Film stasera in tv: DRIVE di Nicolas Winding Refn (dom. 30 aprile 2017, tv in chiaro)

Drive di Nicolas Winding Refn, Cielo, ore 21,15. Domenica 30 aprile 2017.

Drive, di Nicolas Winding Refn. Con Ryan Gosling, Carey Mulligan, Albert Brooks, Ron Perlman, Christina Hendricks, Oscar Isaacs.

Ryan Goslin con il regista Nicolas Winding Refn

Prima Valhalla Rising e Bronson, adesso questo Drive. Il gran danese Nicolas Winding Refn gira un film apparentemente di genere e invece molto autoriale. Con l’eroe solitario e innominato come nei western di Leone. Con una messinscena rituale e astratta della violenza assai poco tarantiniana e semmai debitrice dell’epica giapponese (e di Yukio Mishima). Film magnifico.

Se c’erano ancora dubbi che il danese (e un po’ americano) Refn fosse un maestro vero del cinema d’oggi, mica come certi nomi gonfiati con gli estrogeni della critica compiacente, questo Drive li dissipa definitivamente. Uno che nel giro di tre anni ci ha dato prima Valhalla Rising e Bronson e adesso questo heist-action movie con il rampantissimo Ryan Gosling non può che stare molto, molto in alto nel ranking dei filmmaker in circolazione, oltre che nella nostra personalissima considerazione e classifica. Pensare che ha solo 40 anni (ma già con premi alla carriera in un paio di festival non dei maggiori, Taipei e Valencia, il che mi pare un record, a un’età in cui dalle nostre parti un regista ambizioso al massimo è appena riuscito ad esordire) e che ha, nonostante quell’aria da nerd con gli occhiali da nerd, una vita di una certa turbolenza alle spalle che non lasciava presagire la nascita di un autore di tale statura: adolescenza come si suol dire difficile, comprensiva anche di espulsione dal liceo per aver scagliato un banco contro il muro, e vandalismi e rabbie davvero bronsoniani (nel senso del suo film). Piccoli aneddoti che contribuiscono alla piccola mitologia che circonfonde il nostro, ormai venerato da cultori e devoti in ogni parte del mondo.
Una giuria illuminata e ben presieduta da Robert DeNiro a Cannes 2011 ha assegnato a Drive il premio speciale, tra lo scoramento dei molti che non avevano apprezzato l’eccessivo – a loro dire – american-hollywoodismo del film. Le prefiche del cinema d’autore puro e incontaminato (ma dove sta questo cinema?, se perfino l’avanguardista Chantal Akerman si è compromessa con il mélo colonial-tropicale con il suo ultimo e peraltro magnifico La folie Almayer) sono sempre pronte alla lacrima e al lamento quando vedono un film di genere – che pure a parole dicono di non disprezzare – beccarsi un premio importante, e puntualmente la fabbrica dell’esecrazione è entrata in funzione anche stavolta. Ricordo che alla proiezione di Drive qui a Milano alla rassegna dei film di Cannes c’erano crocchi di indignados (soprattutto signore, devo dire) che dichiaravano il loro disgusto per la decisione di DeNiro e colleghi di dare un così importante riconoscimento a “un film commerciale come se ne son visti tanti”. Commerciale? Niente di male se Drive lo fosse, mica si disprezza in questo blog il denaro sterco del diavolo e il desiderio legittimo di chi lavora, di chi fa qualunque lavoro compreso quello di regista di cinema, di incamerarne un po’. Solo che l’esito al box office del film di Refn è stato finora abbastanza deludente, e se non proprio catastrofico di sicuro al di sotto delle aspettative. Sul mercato nord americano, che è poi quello che conta davvero, il box office ha registrato una trentina di milioni di dollari, non malissimo ma neanche tanto bene per un prodotto di simili ambizioni e budget. È che Drive, con il suo eroe solitario in lotta contro il mondo, soprattutto con l’astrazione della sua messinscena, resta, al di là della scommessa di Refn di confezionare un perfetto film di genere, qualcosa di molto, molto autoriale. Nonostante che il gran danese (il secondo in circolazione sugli schermi dopo Lars Von Trier, of course) faccia di tutto per replicare i classici action hollywoodiani e hongkonghesi, proprio non riesce a nascondere e mimetizzare il suo segno così personale, la sua impronta stilistica, insomma quel suo fare cinema per niente mainstream. L’autorialità di Refn trionfa proprio qui dove meno si esibisce e più si occulta, ed è questo probabilmente ad aver impedito a Drive di intercettare fino in fondo il pubblico globale dei multiplex e dei popcorn movies, che deve aver subito annusato la diversità rispetto alla solita offerta.
