Recensione: YELLOW HEAT, il film di Fikret Reyhan vincitore al festival di Istanbul della Nationl Competition

31_4Yellow Heat (Sari Sicak) di Fikret Reyhan, con Aytaç Uşun, Mehmet Özgür, Gökhan Şimşek. Vincitore del Golden Tulip della National Competition all’Istanbul Film Festival 2017. 31_2La dura vita di una famiglia si contadini che non ce la fa più a sopravvivere in un’economia che sta cambiando. La silenziosa ribellione del figlio, che sogna di scappare da quel mondo senza futuro. Voto 7 e mezzo
31_1Sacrosanto vincitore del Tulipano d’oro come migliore film nazionale, Yellow Heat è anche il meglio dei 14 film turchi che ho visto al festival (qualità media devo dire non eccelsa).
In Yellow Heat/Sari Siak il regista Fikret Reyhan si allinea per asciuttezza e rigore all’ormai consolidato modello di cinema neo-neorealista europeo (dico solo, per stare sul recente, il bulgaro Godless vincitore di Locarno 2016), dove l’approccio oggettivo-documentaristico si coniuga al racconto fictionalizzato ma non troppo di vite perlopiù derelitte e sospese e protese sull’abisso della miseria. Un cinema massicciamente presente ai maggiori festival e che ha come padri nobili, continuamente e ossessivamente citati da legioni di giovani adepti, i fratelli Dardenne. Ma sullo sfondo si intravede anche come ineliminable riferimento storico il cinema anni Quaranta-primi Cinquanti dei nostri Rossellini e De Sica.
Yellow Heat – Calore giallo – ci porta dentro una famiglia di contadini turchi che, mentre avanzano l’industralizzazione dell’agricoltura e l’urbanizzazione che erode il terreno coltivabile – cerca faticosissimamente di tirare avanti con dignità. Il focus è su Ibrahim detto Ibo, uno dei due giovani figli maschi del patriarca, un ragazzo ombroso e taciturno in cerca di una via d’uscita personale da quel microcosmo angusto che sente condannato dalla storia. Il suo sogno è di prendersi la patente di camionista e scappare via dalla terra. Ma dovrà vedersela con le rigide regole interne del clan familiare e quelle esterne di una fitta rete di interessi consolidati. Il giovane regista realizza un film altamente maturo, assai compatto e consapevole di se stesso, del proprio linguaggio e stile. Parole scarne e scabre ridotte alla mera funzione d’uso, ampio ricorso all’ellisse e all’allusione come in tanto cinema autoriale di questi anni, sguardo oggettivo e (apparentemente) avalutativo. Con un’attenzione quasi cronachistica e etnologica alla cultura materiale, il cibo, il lavoro nei campi, le estenuanti trattative con i mercanti, e il massimo pudore e rispetto nell’affrontare i risvolti privati e personali. Cruciale, ma in gran parte mantenuto nel silenzio e nel non detto, e nell’assenza di ogni furore melodrammatico, il conflitto edipico tra il padre padrone (Mehmet Özgür) e il figlio (il roccioso Aytaç Uşun, premio per la migliore interpretazione maschile). Un’opposizione che ricorda certi Elia Kazan o Tennessee Williams anni Cinquanta, ma qui come asciugata e pietrificata dall’austera messinscena.

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