Da Istanbul. Ecco com’è REIS, il film che racconta infanzia e ascesa di Erdogan: la recensione

Reis-film_sceneReis (The Chief), un film di Hudaverdi Yavuz. Con Reha Beyoğlu, Ozlem Balci, Batuhan Isik Gurel.
Schermata 2017-04-11 alle 12.32.27Non fa certo parte del programma dell’Istanbul Festival questo film sull’infanzia e le prime, formative esperienze politiche del Reis, il Capo. Insomma Recep Erdogan. Un film uscito in marzo, evidentemente in vista e in funzione del fondamentale referendum di domenica 16 aprile. Doveva essere un successo, è stato un flop. L’ho recuperato in un piccolo centro culturale vicino al mio hotel, unico spettatore in sala. In turco, senza sottotitoli. Un’esperienza. 
Schermata 2017-04-11 alle 12.32.43La vera esperienza cinematografica di questo mio soggiorno stambuliota è, paradossalmente, fuori dal festival. Figuriamoci infatti se gli organizzatori dell’IKSV Film mettevano in programma quella che, secondo un’opinione pubblicata da Imdb, sarebbe il peggiore film dell’anno, anzi del secolo, anzi del millennio, anzi della storia (esagerati!). Vale a dire il biopic su infanzia e ascesa politica dell’attuale presidentissimo turco Recep Tayyup Erdogan, dal titolo Reis, che sta per Il Capo. Costato (sempre dati Imdb) oltre otto milioni di dollari e uscito in Turchia il 3 marzo, è stato un clamoroso flop al box office, disertato anche dalle folle che Erdogan lo adorano e lo votano. E che nel referendum di domenica 16 aprile voteranno per le riforme costituzionali che, se approvate, gli conferiranno poteri ancora più ampi.
Chiaro che l’uscita in sala sia stata programmato in vista dell’appuntamento elettorale, ma l’effetto propagandistico sperato evidentemente non c’è stato se il film, distribuito nel primo weekend din 300 sale, si è classificato solo al quarto posto al box office con la modesta quantità di 67.850 biglietti venduti. A realizzarlo è stata la Kafkasor Film Academy, una nuova casa di produzione senza altri titoli nel proprio listino. Location in Turchia e Cipro, 3000 gli attori impiegati. Cifre da quasi colossal.
Fino al mio arrivo a Istanbul non sapevo neanche che il film esistesse. Mai letto una riga sui giornali o siti italiani, e neanche su quelli stranieri che di solito consulto. Poi mercoledì sera camminando in Istiklal Caddesi noto, all’altezza di Galatasaray, fondamentale crocevia della vita della città (qui si concentrano molte manifestazioni, come quella dell’altro ieri dei rifugiati siriani), un poster con la faccia di un simil Erdogan. Mi avvicino, leggo il titolo, Reis, intuisco che si tratta di un biopic sul prsidentissimo. Sotto, il nome del centro culturale che lo programma – Tarık Zafer Tunaya Kültür Merkezi – e gli orari di proiezione. Pensavoche il centro fosse lì vicino, in fondo al vicolo semibuio che si apre proprio dov’era apposto (ed lo è ancora) il manifesto. Invece no, ho scoperto poi essere un po’ più giù, vicinissimo al mio hotel, sì e no a un centinaio di metri: segno evidente che dovevo proprio andarci. Strano comunque quel poster di dimensioni contenutissime, così discreto, quasi invisibile, niente a che vedere con le lenzuolate con la faccia del Reis che impeversano in più parti di Beyoglu in vista del giorno elettorale (anche da dove sto scrivendo adesso, al press office del festival, vedo due ritrattoni del Reis sventolare sopra la strada). Forse l’insuccesso ha indotto a smorzare i toni, o forse il film non è piaciuto a chi doveva piacere e gli è stata imposta la sordina. Ma son solo illazioni.
Torno in hotel, cerco in rete informazioni su Reis, quelle poche son tutte in inglese, in italiano solo un pezzo chiaramente di riporto dalla stampa straniera. Mi rendo conto che nessun giornalista, o non giornalista, italiano l’ha mai visto e mai recensito. E allora: sarà anche una ciofeca, sarà anche un’opera di propaganda, sarà anche insostenibile agiografia, ma non sarà il caso di andarlo a vedere? Faccio un salto al Tarık Zafer Tunaya Kültür Merkezi, sistemato in una palazzina assai discreta e non senza eleganza, facendomi largo tra gli invitati a un matrimonio che forse si festeggia proprio lì. Entro, trovo alla modesta reception un signore e una signora non proprio disponibili. Chiedo se posso vedere il film, ma loro niente, dicono che non parlano inglese, mi fanno segno di andarmene. Per fortuna interviene un signore assai gentile e mi dice che sì, il film lo proiettano nella sala nel seminterrato. Pago il biglietto, 4 lire turche, poco più di un euro, entro. Sono solo, Spettarore unico. La proiezione comincia puntualissima. Il guaio – ma lo sapevo e ho deciso di tentare lo stesso la folle impresa – è che è in turco senza uno straccio di sottotitoli in inglese, del resto perché mai avrebbero dovuto sottotitolarlo? Sono io il matto che lo vuole vedere. Così batto il mio precedente record, che era di un film in persiano con sottotitoli in olandese (al festival di Rotterdam). Per non scoraggiarmi mi dico che il cinema è immagine, è visione, è messinscena, più che parola. E poi qualcosa mi sono letto sul web, qualcosa so, un quadro di riferimento in cui buttar dentro quanto vedrò ce l’ho.Reis si muove su due piano temporali diversi che si intersecano, secondo una forma cinema non così primitiva ed elementare, e certo sconosciuta ai film di propaganda politica classici dove si prediligeva la massima linearità. Ma va anche detto che si tratta dell’unico azzardo in un film che per il resto si attiene a un’estetica e a codici linguistici da novela televisiva turca (un prodotto peraltro esportato con enorme successo in tutto il Levante e Medio Oriente), con il recupero di modi da cinema popolare turco del passato, soprattutto nella sua forma di melodramma. Il primo livello temporale è quello dell’infanzia del ragazzino Erdogan in un quartiere non certo affluente di Istanbul, Kasımpaşa. Il secondo quello della sua avventura politica con il partito islamico Refah, poi sciolto e messo fuori legge, e dei suoi quattro anni come sindaco di Istanbul, dal 1994 al 1998, l’esperienza che forgia la sua identità e la sua statura di leader.
