Istanbul Film Festival/IKSV Film. Recensione #7: CHAVELA. C’è una nuova santa nel pantheon gay

152_1Chavela, un documentario di Catherine Gund e Daresha Kyi. Sezione Where Are You My Love?

Chhavela Vargas con Frida Kalho

Chhavela Vargas con Frida Kahlo

Di sicuro uno dei documentari dell’anno (e occhio alla prossima stagione dei premi: potremmo trvarlo in nomination da qualche parte). Approda a Istanbul dopo il gran successo alla Berlinale Chavela, storie, amori, dolori, dipendenze e indipendenza, cadute e rinascita di Chavela Vergas, mitologica cantante che ha dominato la scena messicana per decenni con la sua voce strappata e il suo abbigliamente maschile. Lesbica dai molti e illustri amori, rischiò l’autodistruzione per alcolismo, si eclissò per vent’anni, fu riscoperta e rilanciata da fan come Pedro Almodovar e Miguel Bosé. Questo film è il monumento a una nuova santa dell’empireo gay. Personaggio travolgente, film appassionante, ma anche agiografico. Voto 6+
152_2Lanciato a Berlino, Chavela è diventato subito un caso, uno di quei film-che-bisogna-vedere-assolutamente. Difatti a Berlino me lo sono perso, e però ecco che il santo dei cinefili me lo fa ritrovare qui a Istanbul. Dico subito che è irresistibile, con tutte le stimmate del trionfo annunciato. Già diventato uno dei documentari dell’anno, e si accettano scommesse sul suo successo planetario e la sua inclusione nelle nomination dei massimi premi della stagione prossima. Come si fa a dire di no a una storia come quella di Chavela Vargas, diva della canzone messicana a partire dagli anni Quaranta con la sua voce arrochita da ogni vizio e ogni possibile drink ad alta gradazione alcolica? Infanzia e adolescenza di massime privazioni in Costa Rica, poi la fuga in Messico, in cerca di un futuro e – ebbene sì – di se stessa, del proprio essere nel mondo, come predica la retorica femminista (o di genere) delle donne che si son realizzate con ostinazione lottando contro il mondo. E ovviamente contro la cultura patriarcal-maschilista ecc. Nata povera, con tendenza tomboy, ovvero a comportarsi e vestirsi da maschiaccio anziché da leggiadra signorina a caccia di marito, è solo là in Messico che potrà avere amori con uomini e soprattutto donne, mai nascosti, ma nemmeno mai sbandierati. E poi incontri fondamentali con musicisti di talento che la instradano verso la canzone popolare però non così corriva, dunque anche apprezzabile dagli intellettuali e dai più inquieti divi e dive di Hollywood, Elizabeth Taylor e Ava Gardner in testa, che in quegli anni Cinquanta e Sessanta di dolcevita latinoamericana corrono giù ad Acapulco a inebriarsi. Chavela ci prova a inizio carriera a addobbarsi da diva caliente e superfemmina, ma si sente come en travesti. Scoprirà il proprio personaggio e riuscirà a imporlo esibendosi in poncho, in abbigliamento povero-maschile. E però come canta lei l’amore e i disastri d’amore nessuno. Una torch singer della caratura di un’Edith Piaf, di una Judy Garland. Diventa un culto e insieme popolare, Chavela. Di lei si dice sia e sia stata l’amante delle più belle signore della meglio società messicana, da lei irresistibilmente attratte e sedotte, mogli di uomini politici comprese. Cresce la sua leggenda, cresce il successo, cresce anche il suo consumo di alcol. Che rischia di distruggerla. A un certo punto Chavela si spegne, scompare dalla scena, viene dimenticata, la credono morta. Invece è in autoesilio lontano dalla folla,  in uno stato di indigenza estrema, per vent’anni non si sa niente di lei. Poi la riscoprono, la spingono a cantare di nuovo, rinasce il mito secondo l’immarcescibile paradigma del solo chi cade può risorgere. Fans illustri come Pedro Almodovar la portano in Spagna dove, ormai quasi ottantenne, riempie i teatri. Chavela, dopo essere rinata da se stessa, continuerà a tenersi stretta la vita, a cantare anche in sedia a rotelle. Una storia pazzesca, travolgente come un feuilleton o come un melodramma del cinema messicano anni Cinquanta, quello di Pedro Armendariz e Dolores Del Rio.
Nel film – inserito qui all’Istanbul Festival nella sezione chiamata cripticamente Where Are You My Love? e in realtà sezione di cinema gay – lei si racconta nelle molte interviste rilasciate dopo il suo ritorno. E la raccontano gli altri, gli amici, i devoti fan, non illustri o illustrissimi come Almodovar e Miguel Bosé. Si insiste parecchio su Chavela quale apripista dell’essere-se-stessa-in-quanto-lesbica (lesbiana, in spagnolo), se non proprio dei ditritti lgbt, lgbtq ecc. ecc. ‘Tutte le lesbiche messicane la adorano, tutte!’ esclama una signora che l’ha conosciuta e seguita nella sua seconda vita, quella della resurrezione dopo l’oblio. E però Chavela in un filmato si rifiuta di farsi bandiera e paladina di un movimento gay-liberazionista che culturalmente non le appartiene, ‘Ho sempre amato chi mi pare, ma non caoisco perché lo si debba gridare a tutti’, dice più o meno (vado a memoria). E mi paiono parole alquanto sagge. Purtroppo il film, per quanto interessante, si configura come l’edificazione di un monumento, e di un mito, con una retorica che forse a lei, così brusca e puntuta, non sarebbe tanto piaciuta. Il limite di Chavela sta proprio qui. Perché se ha il merito di farci conoscere una donna fuori dall’ordinario, e una voce di quelle che ti strappano dentro, finisce anche con il congelarla in un’icona intangibile di santa e martire, in oggetto devozionale gay-camp. Ogni umanissima contraddizione, ogni possibile ombra della vera Chavela vengono cancellate  espunte nella cerimonia di beatificazione officiata come sa fare lui da Pedro Almodovar. Il film è godibile e, ripeto, sarà un successo globale, ma c’era proprio bisogno di un santino in più? (E nella vita di Santa Chavela spicca il suo incontro, con forse storia d’amore, con un’altra santa laica messicana, Frida Kahlo, e a questo punto tutti in ginocchio reverenti).

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