Recensione: LA TARTARUGA ROSSA, un film animato di MIchaël Dudok De Wit. Un incanto che si perde nei Grandi Discorsi sulla Vita

Fusion x64 TIFF File077819La tartaruga rossa, un film animato di Michaël Dudok De Wit. Scritto da Michaël Dudok De Wit e Pascale Ferran. Realizzato dallo Studio Ghibli. Uscito al cinema il 27, 28 e 29 marzo, e ancora in qualche sala. Fusion x64 TIFF FileSe sentite dire “è un film così poetico!”, sparate a vista. Qui la poesia somiglia fin troppo a quella dei famosi cartigli del cioccolatino. Film animato di un signore olandese che si è avvalso del mitologico Studio Ghibli di Miyazaki, La tartaruga rossa incanta con il suo segno grafico e le atmosfere sospese. Purtroppo quello che ci sta dentro, la storia, convince molto meno. Si parta in modalità Robinson Crusoe, per poi virare bruscamente nel fantastico con metamorfosi à la Ovidio. Ma il peggio è quando il film si fa pensosa riflessione sulle Grandi Tappe della Vita. Voto 5 e mezzo 118184È l’anno – inteso come annata cinematografica – dell’animazione colta, autoriale, d’alta gamma, depurata di ogni stupidèra fanciullesca. E invece interrogantesi sul mondo, sulle realtà anche aspre e dure, e perfino sul senso della vita (e non per far ridere alla Monty Python). Prima – in ordine di apparizione nelle nostre sale – La mia vita da zucchina dello svizzero Claude Barras, semplicemente meraviglioso, il migliore a oggi della piccola serie. Che è continuata con Le stagioni di Louise (désolé, non ce l’ho fatta a recensirlo), ottimo nei suoi venti minuti iniziali con quell’atmosfera sospesa e metafisica da piccola apocalisse silenziosa, salvo poi inchiodarsi e girare a vuoti in fatterelli e storiucce di poco interesse, e adesso ecco La tartaruga rossa. Che è arrivato per soli tre giorni nei cinema (27, 28 e 29 marzo) carico di gloria e ottime recensioni in tutte le lingue. E con il Premio speciale vinto a Cannes a Un certain regard. Si sono usate e sprecate molte belle parole, molte stellette e palline anche da parte dei critici più accigliati. Sicché io, che a Cannes me l’ero perso, già mi apprestavo al godimento del quasi capolavoro. Invece, delusione. Delusione grande. La collaborazione tra il regista olandese Michaël Dudok De Wit (leva 1953: non proprio un ragazzino, anche se questo è il suo primo lungometraggio dopo molti corti, come peraltro non è un giovanotto l’autore di Le stagione di Louise Jean-François Laguionie, addirittura del 1939) e lo studio giapponese Ghibli, ovvero la fabbrica dove ha realizzato le sue cose il genio Miyazaki, funziona mirabilmente per quanto riguarda il segno grafico. E assai meno per quanto riguarda il racconto. Si resta incantati da com’è resa visivamente l’isola deserta in cui approda il naufrago protagonista – collocata in un altrove indeterminato ma si suppone alquanto esotico da Mari del Sud, e in un altrove (a)temporale -, dal disegno sobrio, non naturalistico, che tende alla rarefazione se non proprio all’astrazione costruendo atmosfere sospese e metafisiche (molte le analogie con la prima parte delle Stagioni d Louise). E dentro questa cornice di massima essenzialità poi dettagli di estrema precisione, come il bosco interno di bambù e quel mare di fogliame che si muove al vento sprigionando un rumore e tremore di fondo. Come altri rumori, squittii e bisbigli naturali fanno da suono a un film muto, nel senso almeno di privo di parole dei suoi protagonisti umani (perché da un certo punto in avanti il solitario naufrago sarà meno solitario, ma non diciamo troppo, sennò le paranoie infantiloidi da spoiler si scatenano). Ecco, in questo incanto che, via Studio Ghibli, ricorda la rarefazione e l’eleganza delle stampe orientali (giapponesi e cinesi) che tanto affascinarono la cultura d’Europa tra Otto e Novecento, non c’è una storia adeguata, troppo indecisa tra più trame e tra realismo e (ir)realismo magico-fantastico spinto, trame in sé anche interessanti, ma incapaci di saldarsi tra loro in un insieme coerente. La prima parte è scontata, ma di massima efficacia, nel suo rivisitare l’archetipo Robinson Crusoe, con lo spaesamento e insieme l’incantamento e la soggezione di fronte a una natura selvaggia, amica e ostile, e non mancano nemmeno i tentativi di fuga con classica zattera fai da te. Zattera che però viene puntualmente ostacolata e poi distrutta, da una misteriosa tartaruga rossa gigante, una specie di Moby Dick nel suo prendersela con il povero simil-Robinson. Oltre che simbolo del predominio della natura sull’umano. Ed è con l’apparire della tartaruga che il film vira clamorosamente entrando in un’altra dimensiona, quella fantastica della metamorfosi (Ovidio dove stai?), quando da animali nascono creature umane, in un ciclo che si concluderà con il ritorno allo stato animale. E qui il passaggio dalla prima parte è brusco, con evidenti incongruenze rispetto a quanto s’era visto. Solo che il passo lento impresso da De Wit non subisce la minima scossa, il minimo cambio di marcia, pur in presenza di un cambiamento tanto deciso del registro narrativo. Il guaio vero però è quando il film pretende di farsi rappresentazione esemplare dell’arco di esistenza dell’animale chiamato Uomo, quando ci mostra puntigliosamentre e purtroppo anche con pedanteria tutte ma proprio tutte le pietre miliari, i passaggii che segnamola vita, anzi la Vita.(“Si nasce signora mia, si cresce, ci si sposa, si fan figli, si invecchia, e poi signora lascio a lei concludere, e però sappia che ogni morte è un rinascita, dunque non c’è da disperarsi”). Ecco, qui il film si fa finto-pensoso e realmente banale, dolciastro e stucchevole. Si fosse attenuto De Witt al suo robinsoncrusoismo di partenza ci averebbe dato un film forse meno ambizioso, ma più compatto, e non così fastidiosamente arty. I Massimi Sistemi, si sa. van sempre maneggiati con cura, con l’animazione o in live action, anzi l’animaziomne rischia di aggiungere col suo gentilismo sempre un po’ infantile ulteriore retorica al Grande Discorso, come se ce me fosse bisogno. Nella parte metamorfica, quella che confonde l’umano e l’animale sottolinenando non il confine ma le sfumature e i punti di raccordo e di passaggio da una condizione all’altra, si sente la mano di Pascale Ferran, cossceneggiatrice di De Wit in questa imoresa. E autrice in proprio di film interessanti perché non omologati, come quel bellissimo Bird People dato a Un Certain Regard a Cannes 2014 e purtroppo passato inosservato, dove si tracciava una continuità tra umanità e mondo degli uccelli. Se là l’operazione riusciva molto bene, qui, tra le mani di De Wit, decisamente meno.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, animazione, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi