Recensione: LIFE – Non oltrepassare il limite, un film di Daniel Espinosa. Acthung, c’è un alieno a bordo!

519838Life – Non oltrepassare il limite, un film di Daniel Espinosa. Con Jake Gyllenhaal, Ryan Reynolds, Rebecca Ferguson.
520463Sì, è la solita storia, quella dell’Alien di Ridley Scott (ci cui è imminente il prequel numero 2 dopo Prometheus, Alien: Covenant). Stazione spaziale orbitante intorno alla Terra deve esaminare il misterioso materiale raccolto da una sonda su Marte. È la prova che c’è vita oltre alla nostra? Eccome se c’è, ed è un mostro orrendo, anche se all’inizio si presenta come una graziosa creaturina. Il regista Daniel Espinosa gira con molta eleganza, aprendo con un piano sequenza lunghissimo e avvolgente. Ma la storia non si schioda dal déjà-vu. Voto 6 e mezzo
518900Si comincia benissimo, con un avvolgente piano sequenza all’interno di una stazione soaziale orbitante intorno alla terra, minuti e minuti senza stacchi con la mdp sinuosa che esplora gli interni, penetra nei cunicoli, sta addosso a chi ci abita e lavora, per poi allointanarsi e scrutare il vuoto là fuori e poi ritornare ancora sugli umani a bordo. Bello davvero, e applausi al regista svedese (di genitori espatriati cileni ai tempi di Pinochet) Daniel Espinosa, già autore in America di un discreto spy-crime, Safe House, protagonista Ryan Reynolds che ritorna anche qui (e in un ruolo non così rimarchevole: l’avrà forse fatto per amicizia con Espinosa). L’eleganza del riprese e della messinscena dura, anche senza più interminabili long take, fino all’ultima scena. Espinosa gioca di classe e di fino mostrandoci quel che sa fare e quel che potrebbe fare in futuro. Perfino l’alieno – perché questo film è l’ennesima variazione sul tema alieno a bordo – ha un design che finalmente si discosta da quello codificato dall’Alien di Ridley Scott, presentandosi nella sua fase germogliante come tenera, inoffensiva creaturina tra il vegetale e un qualcos’altro di indefinito, flessuosa come un’erba d’acqua. A funzionare meno in questo Life (però un titolo meno sdato lo si poteva anche trovare), che oltre all’eleganza visiva ha anche il merito di renderci sopportabili e agili le spieghe tecnologico-scientifiche (vera zeppa di quasio tutti i sci-fi), è il racconto. Che è quello classicissimo e mille volte vist0 – in versione fantascientifica ma anche no – dell’aiuto, c’è un estraneo (mostruoso) a bordo. Genere che nella sua versione spaziale ha raggiunto la forma perfetta, fino a stabilirsi come canone, con il già citato Alien di Ridley Scott, di cui nei prossimi mesi vedremo il secondo prequel dopo Prometheus. Titolo: Alien: Covenant. Qui in Life non si toglie ma neppure si aggiunge niente a quello scheletro narrativo e prototipo ormai usato e riusato infinite voglie. Tutto è prevedibile, fin da quando la stazione spaziale imbarca il materiale prelevato da una sonda spedita su Marte, materiale organico che si rivelerà ben presto cellula germinale, o embrione, della cosa prima carina e gentile, e poi letale. Anche il finale, che vorrebbe essere spiazzante, rientra in schemi narrativi déjà-vu. Il resto è una gara a eliminazione tra equipaggio e alieno (e indovinate chi vincerà), secondo la progressione drammatica così ben delineata da Agatha Christie nel suo Dieci piccoli indiani, detto anche … e poi non rimase nessuno. Facile anche capire chi soccomberà e chi resterà. Espinosa e gli sceneggiatori buttano dentro molte memorie di passati film di sci-fi, e nello smarrimento degli abitanti della stazione, nella loro paura di andare alla deriva, nei loro tentativi di tornare a casa, ci sono echi corposi di Gravity di Alfonso Cuaron, ormai un classico. Il cast con attori americani, russi e giapponesi rispecchia la composizione sovranazionale dellla crew della stazione (siamo in futuro imminente dove evidentememnte son sparite certe tensioni dell’oggi, tipo quelle tra Occidente e Russia putiniana, e allora alle zusammen! in una Onu del cosmo). Gli spettatori in Anerica non hanno granché apprezzato: parecchio al di sotto della attese gli incassi del primo weekend, e anche in Italia il risultato non è stato mirabolante. I due divi Ryan Reynolds e Jake Gyllenhaal hanno ruoli non così importanti e decisivi: lo spazio narrativo è equamente e democraticamente diviso tra famosi e meno famosi, tra uomini e donne, e forse anche questo correttismo ha finito col penalizzare il film.

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