certe successive fughe esotiche-erotiche alla Bora Bora di Ugo Liberatore). Sandro e Luciano, e più Luciano di Sandro, sono dei piccolissimi Rimbaud in cerca della loro terra promessa e selvaggia quanto basta. E va bene così, questa delle traiettorie dei due ragazzi (e della ragazza Nora) è di gran lunga la parte migliore del film, quella in cui Non è un paese per giovani finisce col raccontarci qualcosa che sa di verità, e però perché presentare il film, fin dal titolo roboante, per quello che non è? Perché farci balenare una storia che narrativizzi la questione generazionale, per poi andare invece (e per fortuna) a parare da tutt’altra parte? Qui non si tratta di un titolo overopromising – prometto più di quanto poi mantengo – ma di un titolo fuorviante, e furbo, perché si ammanta e si fa vanto di un tema sociale poi bellamente lasciato cadere.
Sta qui la debolezza, incurabile, di Non è un paese per giovani, la sua intrinseca contraddittorietà. Se invece astraiamo dalla vexata quaestio dei ragazzi costretti a scappare ecc. ecc. e ci guardiamo il film attraverso quel che succede a Cuba ai suoi protagonisti, qualcosa di buono lo troviamo. Intanto i tre attori: Filippo Scicchitano, Giovanni Anzaldo e Sara Serraiocco (io la adoro fin dai tempi di Salvo e Cloro, in my opinion è la nostra migliore attrice giovane) sono strepitosi, e perfetti anche somaticamente nei loro ruoli. Scicchitano nella parte del timido e cauteloso Sandro, Anzaldo in quella del rabbioso e dolente Luciano. E Sara Serraiocco è da premio quale Nora, finita a L’Avana per amore e poi, rimasta sola, diventata a causa di un intervento al cervello per aneurisma una sorta di mattocca-spirito libero e selvaggio. Un’ingovermabile. Che, siccome c’ha la testa non troppo a posto, può dire e fare e gridare come i matti del villaggio o i buffoni di corte quel che gli altri non possono o non osano fare e dire. Un personaggio finalmente fuori schema.
In una Cuba-meraviglia (però è facile, quando si gioca con la Avana più fatiscente e più shabby chic, con quelle spiagge lì, con le macchinone americane dei tempi pre-Castro), i tre fanno cose e vedono gente, non si capisce in vista di quale obiettivo, giacché quella dello spot marino con wifi è più un miraggio che un progetto. Si lasciano andare, ecco, si lasciano affondare, seguono i propri impulsi e le proprie ossessioni, in un lungo e complicato tragitto di formazione. Cercano di conoscersi, cercano una strada purchessia che li porti da qualche parte, ecco. E il cuore del film è Luciano, lui che, dopo essere entrato nel giro degli incontri di boxe clandestina, ne diviene un campione, un’attrazione. Scoprendo quanto sia bello pestare a sangue e farsi pestare. Drogato di pugni dati e pugni presi, di ferite inferte e subite, come il Brad Pitt di Fight Club, ma ancora di più come il Ryan Gosling insabbiato a Bangkok del bellissimo (sarà anche ora di rivalutarlo) Only God Forgives di Nicolas Winding Refn. Applausi anche per Nino Frassica, ormai un totem del nostro sistema cinema-tv, formidabile quale italianuzzo scappato dall’Italia di Tangentopoli e naturalmente boss di una pizzeria finto-napoletana.
Il film funziona molto meglio nelle sue parti non da commedia, raccontandoci dello stordimento e sperdimento dei tre ragazzi nella ragnatela cubana, e nelle parti non sentenziose, dove non ci aduggia con una semplificata messaggistica sociale e di ‘impegno civile’. Giovanni Veronesi sa girare con bella fluidità, è un regista, non uno che infila battute e situazioni comiche (ogni riferimento all’imminente Classe Z non è casuale). E poi ci sono i tre attori. Insomma c’è del buono in Non è un paese per giovane. Solo che poi, quando vedi cose tipo la fidanzata di Sandro che “ho passato il colloquio con Google e mi hanno assunto! e guarda qui che casa mi hanno dato ” (e vedi una casa da sciuretta della provincia italiana) ti cascan le braccia. Sant’iddio, come si fa a mettere in un film una battuta come “domani ho un colloquio con Google”? (cito a memoria).

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi