Istanbul Film Festival. Recensione #4: MYTHOPATHY di Tassos Boulmetis, il film greco che ha aperto il festival

12622236_1705011329715631_7358099362000939522_oSchermata 2017-04-08 alle 19.43.59Mythopathy (Notias), di Tassos Boulmetis. Con Giannis Niaros, Themis Panou, Maria Kallimani, Argyris Xafis, Errikos Litsis. Sezione Galas.
12615526_1705013309715433_5770507601618341441_o12525601_1705013243048773_6643911952677427228_oUn film greco (e di un autore greco nato a Istanbul) ha inaugurato il festival, ed è una scelta che molto parla dell’identità di frontiera di questa manifestazione. Il regista è lo stesso che firmò parecchi anni fa Un tocco di zenzero, gran successo internazionale. Stavolta racconta infanzia e giovinezza di Stavros nella Grecia tra Sessanta e Settanta. Con la scoperta del cinema e delle donne. E lo spetttatore (ri)scopre che il cinema greco non è solo quello cupo e accigliato dei Lanthimos e Avranas. Voto 6+
69_2-1Che questa edizione numero 36 dell’IKVS Film (l’IKVS è il centro culturale che organizza il festival e altri eventi) sia stata aperta da un film greco vuol dire qualcosa. Intendo, politicamente. Perché tra Turchia e Grecia le differenze e anche le ostilità sono secolari, diciamo dalla conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi nel 1452, e non serve aggiungere altro (mica per niente Samuel Huntington nel suo fondamentale e profetico Scontro di civiltà fa passare tra i due paesi una delle più infiammabili linee di confine tra Islam e cristianesimo orientale). Dunque con Mythopathy l’Istanbul Film Festival dichiara subito – ed è un segnale e fors’anche una velata dichiarazione di dissenso nei confronti dell’attuale Turchia neo-ottomana com ambizioni egemoniche nell’area – il porsi come ponte, come punto di interscambio, confronto e mescolanze, come modello su piccola ma non trascurabile scala di società aperta in un momento in cui le barriere non cadono ma si alzano. Tanto più significativa, la scelta di Mythopathy, perché il suo regista Tassos Boulmetis è un greco nato a Istanbul, nell’enclave cristiana che tuttora sopravvive in città intorno al patriarcato del Fener, scappare da bambino con la famiglia in seguito ai porgrom e alle pulizie etniche antigreche nella Istanbul dei primi anni Sessanta. Tutte cose che raccontava e rievocava nel suo film precedente del 2003, Un tocco di zenzero, un film venduto in tutto il mondo, molto premiato e molto visto, pure candidato all’Oscar per il migliore film straniero. Vi ricordate una commedia gentile e appena speziata di una qualche malizia? Sì, questo era un Tocco di zenzero, ma dietro quel tono bonario la ricostruzione della convivenza tra greci e turchi in un quartiere di Istanbul degli anni Cinquanta era assai precisa, come precisissimo era il racconto della caduta, della fine del sogno di Costantinopoli per il piccolo protagonista, della fuga in Grecia.
Greco stanbuliota, Boulmetis è tornato qui qualche giorno fa a presentare il suo nuovo film, il primo dopo 14 anni. Che difficilmente replicherà il successo travolgente di Un tocco di zenzero, ma che si lascia guardare volentieri, confermando in pieno la mano sapiente del suo autore, la sua abilità di storyteller, la capacità di confezionare un cinema di immediata godibilità pur ticcando, meglio sfiorando, faccende serie. Cinema anche piacione, fin troppo carino, ma di sicura presa. Come in Un tocco di zenzero, c’è la storia e il ritratto di un microcoscmo familiare, con un bambino al centro che poi diventa un adolescente e un giovane uomo, in un esemplare racconto di formazione in cui immagino ci sia un qualcosa di autobiografico. Quello di Boulmetis è l’altro cinema greco, quello con la faccina smile impressa, distante anzi contrapposto al ben più importante, ma anche più angoscioso e crudo e disturbante, cinema di Lanthimos e Avranas.
Grecia primi Sessanta. Stavros è un bambino assai curioso del mondo, e curioso delle donne. Con la testa sempre in subbuglio e la fantasia sbrigliatissima a reinventare e capovolgere i miti greci (“saltrano fuori i soldati dal cavallo di Troia e si alleano con i Troiani anziché ammazzarli”), con gran scandalo di professori e vicini. Mitopatia, battezzano quella sua strana sindrome. Che però quando sarà grande si rivelerà preziosa. Pecisamente quando, all’Università, Stavros – sono gli anni Settanta dell’impegno militante – entrerà a far parte del collettivo studentesco di cinema. E le sue bizzarre idee sui miti finiranno nel copione del rivoluzionario film che si vuole girare. Non c’è molto, ma il clima della Grecia degli anni Sessanta e Settanta è tratteggiato con ironia e finezza, e la soperta del mondo attraverso la politica del giovane Stavros pure. Con quelle donne che gli ronzano intorno, e alle quali lui cede volentieri. Con quel set rivoluzionario dove ogni scelta di scneggiatura e di regia,  e perfino di uso delle lenti, viene votata per alzata di mano (i cinquestelle non hanno inventato niente con la denocrazia diretta e senza fine via web). Il problema, come in Un tocco di zenzero, è che Boulmetis ingentilisce troppo, riscrive il passato con eccessiva indulgenza, e insomma saranno stati anche belli e scoperecci i collettivi militanti, però quanta stupidità ideologica, e quanto dogmatismo, quanta intoleranza. A uno che vorrebbe fare un viaggio a New York la superpasionaria del gruppo replica dura che bisogna andare aSantiago e a Cuba “perché oggi tutto succede lì”. Si va anche a Mosca, a reciotare le tragedie greche. Ma si può? Boulmetis va cautissimo anche con la storia del regime dei colonnelli, appena accennata. Meglio allora quando racconta le cose minile, come la finta amicizia ostentata dal padre con Aristotele Onassis. Mythopathy non è un gran film, è solo un film medio ben fatto, ma che abbia aperto l’Istanbul Film Festival è cosa importante. Yiannis Niarros, il protagonista, somigliantissimo a Gael Garcia Bernal. (Però, se in Mythopathy il giovane Stavros cresce nel culto di Godard di cui si cita più volte l’aforisma “ogni inquadratura è un scelta moarele”, il cinema di Tassos Boultemis  di godardiano non ha proprio niente).

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