L’Erdogan adulto, interpretato da un somigliantissimo Reha Beyoğlu, si muove ieratico e severo sullo schermo, mai un sorriso, sempre in assoluto controllo di sé, senza profondità psicologica ed emozionale. Una figura bidimensionale da poster elettorale, da agiografia, inquadrato rigorosamente di fronte, spesso con luci fortemente contrastate ad accentuare la drammaticità degli eventi. Ma quello che sorprende è che Reis dedica molto più spazio alla vita di Erdgan bambino che alla sua carriera politica, una scelta apparentemente paradossale per un prodotto di propaganda. E però questo consente di rievocare e ricostruire una Turchia tradizionale, aliena dalla modernità, contrassegnata da una fede nell’Islam diffusa, pervasiva e senza incrinature. Un Islam di uomini (e donne) pii, benevolenti, compassionevolìi, giusti. Che è la Turchia autentica o presunta tale di cui Erdogan si sarebbe poi fatto rappresentante politico, la Turchia alla cui purezza si richiama il suo messaggio politico, la sua rivoluzione perché di rivoluzione si tratta, in contrapposizione a quella laicista e occidentalizzante rifondata da Ataturk e per decenni occhiutamente preservata dall’élite militare.
La scena di apertura dà il tono al film, segnando quello che sarà il suo motivo conduttore, la repressione da parte dei militari ataturkiani di coloro che tengono viva e accesa la fiaccola della fede. Ecco difatti un povero vecchio brutalmente maltrattato da un soldato per aver recitato in arabo – e non in lingua tirca come imposto dalla rifondazine laicista del paese – la chiamata alla preghiera. Più tardi vedremo l’Erdogan bambino studiare il Corano e recitare anche lui in arabo le preghiere. Intorno a lui una famiglia, e vicini e amci di famiglia, di solida religiosità, e sono pianti ed è lutto allorquando si apprende che il primo ministro Menderes (siamo nel 1961), l’uomo politico che aveva tolto il veto di recitare la chiamata alla preghiera in arabo, è stato deposto e giustiziato. Erdogan bambino cresce in questo clima di repressione continua delle manifestazioni di fede, vede il padre e gli amici del padre finire in prigione. Intanto lui è il bambino perfetto, già autorevole, già riconosciuto leader dai compagni. Bravo a giocare a pallone (e lo si vede segnare un gol pirotenico in rovesciata che neanche Messi), figlio devoto in casa, alunno irreprensibile a scuola. Per guadagnare qualche soldo vende semi di girasole per strada, ama il cinema (e lo vediamo commuoversi come tutta la platea di fronte a un film turco che immagino essere un classico popolarissimo, in cui un uomo angariato non si capisce da chi e da che cosa urla la sua disperazione). Ad aggiungere qualche nota noir ci sono bande di perfidissimi di quartiere manovrate da un losco boss, cui si contrapongono i giusti e i pii. Mai per un momento l’inappuntabile e quasi robotico Erdogan bambino mostra segni di debolezza, di cedimento, di smarrimento. Un capo nato.
La sua missione da adulto comincia a compiersi con l’adesione al partito Refah. Naturalmente è resistenza continua contro l’oppressione laicista-militare, finché arriva il trionfo dell’elezione a sindaco di Istanbul. Ma bisogna di nuovo cadere per potere di nuovo risorgere. Erdogan viene arrestato per “incitamento all’odio religioso” dopo aver recitato davanti a una folla di suoi sostenitori una lirica sull’islam. E il film si chiude con un Reis martire dietro le sbarre. Resta da capire come mai pochissimi siano andati a vederlo. Forse la propaganda smaccata non piace nemmeno agli erdoganiani più convinti, forse il suo elettorato preferisce la televisione al cinema, forse la Turchia arcaica e arcadica che il film propone, quella dell’infanzia del leader, è così lontana da ogni contraddizione reale da risultare posticcia, un puro fondale. A questo punto resta da vedere se il produttore dopo il flop continuerà o meno nel progetto di realizzare, come ha anunciato, un Reis II e perfino un Reis III.

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