La Istanbul di oggi è l’Italia di domani?

Il filo spinato sul muro intorno alla Chiesa ortodossa

Il filo spinato sul muro intorno alla Chiesa ortodossa

Blindato della polizia in Istiklal Caddesi

Blindato della polizia in Istiklal Caddesi

Manifestazione di rifugiati siriani a Galatasaray

Manifestazione di rifugiati siriani a Galatasaray

Arrivi all’aeroporto Ataturk e realizzi subito di essere in un’altra parte di mondo. Controllo passaporti: mica siamo nell’area Schengen, qui sei uno straniero nel senso più pieno, uno che viene da un altrove, dunque in fila, tu e gli altri ammassati in un serpentone infernale di centinaia, forse migliaia di persone, con la faccia tra il disperato e il rassegnato, ragazze piercingate, donne velate e velatissime dai paesi del golfo (tutte in nero, e quante sono, e quanti bambini, e quanti ingrombranti passeggini, oltre ai soliti diabolici trolley finti bagagli a mano che occupano inutilmente preziosi decimetri quadri di suolo altrimenti calpestabili e ti arrotano i piedi), e giovani valenti e vecchi canuti e declinanti, e gente sulla sedia a rotelle e gente che spinge la sedia a rotelle. Sì, alle zusammen in una bolgia dantesca che non sembra finire mai. C’è voluta un’ora buona prima di arrivare in prossimità degli dei preposti al tuo passaggio o alla tua cacciata nella terra di nessuno. Dei, perché questa è un’ordalia. Dei che dall’alto degli scranni e protetti dalle loro gabbie sicuramente a prova di ogni possibile poiettile pronunciano la sentenza. Al loro cospetto la massa si deve scindere. Passaporti internazionali a sinistra, nazionali a destra. Gli internazionali hanno cinque gabbiotti-sportelli a disposizione (due sono chiusi, secondo il modello poste italiane: avete mai visto in un ufficio postale nostro tutti gli sportelli aperti? Io mai nella vita). Da qualche metro di distanza vedo una donna che alza il velo che le copriva la faccia per mostrarlo al funzionario. Arrivo finalmente di fronte al mio giudice, e lo scopro assai magnanimo e solerte, insomma il ragazzo fa quel che può per sveltire la pratica e smaltire la calca dei mille disperati. Quando esco dall’inferno mi precipito al ritiro bagagli, sperando che nel frattempo la valigia non sia finita chissà dove per sopraggiunti limiti di attesa. Difatti al nastro ci sono i bagagli dei due voli successivi, e comincio a innervosirmi. Invece, ecco la valigia spuntare proprio in quel momento, e almeno questa è fatta.
Così l’impatto con Istanbul, dove son venuto un po’ per venirci e un po’ per seguire l’Istanbul Film Festival. I taxi fuori dall’Ataturk sono una quantità, e ci metto meno di un minuto a beccarne uno e farmi portare all’hotel, situato in zona strategica in fondo alla Istiklal Caddesi, a due minuti dall’ufficio stampa dove ogni mattina devi passare a ritirare i biglietti per i non press-screening e a due passi da parecchie sale del festival (non tutte). Bene, arrivo al Richmond e vedo l’ingresso quasi ostruito da poliziotti in assetto antisommossa, più camioncini, auto, moto, autoblindo sempre della Polis (polizia in turco) ammassati a far da barricata davanti all’attigua entrata al consolato russo. Già, perché l’Hotel Richmond è incastrato nel consolato putiniano, e dunque potete immaginarvi le misure di sicurezza. Non bastasse, di lì a poco nello slargo a pochi metri comincia una vociante manifestazione di sicuro legata al referendum del 16 aprile in cui i turchi dovranno decidere se conferire o meno più poteri a Erdogan e prolungarne il mandato oltre gli attuali limiti. Referendum caldo, altro che il nostro dell’altro mese. Nella confusione non riesco a decifrare da quale parte stiano i manifestanti, se pro o contro il Reis; suppongo contro, ma non mi sembra il caso di chiederlo ai poliziotti, né tantomeno a qualche manifestante. Tenete conto che quando ho cercato di fotografare l’ingresso con relative barricate del consolato russo – due scatti con l’iPhone, niente di che – sono stato inseguito da un poliziotto che mi ha ingiunto di aprire il file e cancellare le due foto. Cosa che ho fatto (e che, mi mettevo a discutere in turco sulla libertà di stampa e bla bla bla?). Sì, lo so, succede anche a Milano al consolato americano, e però qui, nella sera fredda di Istanbul, con la folla urlante, le camionette ammassate, le mitragliette spianate, fa un po’ più impressione.
Il giorno dopo, e il giorno dopo ancora e ancora, mi sono dedicato al cinema, inteso come i film dell’Istanbul Festival. Rendendomi conto che la nostra normalità di vita, e di cine-visione, non abita qui, e credo da un bel po’. In ogni cinema, e in ogni shopping center contenente una multisala, devi passare il check point. Come da noi in aeroporto. Metal detector, borse rigorosamente controllate, e sempre sotto l’occhio di poliziotti perlopiù privati e armati (dev’essere un mestiere che non conosce crisi). Lo stesso in metropolitana: controllo bagagli e metal dectector. E girando per strada ecco il consolato inglese, colpito nel 2003 da un attentato qaedista, trasformato adesso in un forte con un muro di cinta quasi invalicabile. Ecco camionette e barriere davanti al consolato olandese, ecco il filo spinato sul muro che corre intorno alla chiesa ortodossa tra la Istiklal e la Siraselvirel Caddesi. Gli