Il film imperdibile stasera in tv: IL CAVALIERE OSCURO – IL RITORNO (mart. 28 marzo 2017, tv in chiaro)

Il cavaliere oscuro – Il ritorno di Christopher Nolan, Italia 1, ore 21,10. Martedì 28 marzo 2017.Il cavaliere oscuro – Il ritorno (The Dark Knight Rises), regia di Christopher Nolan. Script di Christopher e Jonathan Nolan. Con Christian Bale, Gary Oldman, Morgan Freeman, Michael Caine, Tom Hardy, Anne Hathaway, Juno Temple, Joseph Gordon-Levitt, Marion Cotillard, Matthew Modine, Tom Conti, Liam Neeson, Alon Aboutboul, Ben Mendelsohn, Burn Gorman, Daniel Sunjata.
Non ce n’è, Christopher Nolan si conferma uno dei cineasti maggiori in circolazione. Uno che ha una visione forte e personale e la esprime in opere colossali come questa, o come il precedente Inception. Solo a un primo livello Il cavaliere oscuro, il ritorno è un film del genere super eroistico, e solo in apparenza è un film su e con Batman. In realtà Nolan mette in piedi un allarmante apologo sull’Apocalisse sociale (prossima ventura? già in atto?), sul dissolversi e corrompersi della convivenza civile in barbarie e totalitarismo. Basta che appaia sulla scena uno come Bane, il villain di questo film
. Voto 9
Non state a sentire le beghine della critica che di sicuro lamenteranno di questo film le smagliature di sceneggiature, i buchi logici, l’eccessiva lunghezza (minuti 164: si sfiorano le tre ore), la sentenziosità dei dialoghi, le malcelate ambizioni da apologo social-politico. Non state a sentire e correte a vederlo, subito, al più presto, questo è cinema enorme, in ogni senso, per quanto dura, per il tasso di spettacolarità, per il numero infinito di climax che ci fa vivere (e che basterebbero a sorreggere almeno venti film), per la capacità da parte del regista Christopher Nolan di riempire lo schermo e organizzare lo spazio filmico e l’azione. Ecco, le parole che mi vengono in mente dopo aver visto (in anteprima per la stampa) questo capitolo numero tre della saga Batman-secondo-Nolan hanno a che fare con le dimensioni: immane, immenso, fuori misura, colossale. Un film di quantità che oltrepassa i confini del genere di appartenenza e si sublima in qualità eccelsa. Dalle impressioni che ho raccolto qua e là dopo il press screening, e da quanto ho letto su fb, non mi pare che abbia acceso gli entusiasmi giornalistici, i nasini arricciati e i sopraccigli alzati non si contavano. Io mi pongo tra gli entusiasti, senza riserve. Le critiche che ho riportato all’inizio sono anche in parte condivisibili, ma è come fare le pulci a un oggetto filmico così gigantesco da imporsi con la propria forza nonostante tutto, e che quelle pulci le spazza via con un colpo di coda. Ormai, dopo le sue cose ultime, soprattutto dopo questo film e Inception, Christopher Nolan è tra i massimi autori di cinema in circolazione, uno che il cinema di genere lo prende a prestito e come pretesto per esprimere e materializzare invece i propri fantasmi interiori, le ossessione, per ricreare in immagini un mondo proprio, una visione iper-soggettiva. Altri per raggiungere lo stesso obiettivo seguono strade opposte, molto lontane dalla sua, come la sperimentazione più ardita, la contaminazione dei linguaggi e dei codici filmici, l’esplorazione dei confini tra cinema di finzione, arte, documentario. Quello che sbalordisce e che, mi rendo conto, può far rabbia, è che Nolan persegua la sua visione di cinema così personale, così sfacciatamente autoriale, partendo invece da materiali grossi della pop-culture come il fumetto, usando i lunguaggi, i materiali e anche i budget del cinema-blockbuster, insomma non negandosi nulla, e oltretutto battendo record su record al box office. Vi pare che Inception sia un film normale, nel senso di vagamente riconducibile a un’estetica, a un pensiero, a un gusto mainstream? Eppure ha tirato su gli incassi che sappiamo. Ecco, lo stesso Il cavaliere oscuro – Il ritorno (e però che brutto e faticoso titolo italiano, quando l’originale fa, molto meglio, The Dark Knight Rises). Questo film è una darkissima messinscena di una possibile, vicina apocalisse, con personaggi che si alternano al centro della ribalta, tutti infelici, disturbati, dilaniati dal passato, feriti dentro, buoni o cattivi che siano. La prima parte ci presenta uno squarcio d’umanità da brivido. Il multimilionario Bruce Wayne alias Batman (Christian Bale) è un misantropo che da anni non vede più nessuno se non il suo maggiordomo, si è ritirato da ogni attività supereroistica, è acciaccato e pure sciancato, fuori e dentro. Un uomo spento. Un relitto, altro che salvatore in tuta e ali di pipistrello. A ben vedere, lui non è nemmeno il protagonista, perché questo solo nel titolo è