Istanbul Film Festival review #8. Censurato per motivi politici il film turco ZER: due scene oscurate

13_2Zer, un film di Kazım Öz. Con Nik Xhelilaj, Güler Ökten, Levent Özdilek, Füsun Demirel, Tomris İncer, Haleigh Cie. Sezioni International Competion e National Competition.
13_1-2Tutti basiti, ieri sera al cinema Atlas, quando durante la priezione del film turco Zer due sequenze sono state oscurate “dalla Municipalità della Cultura e del Turismo” (così una dicitura in sovrimpressione). Sembrerebbe proprio pura censura politica imposta all’incolpevole Istanbul Film Festival. Perché le due scene riguardano una pagina rimossa della Turchia novecentesca (e kemalista), il massacro di Dersim del 1938, quando migliaia di curdi di religione alavita furoni sterminati dall’esercito. Il film, attraverso un espediente narrativo semplice ma di massima efficacia (un ragazzo cerca di scoprire l’origine di una canzone curda che la nonna gli ha fatto conoscere prima di morire), ha il coraggio di riaprire una questione a lungo dimenticata. Che poi lo faccia in modi cinematografici piuttosto convenzionali è del tutto secondario.
13_3Devo dire che ieria sera, mentre vedevo Zer (uno dei molti film turchi di questo festival che del cinema nazionale è giustamente una vetrina, e uno dei non molti davvero interessanti) al cinema Atlas, son sobbalzato, e come me il pubblico stanbuliota, quando lo schermo è diventato di colpo nero con in sovrimpessione la scritta: scena oscurata per decisione della Municipalità del Turismo e della Cultura. Che immagino corrisponda grossomodo a un nostro assessorato. Scatta, dopo un attimo di incredulità, l’applauso di solidarietà al regista presente in sala, partono fischi all’indirizzo di chi ha preso l’insana decisione. E mezz’ora dopo, in uno dei passaggi cruciali del film, secondo oscuramento, e stavolta ben più lungo del primo, sempre per opera sciagurata della suddetta Municipalità.
Ora, son cose cui noi non siamo mica più abituati in Italia. A me ha fatto venire in mente l’oscuramento di alcune scene di Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, come lo stupro di Annie Girardot, solo che allora era il 1960 (e i motivi non erano politici, come in questo caso, ma di presunta immoralità). Invece qui succede ancora, e a esserne colpita e vittima è una manifestazione come l’IKVS film che ce la mette tutta per occupare una dignitosa posizione nel ranking dei film festival internazionali. Con l’aggravante che sembra proprio essere censura politica (anche se le motivazioni ufficiali potrebbero essere altre), trattando Zer di una delle tante pagine rimosse e sanguinosissime della Turchia novecentesca, il massacro di Dersim, incominciato nel 1937, culminato nell’annus horribilis 1938. Migliaia di persone, compresi donne e bambini, braccate e uccise dall’esercito kemalista – con Atatürk in fase fisica declinante ma ancora in vita, e dunque sicuramente a conoscenza dei fatti – per la colpa di essere curdi, e perdipiù curdi aleviti, ovvero musulmani non sunniti, appartenenti a una variante dello sciismo: corpi ritenuti doppiamente estranei, per altra appartenenza etnica e per altra appartenenza religiosa, rispetto alla maggioranza del paese. Molti bambini, secondo un paradigma che si ripeterà nel secolo breve più e più volte (si pensi all’Argentina dei generali e dei desaparecidos), furono risparmiati per essere deportati altrove, messi in orfanotrofio o dati in adozione a famiglie turche, mentre la loro identità curda veniva estirpata. A giustificazione della strage furono citati presunti atti di ribellione da parte della minoranza curdo-alavita di quell’area anatolica, atti che peraltro non furono mai davvero dimostrati in modo convincente.