Ryan Gosling, l’attore che ha segnato il 2011 insieme a Michael Fassbender, è un innominato ragazzo venuto dalla provincia americana in uno degli spettrali spezzoni di Los Angeles a lavorare in un’autofficina. Ma la sua passione per le macchine non si ferma lì, al volante ha il tocco magico e sa guidare come pochi, un virtuoso le cui qualità non sfuggono né al suo datore di lavoro, che lo adora, né a un losco figuro che vorrebbe ingaggiarlo per le kermesse di auto acrobatiche. Ma lui un secondo lavoro ce l’ha già, come driver spericolato al servizio di rapinatori e altri malavitosi. Fanno il colpo, e lui li ci pensa a portarli lontano dalla polizia. Le sequenze delle corse e delle fughe nella L.A. notturna tra le mille luci e le infinite possibili trappole a ogni semaforo e a ogni curva, sono semplicemente magnifiche, adrenalina che si fa cinema, e viceversa, discese ardite negli abissi del pericolo e dell’annientamento e risalite mirabolanti alla vita. Refn orchestra l’azione come pochi sanno e hanno saputo fare. Vedendo il film in versione originale si percepisce come la regia esegua una sorta di partitura musicale in cui tutto si srotola e sussegue e concatena secondo un disegno visivo che si fa sonoro, le scarne parole, i dialoghi, si accendono e si spezzano e si alternano al rombare del motore, alle sgommate, agli spari, ai crash fino a comporre una sorta di action-musical. Di un virtuosismo da lasciare senza fiato. Sembra che Refn componga l’immagine, le immagini, lasciandosi guidare, più che dalla vista, dall’udito (sarà perché, come ha ricordato Mariarosa Mancuso sul Foglio, Refn è daltonico?). Qualcosa che quest’anno, anzi in quesi ultimi anni, ho visto solo in Let’s bullets fly, formidabile action cinese presentato fuori concorso a un festival di Locarno. Qualcosa che, naturalmente, era anche di Sergio Leone, e basti solo pensre alla sequenza d’apertura di C’era una volta il West, film seminale cui Refn non può non aver guardato (e che tra l’altro proprio Let’s bullets fly cita esplicitamente).
A un’altra invenzione di Sergio Leone, il taciturno Straniero di Clint Eastwood in Per un pugno di dollari, rimanda il protagonista di Drive, che come quel personaggio archetipico non ha nome (è semplicemente The Driver) e di parole ne pronuncia poche e preferisce far parlare il silenzio (e il rombo dei motori). Che come quello ha una divisa-feticcio che non abbandona mai (là il poncho, qui un bomber dorato), che come quello è solo contro tutti.
Nella sua vita solitaria e autistica conosce però Irene, una vicina di cui si innamora, che è una Carey Mulligan fragile e forte da incanto (Carey Mulligan quell’anno ha azzeccato due film memorabili, oltre a questo Drive il grandissimo Shame di Steve McQueen visto a Venezia: complimenti). Irene, come esige il genere, è una giovane donna già pareccho segnata dalla vita, con un compagno in carcere e un bambino da tirar su da sola, tra mille pericoli. È per aiutare lei, e il marito uscito a sorpresa di galera, che il nostro accetta di partecipare a una sporca rapina, che naturalmente butterà molto male. Quello che segue è il tentativo del Driver di sgusciare fuori dalla trappola in cui l’hanno incastrato, salvare se stesso, Irene e il bambino, trovare quelli che vogliono eliminarlo e farli fuori prima che facciano fuori lui. Uno contro tutti. Copione già visto, certo, ma che Refn svolge con una maestria assoluta. Ritmo vertiginoso, eppure mai una dissonanza, mai un tempo sbagliato. Occhio (e orecchio) di implacabile precisione. Soprattutto, come in Bronson, come in Valhalla Rising, il regista allestisce una ipnotica anche se inquietante messa in scena (e celebrazione) della violenza. Il sangue è materia primaria nel cinema di Refn, inutile nasconderselo: presentato, esibito, fatto scorrere ed estetizzato con una passione che sfiora perigliosamente l’ambiguità. L’attrazione per la violenza percorre ogni sequenza di Drive e dei film precedenti di NWR, un’attrazione che non è quella pop e pulp tarantiniana ma più sottile, profonda, ideologica, perfino teorica, dunque rischiosa la sua parte. Per Refn la violenza è elemento inesorabile e ineliminabile, costitutivo dello stesso esistere. Violenza come purificazione e ascesa, passaggio necessario, prova dell’essere e del sentirsi umani, e più che umani, niccianamente über-umani. Cinema di destra? Forse. Ma se anche fosse? È cinema, cinema, cinema. Poi, sarà davvero di destra inoltrarsi negli abissi, esplorare la parte oscura, l’ombra rosso-sangue che ci segue? Faccio, mi faccio domande, e le risposte chissà dove stanno. È che il cinema di Refn ci attrae, ci respinge, ci disturba e ci affascina. Seducente e demoniaco. Et c’est tout. Vedendo Drive e il suo spettacolo di sangue vengono in mente Leone, Kurosawa, certo Scorsese, Michael Mann e moltissimo cinema di Hong Kong, ma anche – per l’estrema stilizzazione, per l’astrazione e rarefazione che riesce a raggiungere – il perfetto e insostenibile Patriotism di e con Yukio Mishima, dove lo scrittore-samurai rappresenta un suicidio con tanto di autosventramento con il rigore e l’impassibilità del rito (prefigurando il proprio, vero seppuku che sarebbe seguito di lì a due anni). Ma c’è anche tra le molte citazioni (ed è strano che nessuno a quanto mi risulta se ne sia ricordato) il Driver di Walter Hill, anno 1978, con un Ryan O’Neal pure lì asso del volante ingaggiato per rapine, pure lì personaggio senza nome chiamato semplicemente The Driver. L’orgia di riferimenti potrebbe continuar. Eppure questo Drive ha il segno forte e inconfondibile del suo regista, uno che a 40 anni ha già fatto moltissimo e chissà cosa riuscirà a fare se manterrà intatta la sua visione di cinema.

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