Film stasera in tv: MOONRISE KINGDOM (dom. 30 aprile 2017, tv in chiaro)

Moonrise Kingdom di Wes Anderson, Rai 4, ore 22,51.
Il film è preceduto su rai 4, alle ore 21,10, da un altro film di Wes Anderson, Grand Budapest Hotel.



Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore
, regia di Wes Anderson. Sceneggiatura di Wes Anderson e Roman Coppola. Con Bruce Willis, Edward Norton, Bill Murray, Frances McDormand, Tilda Swinton, Jason Schwartzman, Bob Balaban, Jared Gilman, Kara Hyward.
Voto 7 e mezzo
Un film semplice e di inarrivabile grazia. Wes Anderson racconta ancora una volta il suo mondo fatto di famiglie storte e imperfette, di persone mal incastrate nel posto in cui stanno. Stavolta un ragazzino e la sua amica fuggono per cercare un barlume di felicità, in un’avventura alla Mark Twain. Intorno, una comunità di bizzarra normalità del New England. Tutto nei colori pop tanto amati dal suo autore. Moonrise Kingdom è I Tenenbaum, però da piccoli.
Vero, Wes Anderson resta nel suo solito recinto, non si azzarda ad uscire dalle sue famiglie contorte, distorte, sghembe, fatte di gente che non è mai al posto suo, ha sempre qualche strano talento di troppo che la sposta fuori, tende al sogno e fatica a stare incastrata nella nuda realtà. Genitori che non capiscono, figli che non si fanno capire. I Tenenbaum, insomma, per stare su quello che è a tutt’oggi il film bandiera del regista, quello che ha codificato il suo mondo narrativo e il suo stile. Moonrise Kingdom non esonda dal wes-andersonismo (sì, certo, un sospetto di maniera c’è, come no?), ma è una bellissima riuscita, un piccolo film semplice e perfetto, dove non un gesto, non un suono, non una parola, non un dialogo sopno sbagliati – e pensare che i protagonisti sono due dodicenni, Sam e Suzy, e non c’è il minimo birignao ragazzinesco in quello che dicono e in come lo dicono. Film che ti dà l’idea di una partitura musicale molto curata, girato più che con l’occhio (che c’è, altrochè se c’è) con l’orecchio. Un film irresistibile, cui non ce la fai proprio a non voler bene. Anche ruffiano la sua parte, ma senza esagerazioni e senza cercare di captare smaccatamente la benevolenza di nessuno. In un’America provinciale della East Coast ancora moderatamente selvaggia e con un qualche clima quacchero-puritano da Mayflower, nell’anno 1965 l’occhialuto e inquieto Sam fugge dal campo Ivanhoe del suo gruppo di boyscout. Si scoprirà che anche Suzy, ragazzina con pochi amici e tendente al dark e al musonismo depresso e precocemnete cinico – in una recita ha scelto la parte del corvo -  è sparita. Per i due incomincia un’avventura tra terre, acque, boschi molto, molto profondamente americana, molto Mark Twain, lui e lei preadolescenti in fuga da quel mondo dei grandi che in fondo non li ama poi tanto (scopriremo che Sam è orfano e la famiglia affidataria non vuole più saperne di lui, sicchè la sua destinazione è un orfanotrofio di brutture ancora dickensiane). Allarme dei genitori di Suzy, allarme del poliziotto del villaggio (un Bruce Willis invecchiato e disilluso e perfetto everyman), allarme di tutta la comunità. Si parte in cerca dei fuggiaschi, mentre sull’area incombe la tempesta peggiore degli ultimi decenni. Wes Anderson orchestra il girotondo nevrotico ma mai ossessivo dei suoi personaggi con grazia e una perfidia abilmente dissimulata, perché stavolta ha deciso di privilegiare il registro del patetico e anche del sentimentale. La buffoneria è sempre dietro l’angolo, come sempre nei suoi film, come sempre con i suoi protagonisti che vivono la vita come una commedia un filo demente, senza magari rendersi conto che si tratta di un dramma. Ci sono le battute, le goffaggini da slapstick, i travestimenti. Il che consente al regista di montare per i nostri occhi uno spettacolo divertente e smagliante, fortemente stilizzato, soprattutto attraverso la scelta maniacale degli ambienti, dei decori, dei costumi. Quei metà anni Sessanta sono rievocati con parecchie allusioni e citazioni alla tavolozza pop, il colorismo è uno dei segni che distinguono Wes Anderson, e qui lui usa alla grandissima la sua palette preferita che va dal giallo fino al profondo rosso passando per l’orange, il pink, il rosso lacca, il fucsia. Sorpresa, il disco che Suzy si porta via nella fuga, e che suonerà su un giradischi molto Sixties, è una meravigliosa canzone di Françoise Hardy, Le temps de l’amour, e ci vuole un’età per ricordarsela e magari un filo commuoversi nel risentirla. Gran finale di lampi e fulmini, e Sam non andrà nell’orrido collegio. Ai cinefili questa storia di ragazzini in fuga con minaccia di internamento da qualche parte ricorda i truffautiani 400 colpi, di cui non è un indegno epigono, anzi. Intorno ai due ragazzi, che si prendono gran parte della scena, attori dal nome pesante che però traversano anche loro il film con leggerezza, senza prvaricare e, ça va san dire, sono perfetti. L’attore-feticcio di Anderson, Bill Murray, è il padre nevrotico di Suzy, Frances McDormand la madre, e il dialogo tra lei e la figlia è la scena di massima intensità e anche crudeltà di questo film che decide di non disturbare troppo. Bruce Willis è il poliziotto, Tilda Swinton la strega di questa che è (anche) una favola, nella parte della feroce tizia dei Servizi Sociali che non vede l’ora di accalappiare Sam e spedirlo in collegio. Quello che Sacha Baron Cohen era in Hugo.

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