Le due scene oscurate sono: a) una fotografia di una fase del massacro esposta nella città di Dersim; b) la sequenza del massacro – uomini e donne condotti sul ciglio di uno strapiombo e lì mitragliati – ricostruita dal regista. Credo che non occorrano ulteriori commenti. Ho cercato di capire quale organismo fosse questa Municipalità alla Cultura e al Turismo responsabile della censura e a quale partito fosse riconducibile, se quello di Erdogan o altri, ma finora nn ne sono venuto a capo. Confesso anche che fino a ieri sera, fino alla visione di Zer, non avevo mai sentito parlare del massacro di Dersim, sicché mi son dovuto sbattere un attimo per ricostruire fatti e contesto storico-politico. Illuminante l’articolo di Fazila Mat pubblicato da Osservatorio Balcani e Caucaso. Leggendo il quale si apprende come la questione di Dersim sia ridiventata spinosissima, anzi infuocata, proprio in questi ultimi mesi (e dunque Zer del giovane regista Kazım Öz risulta particolarmente tempestivo, anche se immagino sia stato progettato e girato ben prima che Dersim tornasse a lacerare coscienze e fazioni politiche). Quella storia rimossa è rispuntata con le clamorose dichiarazioni di Hüseyin Aygün, un deputato del CHP, il partito erede del kemalismo, il quale in un’intervista ha attribuito senza mezzi termini la responsabilità delle stragi del 1937-38 “allo Stato e allo stesso CHP”. Dichiarazione contro cui si sono scagliati molti suoi colleghi di partito. Innescando una spaccatura all’interno della formazione politica diretta filiazione di quella di Ataturk. Ma il vero colpo di scena è arrivato il 23 novembre 2016 quando nientemeno che Tayyip Erdoğan, il presidentissimo, si è scusato “a nome dello Stato” per il massacro di Dersim. Ed è un fatto storico, mai un presidente turco aveva chiesto scusa (si pensi a come sia tutt’ora un tabù il genocidio degli Armeni).E però nemmeno il mea culpa (pronunciato a nome dello Stato) di Erdogan ha impedito che la censura colpisse Zer. Al suo regista, e a tutta la produzione, bisogna riconoscere un gran coraggio, e son casi questi in cui si tocca con mano come il cinema possa ancora essere scomodo, scuotere, dare fastidio, e essere rischioso per chi lo fa. E vien da ridere o piangere pensando a certe cosucce di casa nostra e a certi nostri piccolissimi autori che esibiscono finiti impegni per cause di nessun conto, con pianti, strepiti e lamenti sulla “censura di mercato” che impedirebbe ai loro capolavorucci di circolare. Ma facessero un salto qui piuttosto, per capire cosa sia una vera censura.
Sì, ma il film al di là della sua nobile denuncia com’è? A dirla tutta, non un  granché, però è al servizio di una causa sacrosanta e non è mica il caso di fare gli schifiltosi. Unico titolo turco inserito nella Competizione internazione che assegna il Tulipano d’oro (gli altri sono inseriti nelle sezioni Competizione nazionale, dove peraltro ricompare Zer, e Nuovo cinema turco), potrebbe avere la sua carriera internazionale e diventare un successo arthouse, potendo contare su un soggetto di indiscutibile rilevanza, anche mediatica, e su una confezioni molto professionale, anche se del tutto media Storia di massima semplicità, didascalica, lineare fino allo schematismo, costruita allo scopo di riportare l’attenzione, attraverso un’adeguata drammatizzazione in grado di coinvolgere le platee, sulla questione di Dersim.
L’anziana e sofferente Zerife (per la verità l’attrice che la interpreta, presente ieri sera, è una signora più giovane del suo personaggio e pimpantissima) lascia la Turchia anatolica per andare a New York, dove da anni vivono il figlio banchiere, la sua odiosa moglie e il giovane nipote Jean, svogliato studente di musica. Succede che tra Zerife e il nipote scatti un’imprevedibile affinità basata sul comune amore per la musica, e quando nonna al nipote canterà una nenia in curdo chiamata Zer lui ne resterà ammaliato. In curdo? Ma come fa tu, turca senza macchia, a conoscere il curdo?, chiede il raghazzo. E Zerife, chiaramente mentendo: me l’ha insegnata un amico. Nonna muore di lì a pochi giorni e Jean, tornato in Anatolia con il padre e la madre per il funerale, scopre dalla zia il segreto di famiglia. Segreto che solo lei conosce. Zerife era curda, sfuggita bambina ai fatti di Dersim e poi adottata da un militare turco, forse uno degli autori della strage. Jean decide di partire, di scoprire da dove venga quella canzone, Zer, quale fosse il villaggio della nonna, cosa fosse successo davvero. Il resto del film è un viaggio al centro, e al termine, della memoria rimossa.
