Festival di Cannes 70: recensione di LES FÂNTOMES D’ISMAËL, il film di apertura. Arnaud Desplechin realizza uno di quei film imperfetti, malriusciti eppure bellissimi

a2bd892bd5bf14ea680444cd31f9e09aLes Fantômes d’Ismaël (I fantasmi di Ismaele), un film di Arnaud Desplechin. Con Mathieu Amalric, Charlotte Gainsbourg, Marion Cotillard, Louis Garrel, Alba Rohrwacher, Hyppolite Girardot.
cedff16bd86ca960b46231aefb8be5c5Molti uffa e eccheppalle all’uscita del film che ha inaugurato (fuori concorso) il festival di Cannes numero 70. Ingiustamente. Perché questo Desplechin si inoltra con coraggio in un cinema meticcio dove si ibridano molti generi e registri, dove si gioca, anche un po’ troppo, tra realtà e rappresentazione, tra vero e simulato, tra pirandellismi e hitchockismi. Con protagonista un filmmaker che deve fare i conti con la moglie ricomparsa dopo 21 anni di assenza e un fratello (che forse esiste forse no) di cui sta girando il biopic. Molti fili si intrecciano, e alla fine molti restano scoperti lasciando lo spettatore con molti dubbi. E però quando il film funziona, come nel triangolo Ismaël-Sylvie-Carlotta, è bellissimo. Da rivedere fuori dalle mattanze festivaliere. Gran trio francese attoriale-mattatoriale: Amalric, Cotillard, Gainsbourg. Voto 7+
83bbf38f564bcc79f98a6460daa4931bDopo i suoi implacabili interni e inferni di famiglia lassù nella plumbea Francia del Nord tra Lille e Roubaix – la sua Francia sempre nera di carbone anche a miniere chiuse da un pezzo – con film come I re e la regina e Racconto di Natale, dopo un film meno musone e più sorridente e, come dicono le cattive psicologhe, più risolto come Trois souvenirs de ma jeunesse, il quasi maestro Arnaud Desplechin apre fuori concorso questo Cannes con I fantasmi d’Ismaël. Opera complessa e eccentrica che ha deluso i più, e se alla proiezione stampa le son stati risparmiati i buuh e i fischi, all’uscita i musi lunghi sfuggivano alla conta da tanti che erano. Desplechin, nel suo modo fluido e liquido di girare e raccontare, ci mostra la storia (le storie) del filmmaker Ismaël, ovviamente in crisi e in fuga dal set (che volete, è dai tempi di Fellini Otto e mezzo che va così), che deve fare i conti pure con la moglie scomparsa misteriosamente ventun anni prima e data per morta, e invece oplà, eccola tornare adesso non si capisce da dove e non si capisce il perché. Proprio quando lui, Ismaele, dopo tanto penare e soffrire si è giusto risistemato con l’assai comprensiva astrofisica Sylvie interpretata da Charlotte Gainsbourg, che in questo film è il centro di gravità permanente, l’ancoraggio, la stabilità, quella che sa cosa fare e come farlo e a cui tutto e tutti inevitabilmente ritornano. Ma Desplechin vuole incrociare i sentieri narrativi, biforcarli, moltiplicarli, disgiungerli e ricongiungerli, per chissà quale ansia tardo avanguardistica, per chissù quale gioco veterostrutturalista (sembra di rimpiombare in certi momenti in Robbe Grillet), seguendo e facendoci seguire una, due, tre, quattro piste. Quella di Ismaele e dei suoi deux amours, moglie e nuova compagna, quella del padre di Carlotta la scomparsa rediviva che non ce la fa a ricollocare quel ritorno nel suo orizzonte, quella del fratello di Ismaël di nome Ivan, di cognome Dedalus (Joyce! Joyce!), diplomatico francese dalla vita avventurosa nonostante una postura esistenziale alquanto passiva e indolente, probabile spia non si sa al servizio di chi, forse di più padroni contemporaneamente. Ivan (interpretato da Louis Garrel), che è anche il protagonista del film che Ismaël ha deciso di girare, e che sta girando tra mille paturnie e fantasmi mentali. Procurandomi