stanbulioti si saranno abituati, ma chi viene dall’Europa di Schengen proprio no. Credo sia il modello israeliano, che ormai si sta estendendo – vista la globalizzazione della minaccia terroristica – dappertutto. E Istanbul, città da sempre inquieta, e bersagliata negli ultimi due anni da attentati di ogni tipo (pure contro i turisti, e pure in aeroporto) è stata tra le prime ad adottare lo schema di difesa e prevenzione di massa. Mi dicono che qui la gente ha paura anche se non lo dà a vedere, che tende a disertare i luoghi pubblici non protetti e a concentrarsi nei mall, vere nuove fortezze con un costoso e efficiente apparato di sicurezza. Quanto alle strade e alle piazze, al territorio come dicono i burocrati italiani, posso parlare solo della fetta di Istanbul in cui mi sono mosso finora. Bene, l’imprescindibile piazza Taksim, centro e epicentro della città e di ogni suo evento pubblico, è presidiata ma non occupata militarmente dalla Polis (la piazza è molto cambiata rispetto a quando l’avevo vista nel 2003: allora era attraversata da un fiume rombante e intossicante di macchine, adesso è tutta pedonalizzata e pavimentata con qualche panchinazza di granito qua e là, e l’effetto è agghiacciante: un’enorme spianata desolata e sinistra dal tono vagamente real-socalista dove la gente, poca rispetto ad allora, vaga smarrita in cerca di appigli e punti di riferimento. Hanno risistemato anche la piccola area intorno al monumento ad Ataturk, ridotto le aiuole, pavimentato quasi tutto, togliendo qui punti in cui ci si poteva sedere a guardare il passaggio: ma perché? Quanto al vicino Gezi Park, per cui ci sono state lotte feroci qualche anno fa per impedire che fossero abbattuti gli alberi e che al loro posto sorgesse non ricordo che cosa, è sopravvissuto, ma provato assai. La parte che si affaccia su Piazza Taksim è stata livellata e spianata, via gli alberi e il non tantissimo verde che c’erano, e ai lati sostano minacciose scavatrici con mucchi di terra: proseguiranno i lavori? Al momento il resto del parco però resiste. Ma anche qui sembra essere scoppiata una bomba N che abbia fatto fuori gli umani e lasciato le cose: le gradinate che dal parco piombano sulla piazza e che ricordavo affollatissime, anche perché lì sotto arrivavano e partivano gli autobus, adesso sono semivuote, e stringe il cuore. C’è da dire che fa molto freddo e che con il sole le cose potrebbero migliorare, speriamo bene), La polizia dilaga in tutta la Istiklal Caddesi, la ex Grande Rue de Péra, che da Taksim si diparte ed è la vena in cui scorrono il giorno e la notte della città. Un controllo asfissiante, che almeno ti mette al riparo dalla paura, che assale ogni viaggiatore euopeo in un posto vagamente esotico (qui il vagamente è obbligatorio) di essere derubato. La libertà sembra inversamente proporzionale alla sicurezza, ed è una considerazione amara. Anche nel 2003 non si scherzava con i controlli, ma allora, se ricordo bene, era l’esercito a presidiare Piazza Taksim e il cuore della Istiklal, Galatasaray, all’altezza del Lisesi (Liceo). Ora è la Polis, che dipende immagino dal ministero degli interni. Un cambiamento che vorrà pur dire qualcosa (lascio agli esperti di cose turche la valutazione al riguardo).
Ogni volta che per entrare in un cinema o in metrò devo sottopormi al metal detector e al controllo della borsa mi chiedo se sarà questo il nostro domani, il domani di noi italiani, di noi europei tutti. Se la minaccia terroristica, nelle sue infinite forme, avanza, temo che nessuno ci salverà dalla diffusione e moltiplicazione esponenziale delle barriere protettive.
Certo c’è uno specifico turco, in tutto questo, non estendibile altrove, non esportabile. Questo è un paese che sembra avere una predilezione oscura per il controllo (del territorio e delle vite), per la sicurezza come apparato e sistema burocratico pervasivo. Paese di democrazia mai perfetta, in cui paradossalemente dopo la rivoluzione kemalista è stato l’esercito il garante del laicismo e dell’occidentalizzazione imposti forzatamente dal padre della nuova Turchia. Il culto degli uomini d’ordine, e preposti per mestiere all’ordine, è forse una costante che ha a che fare con l’anima, o se volte con l’antropologia, turca. Una parola in più per le chiese, dove le nuove protezioni si aggiungono alle antiche. Antiche protezioni e costrizioni. Qui, in terra islamica, le chiese, che siano cattoliche o ortodosse, sono da sempre presenze discrete, mai esposte, celate in cortili interni, separate dalla strada da muri o da grate metalliche, come quella di Sant’Antonio sulla Istiklal, la più importante della città. Oggi è domenica delle palme, la messa in Sant’Antonio è in italiano e si distribuisce l’ulivo o qualche ramoscello che gli somiglia. Nessuno tra i fedeli sembra avere paura, e meno male.

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2 risposte a La Istanbul di oggi è l’Italia di domani?

  1. rita scrive:

    Grazie per tutto, anche per questo articolo che ha condiviso con noi e che ho letto molto volentieri immaginando di essere la’.

  2. zioluc scrive:

    Surreale questa partecipazione al festival di Istanbul, mi fa venire voglia di essere lì anch’io. Begli articoli, bravo.

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