La prima parte newyorkese è semplicemente terrificante, con la famiglia turca integratissima con tutti i vezzi fastidiosi degli assimilati che vogliono nascondere le proprie radici. Ed è terribile anche perché il regista adotta  certi modi americani-international di fare cinema che in tutta evidenza non gli appartengono. Zer prende quota quando approda in Turchia, e con il viaggio di Jean. Con incursioni certo facili e convenzionali nella commedia etnica (non manca nemmeno la solita festa di matrimonio con canti, balli collettivi e sbronze a base di raki) e nella sapienzialità popolare. Ma bisogna riconoscre che il ritratto di quella remota enclave curda è fedele e efficace, modellato su illustri precdenti di cinema ento-antropologico. E certe annotazioni sono illuminanti sulle media sensibilità turca, sulle rimozioni e omissioni di una nazione. Quando Jean parla al padre di quella canzone in curdo cantata dalla nonna, lui, il banchiere e americano assimilato, lo prende a schiaffi. Perché non ci può, non ci deve essere, nessuna commistione-contaminazione con la cultura curda nella sua famiglia. Certo è strano che il pur coraggioso regista parli delle vittime di Dersim sempre e solo come curdi, dimenticando o trascurando la loro identità di alaviti. Ovvero curdi sì, ma non sunniti, e appartenenti a una variante dello sciismo. Mai una volta nel film si senta la parola alevita, forse per non confondere lo spettatore e non complicare uteriormente un tema già così complesso. Fatto sta che da questo punto di vista Zer risulta lacunoso e approssimativo.
Rovistando su Internet alla ricerca di informazioi ho scoperto che un altro film presentato a questo festival (e prima ancora alla Berlinale nella sezione Panorama), Kaygi/Inflame, è legato alla questione curdo-alavita. In Kaygi/Inflame una giovane giornalista televisiva comincia a soffrire di crisi di panico e persecutorie, a sentirsi intrappolata, minacciata e soffocata nella sua casa, mentre la sua mente si popola di incubi e strane riemersioni dall’incosncio. Sembra un psycho-thriller sulle derive deliranti di una donna alla Repulsion di Polanski, o alla Images di Robert Altman, è invece un film politico che ricorre ai modi del thriller per ricordare un altro episodio agghiacciante della storia turca. Idea eccellente, realizzazione mediocre, con parecchi buchi di sceneggiatura e interpreti non adeguati. Il merito di Kaygi/Inflame sta tutto nel portare a galla – ed è il trauma che ha infragilito la mente della protagonista – i fatti di Sivas del 2 luglio 1993. Quando musicisti e letterati riuniti in un hotel di quella città furono assaliti e bruciati vivi da un gruppo di islamisti sunniti fanatici. Il film parla di integralismo religioso. Senza specificare però che quegli artisti riuniti a Sivas erano aleviti, e che furono bruciati (morirono in 37) in quanto ritenuti eretici. Poi dice che il cinema non serve a niente, invece serve eccone, e resta una magnifica macchina per capire qualcosa del mondo se appena appena lo si sa usare e guardare (lasciando perdere certi approcci critici da Dams che guardano solo alle strutture narrative e ai dati formali e linguistici dimenticandosi completamente di quanto in quelle forme ci sta dentro e viene raccontato). Molte le affinità, anche, tra Zer e Kazarken, film assai interessante di una visual artista franco-belga di origine turca, Gülden Durmaz, visto recentemente a Sguardi Altrove a Milano. Anche Gülden torna in Turchia a cercare, tra un’incursione nel mito e nel rito, nella storia remota ellenistica e romana, e nelle memorie personali e collettive, una qualche verità su di sé. Scoprendo pure lei un segreto di famiglia – ed è storia vera, storia vera della madre di sua madre. Il segreto comincia a trapelare quando la nonna di Gülden, perdendo conoscenza pochi giorni prima di morire, comincia a parlare in armeno. Rovistando nel suo passato e nel suo villaggio di provenienza, emerge l’incredibile verità. La nonna era armena, sopravvissuta al massacro della sua gente nel paese, gettati a centinaia da una rupe nel sottostante Eufrate da un’orda di turchi capitanati dall’uomo che poi la sposerà. Il nonno di Gülden. Lui, che aveva guidato la strage di quelli che erano i suoi vicini e amici armeni, aveva salvato lei, forse perché innamorato, o forse perché aveva deciso che sarebbe diventata sua moglie. La salva dopo probablmente averne sterminato la sua famiglia, e le impone di dimenticare le sue origine, la turchizza, la islamizza. Lei vivrà tutta la vita senza rivelare la sua identità, nemmeno ai figli. Solo nello stato di coma, nell’agonia, tornerà a essere se stessa. Che storia, signori miei. E poi dicono che il cinema non serve a niente.

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