Istanbul Film Festival, recensione #3: SALT AND FIRE, il nuovo film di Werner Herzog

79_1Salt and Fire, un film di Wener Herzog. Con Veronica Ferres, Michael Shannon, Gael Garcia Bernal. Sezione Challenge the Years.
79_2Ritorno di Werner Herzog alla fiction dopo una serie di (bei) documnetari. Ma ilrisultato è perlopiù imbarazzante. Una storiaccia tipo ecothriller con delegazione Onu mandata a indagare su un disastro naturale andino e subito sequestrata da un capobanda. Per quale motivo? Non si capisce bene, e comunque il villain non è poi tanto cattivo. Dialoghi pensosi e filosofeggianti inudibili. Ma Herzog sa sempre costruire immagini potenti, soprattuto quando deve rendere ilsenso della natura e della sua onnipotenza. E la parte nell’isola dei cactus con i due bambini ciechi è meravigliosa. Voto (tenendo conto del meglio e soprattutto del peggio): 5
79_3Non sapevo che l’infaticabile, vispissimo 75enne Werner Herzog, tra un documentario e l’altro, oltretutto assai fisicamente impegnativi come quello sui vulcani, e tra una comparsata e l’altra ai festival e in qualche film di un qualche amico o devoto allievo, tra un masterclass e una conversazione pubblica (i ragazzi che fanno cinema lo adorano, è uno dei pochi vecchi maestri non rottamati, e accorrono in massa alle sue conferenze), avesse trovato anche il tempo di ridarsi – come regista – al cinema fictionalizzato. Poi ho visto nel programma dell’Istanbul Film Festival questo suo Salt and Fire di cui fino a quel momento avevo ignorato l’esistenza, e mi son detto: un nuovo Herzog merita da solo il viaggio fin laggiù. Sbagliavo. Non avevo ancora visto il film, davvero brutto, mica per niente da IndieWire brutalmente liquidato come il peggior Herzog di sempre. Diciamo che l’impianto narrativo è al limite del demente (è tratto dal racconto di un signore di nome Tom Bissell che aveva già ispirato un insopportabile film visto a Locarno qualche anno, The Loneliest Planet, poi diventato per misteriosi motivi un culto internazionale), un pomposo e pensoso falso thriller – siamo nell’era dei fake – a sfondo ecologista e di piglio e tono impegnatissimo. Una stupidata, se non fosse che Herzog è Herzog, uno che dal peggio sa sempre estrarre qualche meraviglia, lui che per essere sensibile alla natura e all’ambiente mica ha aspettato i Verdi arrivandoci molto in anticipo, lui che ecofriendly lo è sempre stato e dunque è tra i pochi legittimato a trattare certe cose e, ebbene sì, anche a sparare sul tema una qualche cazzata in forma di film. La storia di questo Salt and Fire è ridicola, però c’è l’occhio di Herzog, e conviene cogliere le immagini che ancora sa costruire come pochi per comunicarci l’immensità del creato, e lo sperdimento che si prova di fronte alla potenza della natura. Herzog in qualche modo ripercorre se stesso e le proprie ossessioni, mettendoci dentro un qualcosa di Aguirrre e Fitzcarraldo. In un film di parole ridicole ma di incantata visualità, e dunque l’ideale è vederlo silenziando il sonoro.
Siamo ancora in America Latina, come in tanto Herzog, suo continente feticcio e ossessione-compulsione. Non in Amazzonia, ma su certe Ande boliviane sinistre e desolate, lontane da Dio e dagli uomini, almeno dagli uomini buoni, giacché i cattivi ci stanno eccome in quell’inferno. Tre ecospecialisti inviati dall’Onu (maddài!) – una signora assai assertiva e due signori – stanno per arrivare lì con l’incarico di indagare sullo strano fenomeno detto Capo Blanco, un cataclisma naturale che ha ucciso la vita in una vasta area e esteso il già smisurato deserto di sale della zona. Ma al piccolo aeroporto in cui scendono vengono rapiti da una banda armati di uomini incappucciati e portati in una villotta di campagna fatiscente ma di gran fascino coloniale dove si presume dimori il capo. Un luogo assai herzoghiano. Tutto questa prima parte action è condotta dal regista in modi spicci e sicuri, si vede che il budget è ridotto e non si possono fare le cose in grande tipo Sicario, per dire di un film di climi analoghi a questo inizio. La professoressa che per l’Onu deve redigere il rapporto è la più maltrattata e malmenata dal misterioso capo, mentre i due signori vengono separati e messi fuori combattimento ben presto da un attacco di diarrea. Uno dei due è Gael Garcia Bernal, sprecatissimo, imbarcato in questo film chissà perché visto che la sua è poco più di una comparsata, oltretutto scema, essendo il suo personaggio quello di un italiano (già, nel cinema americano chiamano un messicano a fare l’italiano) di nome Fabio Cavani smanaccione e voglioso di sesso sempre attaccato alla prof. Puro cliché insomma. Liquidato Gael Garcia Bernal dai problemi intestinali (Bernal che, guardacaso, stava anche nell’altro film tratto da Tom Bissell, The Loniest Planet,) non ci resta che la ricercatrice, imterpretata legnosissimamente dalla tedesca Veronica Ferres, un donnone imponente non dotata della minima grazia. Per fortuna quando il capo si toglie la maschera scopriamo che si tratta di Michael Shannon, uno dei miei attori preferiti. Il quale torna con Herzog dopo My Son, My Son, What Have Ye Done, quello sì bellissimo,, in uno dei soliti ruoli suoi di fuori di testa però con lo strazio dentro. Perché ha rapito la ricercatrice e gli altri? Cosa vuole? Non si capisce granché. Lui dice di far parte di un misterioso Consortium, una multinazionale cattiva che ha scaricato in quell’area certe scorie industriali pericolose innescando il fenomeno del Cabo Blanco. Tra lui e l’ecologa è continua battaglia verbale, tutto un ping-pong sui massimi sistemi, su cosa sia giusto fare e non fare per salvare il platea, e su come il mondo sia in pericolo. E sul terremoto dal nome indio da molto a tempo annunciato e che da certi segni sembra avvicinarsi: scoppiasse davvero, sarebbe una catastrofe per il mondo tutto. Siamo ai confini col magico, si sente e si pre-sente, più da sciamani che da scienziati-ricercatori. Terribile. Intendo il dialogo e la filosofia spicciola ambientalista e del siamo-tutti-figli-della-natura. Poi chissà perché la ricercatrice viene confinata dalla banda su un’isola di cactus al centro dello sterminato mare di sale, lasciata lì con un po’ di scorte e due bambini locali ciechi e sordi, si presume per le pessime condizioni ambientali. Cos’è, una sfida del boss? Un mind-game? Fatto sta che lei dovrà arrangiarsi a sopravvivere in compagnia dei due ragazzini indios, in un’Isola dei famosi però più cattiva, visto che non si sa quale sia la fine riservatale dal suo padrone-carceriere. Però questa parte, con i due bambini ciechi, è meravigliosa, puro Herzog, con quel senso tutto suo di piccole esistenze e resistenze umane a fronte della natura possente e sovrastante. Il film, pessimo, merita  per questa parte, e naturalmente per Michael Shannonm che anche nelle parti più sciagurate, come stavolta, sa riempire lo spazio schermico e dare un senso perfino al nulla. E c’è la natura secondo Herzoig, il che merita sempre.

 

 

 

 

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