un film su Batman, semmai è un film con Batman, uno dei character tra i tanti, solo un tracciante in quel pulviscolo di storie e trame che è questo possente Dark Knight Rises. Batman appare tardi sulla scena, poi scompare, poi riappare, e intanto – con o senza di lui – noi assistiamo alla storia atroce di Gotham City, che precipita man mano sotto il controllo e la brutale dittatura del villain di turno, il terrorista Bane, cresciuto in una società segreta e da lì espulso per estremo fanatismo. Ha la faccia distrutta, ed è per questo che lo vediamo sempre con una maschera di cannule attraverso cui respira, mentre il resto è un corpo ipermuscolarizzato da bestione, grandiosamente minaccioso e violento, qualcosa che lo fa somigliare a una reincarnazione del mitologico minotauro. Non c’è un’inquadratura in questo film che non comunichi un senso di male, di malessere, di malattia, di disagio, di allarme, di possibile fine del mondo. Wyman/Batman è costretto a ridiscendere in campo, riluttante, quando Bane prende di mira lui, e con lui tutta Gotham City (che nome pauroso, Gotham, qualcosa che rievoca subito gothic e ghost, anche se era il nome primitivo di New York). Lo prende di mira mettendolo in ginocchio economicamente, sottraendogli l’azienda che è la fonte e il motore della sua ricchezza, non solo, vuole mettere le mani su un reattore nucleare cui i tecnici di Wyman stanno lavorando e che potrebbe produrre enrgia pulita illimitata ma che, se utilizzato al peggio, potrebbe diventare un’arma di distruzione di massa. Che è appunto il piano dello spaventevole Bane. La lotta tra i due, a distanza ma anche in corpo a corpo diretti, è l’asse narrativo del fim, sul quale però si innestano molti altri subplot e digressioni e divagazioni e deviazioni, e una folla di personaggi cui tocca a turno il centro della scena. Catwoman/Selina, inanzitutto, che appare per la prima volta nella trilogia di Nolan ed è una Anne Hathaway che dal suo personaggio di ladra cava fuori tutte le possibilili nuances, riuscendo a de-fumettizzarlo con la sicurezza dell’attrice vera. C’è il giovane poliziotto, concentrato di umanità e di buoni valori americani, cresciuto nell’ammirazione di Batman, e che ora, mentre il capo delle forze dell’ordine è in ospedale (un Gary Oldman sempre bravo parecchio), prende in mano lui la situazione contro il cattivo Bane, ed è un Joseph Gordon Levitt perfetto, il vincitore di questo film insieme ad Anne Hathaway. Poi Marion Cotillard come Miranda, milionaria amica e protettrice di Bruce Wyman, che avrà un ruolo sempre più centrale nella vicenda, fino al punto finale di esplosione. Scompare (ma non in effigie) Aaron Eckhart, tornano invece il Fox di Morgan Freeman e il butler d Michael Caine, sempre più paterno e preoccupato del futuro del suo padrone. Poi altre facce note in parti più o meno collaterali, Liam Neeson, Matthew Modine, Cillian Murphy, la rampante Juno Temple, la ragazzina vista in Killer Joe di Friedkin e a Locarno nel lesbo-indie-movie Jack and Diane. Certo, le scene action sono una meraviglia, niente bat-mobile però, al suo posto una bat-wings che consente al nostro riluttante eroe di volare tra i canyon dei grattacieli e i peggiori cunicoli dei bassifondi e ghermire il nemico. Più una motorbike molto speciale, calvalcata sia da Batman sia da Catwoman. Ma questi sono solo elementi esteriori, gadget tecnologici appariscenti, pretesti e punti di innesco per una narrazione iperpotenziata e centrata sul Male, l’Oscurità, la Minaccia, l’Apocalisse, la Fine. Questi sono i veri fantasmi di Nolan, e questi lui mette in scena grandiosamente. Davanti a noi si srotola una commedia umana e soprattutto disumana di ambizioni, menzogne, inganni, avidità, rapacità, vendette, rancori. Un universo dominato dal Male dove il Bene è sulle barricate, costretto sulla difensiva, e spesso costretto a confondersi con il Male e a usare i suoi stessi mezzi per combatterlo. Il cupissimo Bruce Wayne/Batman non è neanche tanto convinto di essere dalla parte giusta, non è neanche convinto di sè e della sua missione contro il villain di turno; le autorità di Gotham City (stavolta ormai definitivamente New York senza più il minmo filtro o dubbio) lo considerano un fuorilegge, la maggior parte dei cittadini pure. Di eroico ha poco, di super eroico ancora meno, è solo uno che fa la sua parte – quando la fa – nel teatro degli orrori sociali che Christopher Nolan ha messo in piedi. Il film è soprattutto l’ultima ora e qualcosa, quella in cui l’autore-regista (sceneggiatore anche insieme al fratello Jonathan) abbandona ogni precedente freno inibitorio e, mentre si avvicina l’apocalisse scatenata dal reattore nucleare su cui ha messo le mani il terrorista Bane, ci consegna il suo gran romanzo. C’è dentro di tutto, i riferimenti letterari abbondano, soprattutto quelli alle potenti narrazioni popolari dell’Ottocento, Dickens, Victor Hugo, Eugène Sue, Dumas e poi Jack London, quello misconosciuto di Il popolo dell’abisso. Letteratura popolare e populista, I miserabili, I sotterranei di Parigi, Il conte di Montecristo. La società secondo Nolan è ancora oggi, anzi più che mai, spaccata in due tra poveri e ricchi, tra miserabili e privilegiati, tra chi sta sotto (anche nella struttura della metropoli) e chi sopra, tra bassifondi e quartieri alti, tra miseria e nobiltà del denaro più che di modi. La ladra Selina-Catwoman non fa altro che ricordare a sè e agli altri di venire dal nulla, rinfacciando a Bruce le sue origini e appartenenze miliardarie, la stessa ricca Miranda ricorda di avere alle spalle un’infanzia miseranda, il poliziotto buono è un orfano e nell’orfanotrofio va a prestare opera di volontariato. La rabbia sociale e la voglia di rivalsa serpeggiano. Le autorità non fanno una gran figura: il sindaco è inetto e furbastro, la polizia inganna l’opinione pubblica e trasforma i delinquenti in eroi per meglio manipolarla (e vengono in mente i Borges-Bertolucci di La strategia del ragno). Gotham City in questo film è una maxi cattedrale dell’Occidente capitalistico che somiglia molto da vicino alla Londra ’800, poco alla contemporaneità, forse molto, moltissimo, al mondo che sarà domani. Il villain, ma neanche tanto, Bane, cui Tom Hardy non presta il suo volto, sempre coperto da una maschera, ma il corpo, è un ribelle apocalittico-anarcoide che si erge a difensore della plebe e anche a riparatore dei torti. Quando si impossessa con la forza e il terrore di Gotham City lancia una campagna populista quanto opportunistica contro i ricchi, con tanto di assalto a Wall Street (e ogni riferimento a Occupy WS è tutt’altro che casuale), invitando il popolo a dare la caccia a chi finora lo ha dominato, istituzioni e élite del denaro. La sua Gotham, cui non si può accedere e da cui non si può fuggire pena la morte, si trasforma in un immenso gulag che ricorda sì Fuga da New York di John Carpenter, ma soprattutto i peggiori incubi totalitari, quelli veri, del maledetto Novecento. Traformatosi in leader populista-dittatore, Bane arringa alla rivolta i cittadini nel momento in cui li trasforma in sudditi e schiavi, prigionieri senza diritti. Scene indimenticabili, come quella dei tribunali popolari che ricordano il più sinistro stalinismo e le peggiori nefandezze della Banda dei quattro, con il giudice ragazzino che lascia ai condannati la doppia opzione, la morte o l’esilio, solo che l’esilio equivale ad avventurarsi sull’Hudson ghiacciato e a essere inghiottiti dall’acqua, in una versione post moderna delle medievali ordalie, con il ghiaccio al posto delle fiamme. Non bastasse, c’è anche una digressione (è la meno convincente del film) in aree islamiche (dalle architetture si direbbe qualcosa tra Pakistan, Afghanistan e India Moghul, chissà), con tanto di prigione-pozzo che pesantemente allude a Abu Ghraib e alle carceri afghane in cui appena dopo l’intervento amricano si tenevano rinchiusi i talebani catturati. Un corrusco affresco davvero smisurato che ti risucchia dentro e non ti molla. A tratti magnifico davvero. Opera così totale da prestarsi a ogni possibile lettura e interpretazione, comprese quelle politiche, e le più divergenti. C’è chi in America l’ha definito di destra per via della condanna così evidente dell’anarchismo di Bane e del suo sogno rivoluzionario così simile sia il rotolar di teste di massa del Terrore francese sia ai più sanguinari ottobri rossi. E per via, aggiungono, dell’esaltazione degli individui, degli eroi solitari come unica possibile salvezza e riscatto dell’umanità. Macchè, film di sinistra, arrivano invece a dire dall’altra parte, con la sua critica alle élite inette, corrotte e incapaci e alla diseguaglianza sociale madre di ogni conflitto e instabilità. Ma quello di dare un’etichetta politica al film di Nolan è esercizio vetusto che riduce a schemi prevedibili un’opera gigantesca e anche magmatica, dunque non imbrigliabile. Semmai c’è da rilevare come ancora una volta il film di riferimento, il film matrice, il film modello si confermi essere Metropolis di Fritz Lang. La selva di gattacieli di questo Il cavaliere oscuro, la sua fantasmagoria tecnologica, la divisione tra la città che sta in alto e quella che vive negli abissi, nei cunicoli, ecco, viene tutto da lì, stava già in quel capolavoro così lontano (1927!) e così incredibilmente vicino.

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