un dubbio che non sono riuscito a sciogliere: ma davvero Ivan esiste o è solo un’invenzione cinematografica di Ismael? In un veloce exit poll all’uscita dalla salle Debussy ho raccolto pareri opposti, diciamo che siamo al 50/50. Per dire come Desplechin vada giù pesante in ambiguità e nel gioco realtà/rappresentazione. Un’elusività, un’indecifrabilità che è il marchio di tutto il film. E che trova la sua esemplare (dis)incarnazione nel personaggio di Carlottta, la ex scomparsa ora riapparsa raccontando storie improbabili di false identità, viaggi in India e nuovi matrimoni finiti in vedovanza. Chi è davvero e perché è tornata? Con l’aggiunta di un’interpetazione da sfinge di Marion Cotillard, che sembra qui replicare la doppiezza e la maschera enigmatica del suo personaggio di Allied. Il che naturalmente l’ha fatta parecchio detestare dalla platea giornalistica (Cotillard è una delle più odiate dal critico medio da festival, come del resto Alba Rohrwacher, che appare in questo film in una parte non così importante e di non sottili sfumature, dunque immaginatevi stamattina la soddisfazione degli haters nel poterne odiare due in una botta sola).
Il limite maggiore di Les Fantômes d’Ismaël è che la sua plurinarrazione, la costruzione multifocale e a labirinto che non funziona sempre, anzi quasi mai, fratturando il film secondo linee di faglia che separano e fanno collidere una storia con l’altra. Funziona molto bene la parte più melodrammatica, quella di Ismaël alle prese con le sue due donne, Cotillard la ritornante e Gaisnbourg che l’ha riportata a galla dopo tanto penare. La macchina fluida e pudica – c’è sempre una distanza di rispetto con i personaggi – manovrata da Desplechin coglie ogni sfumatura, tutto è credibile, dubbi, angosce, tormenti tremiti e fremiti, e grazie a Dio dialoghi belli e di massima naturalezza anche in una materia perigliosa e a rischio costante di kitsch come questa. Con un continuo retrogusto pirandelliano su chi sia davvero la Donna Riapparsa (siamo un po’ dalle parti dell’Ignota di Come tu mi vuoi, e questi pirandellismi Desplechin li sa maneggiare assai meglio del Derek Cianfrance di La luce sugli oceani). Hitchock abbonda in un nugolo di citazioni, e se le paure di Sylvie di fronte a Colei-che-è-tornata sono puro Rebecca la prima moglie, la doppia vita di Carlotta non può che ricordarci Vertigo. Si gioca ancora tra realtà e rappresentazione nella storia di Ivan che si fa film, confondendo volutamente, soprattutto all’inizio, vita e set. Con un Desplechin che si avventura, nel raccontare le giravolte esistenzial-professionali di Ivan, in una spy story che però resta aperta, e non saldata al resto del film, che non trova una conclusione e non dà risposte, frustrando lo spettatore. Ma in questo strambo, sghembo film c’è troppo di bello perché lo si liquidi – con la solita suponenza da festival – come una bufala. Film complicato perché volutamente, e voluttuosamente, anarchico e irregolare. Mathieu Amalric è da tempo l’attore feticcio di Desplechin, e non poteva non essere lui Ismaël, quasi un alter ego del regista. Il suo, se certi paragoni son leciti, Antoine Doisnel. Riferimenti alle appartenenze religiose dei personaggi, come spesso in Desplechin, attento a tracciare le sue geografie umane tenendo conto, ed è tra i pochissini con una tale sensibilità, della fede. E se Sylvie, il personaggio di Charlotte Gainsbourg, si dichiara protestante, Carlotta si dice ebrea ‘rinnegata’ (e portava al collo una stella di Davide come segno e come messaggio agli altri anche la Emmanuelle Devos di Racconto di Natale).

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