Recensione: LE COSE CHE VERRANNO, un film di Mia Hansen-Løve con la solita grande Huppert. Tradita però mai lagnosa: un filosofa non piange mai

201609145_4Le cose che verranno (L’avenir) di Mia Hansen-Løve. Con Isabelle Huppert, André Marcon, Roman Kolinka, Edith Scob. Al cinema da giovedì 20 aprile 2017.
201609145_1201609145_3La molto talentuosa parigina Mia Hansen-Løve finalmente realizza un film maturo e convincente, un film a modo suo perfetto. Ritratto di una signora nei suoi cinquanta mollata dal marito. Se vi aspettate la solita lagna, vi sbagliate. Qui il dolore è consumato a ciglio asciutto, stoicamente, con dignità. Mica per niente la signora (una strepitosa Isabelle Huppert) di mestiere insegna filosofia. Film pieno di figure laterali una meglio dell’altra. Voto 8 e mezzo
201609145_2La francese Mia Hansen-Løve non mi aveva convinto con i suoi precedenti Un amour de jeunesse e Eden. Stavolta invece centra un film praticamente perfetto, un mirabile ritratto del milieu parigino che lei conosce benissimo e dove immagino sia anche diventata grande, quello dell’intellettualità borghese. Dei bobos di ottimi gusti, e di ancora meglio letture, naturellement di sinistra (impensabile il contrario), gente di eleganza sobria e contenuta fino all’invisibilità, comunque lontana da ogni volgare eccesso di soldo esibito, da ogni smania da rozzi parvenu. Gente se vogliamo non proprio di massima simpatia (nel film di Eugène Green Le fils de Joseph, presentato alla Berlinale 2016 come questo Le cose che verranno, il giovane protagonista proletario ironizza sui bobos e su quanto siano odiosi), ma presenza ineludibile e perfino indispensabie dell’antropologia franco-parigina. Mia Hansen-Løve stavolta abbandona i suoi giovani, sempre belli e massimamente chic anche quando sono perduti e tossici e in cachemerini logori e bisunti come in Eden, per concentrarsi su una donna nei suoi cinquanta e qualcosa di nome Nathalie, interpretata da una clamorosa Isabelle Huppert. Nathalie che viene, come sovente capita, mollata dall’ignavo marito per una sconosciuta si suppone più giovane. Filosofo lui, filosofa Nathalie, insegnante all’università assai amata dagli allievi cui schiude le menti e orizzonti. In pochi minuti di film si citano Adorno e i suoi Minima Moralia, Martin Buber (pronunciato Bubé alla francese!), Foucault e adesso non ricordo più chi, comunque tutta gente di conclamata eccellenza intellettuale. I due figli, che di philo non vogliono sapere, stan però dalla sua parte, costringendo il padre a confessare la colpa e andarsene di casa. Ma una filosofa non piange mai, e se piange, lo fa con gran autocontrollo e lontano da occhi indiscreti. Ci vuole classe, anche nel dolore. Nathalie soffre, ma essendo di modi coltivati non si abbandona al piagnisteo. Non si fa, ecco. Conosciamo persone e personaggi intorno a lei, a partire da un suo ex allievo bello di quella bellezza magra-maschile molto aristocratica ereditata da Rohmer e Bresson – ‘il miglior che abbia mai avuto’  dice Nathalie – che sta scrivendo un libro, sta in una specie di comune anarchica con altri intellos-bobos da qualche parte sulle montagne. Conosciamo la madre di Nathalie, ex mannequin, ora terrorizzata dalla vecchiaia, dalla solitudine, dalla morte, ed è Edith Scob, l’attrice del mitologico Occhi senza volto di Georges Franju ripescata da Léo Carax per Holy Motors. Lungo due ore e qualcosa (ormai i 120 minuti sono la durata minima di un film autoriale) assistiamo a quella che le cattive psicologhe definiscono l’elaborazione della perdita. Con uno dei personaggi femminili più dignitosi e forti che il cinema ci abbia dato di recente. Tutto raccontato da Hansen-Løve con una fluidità e un senso di verità da regista assai sperimentata. Vincitore alla Berlinale 2016, quella di Fuocoammare trionfante, dell’Orso d’argento per la regia.

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