Festival di Cannes 2017. Recensione: WONDERSTRUCK di Todd Haynes. Un film visivamente inventivo che non ce la fa a riscattare la pochezza del racconto

a5b6b1ea6d494a8d728f4f8c49b9c586Wonderstruck di Todd Haynes. Con Julianne Moore, Oakes Fegley, Millicent Simmonds, Jaden Michael, Michelle Williams, Cory MIchael Smith, Tom Noonan.
cc7dd37f7ed21446713a05f277be8c9fTodd Haynes mette in cinema una doppia storia di bambini varimente soli e abbandonati, la prima negli anni Venti, laseconda nei Settanta. Naturalmnete i due fili narrativi finiranno con l’intersecarsi. Orfanelli e disgrazie e agnizioni come in un fogliettone ottocentesco, un materiale sdato che Haynes cerca di riscattare con una messinscena assai inventiva e piena di squisitezza. E però inesorabilmente manierista. Voto 4 e mezzoee3bf713f8fb9b0614212abcf1bd569a
Secondo film del concorso dopo il russo Loveless e prima delusione di Cannes 70. Todd Haynes, il signor autore di Lontano dal paradiso e Io non sono qui, conferma con questo Wonderstruck, dopo il mediocre e troppo osannato (il che non gli ha fatto bene) Carol, di non essere nella fase più smagliante della sua carriera. Comunque ormai avviato sulla strada della consacrazione a venerato maestro (con un premio importante a questo Cannes centrerebbe l’obiettivo, e non è cosa impossibile visto l’esercito dei suoi fan presenti da queste parti, e viste le affinità tra i lavori suoi e l’universo del presidente di giuria Almodovar), Haynes si concede di ogni e di più in questo assai kitsch e melenso Wonderstruck, cercando con invenzioni visive mirabolanti, e però tutte di superficie e minate dal peccato mortale del manierismo, di riscattare un mediocrissimo feuilleton per famiglie di impronta ottocentesca con orfanelli soli e abbandonati nel turbinio del mondo. Perché abbia scelto un simile intreccio (scritto dall’autore mi dicono di Hugo Cabret: però Martin Scorsese se l’era cavata meglio, con meno smancerie e più sobrietà) si fa fatica a capirlo, perché tra il melodramma alto da lui sempre prediletto e il fogliettone tipo Senza famiglia e Heidi ce ne corre. O forse è una sfida, voler dimostrare che se si è bravi e cool e in posseso di squisito senso estetico tutto si può, anche transustanziare una storiuccia in ottimo cinema. Invece no, non ce la fa, anche se raggiunge l’obiettivo di commouvere la platea stampa, notoriamente popolata di cuori di pietra, tant’è che alla fine, al momento dell’attesa agnizione, è tutto un soffiar di naso e un battimani – che se penso al gelo con cui è stato accolto il povero Desplechin il giorno prima mi viene il magone (per non parlare della totale indifferenza in cui è caduto alla salle Debussy il primo bellissimo film di Un certain regard, Western). Dunque: Wonderstruck si muove su due piani temporali e narrativi, il primo negli anni Venti americani del Novecento, il secondo nei primi Settanta, il primo naturalmente girato in bianco e nero, il secondo a colori (e già questo caro Haynes è abuso di cliché, benché perpetrato col massimo della consapevolezza estetica). Nella prima traccia vediamo una bimbetta sordomuta di ricca famiglia scappare di casa per raggiungere New York e una diva di teatro e cinema che poi scopriremo essere la sua mamma. Mamma che ovviamente di lei non si occupa dovendo pensare, narcisa com’è, alla carriera (siamo nel solco Mammina cara ecc., ma anche mamma tu compri soltanto profumi per te). La seconda pista narrativa – quella Seventies, e potete immaginarvi le barbe, i capelli afro, il muscolo Black Panther esibito e i pantalonacci black bottom – vede invece il bambinello Ben, abitante in una contrada se ho capito bene del MidWest, precipitare nella triste condizione di orfanello dopo che la cara mamma gli è stata portata via da un incidente (è Michelle Williams in una comparsata di una manciata di secondi). Quanto al babbo, mai conosciuto. Non bastasse, vien pure colpito da un fulmine perdendo l’udito anche se mantenendo la parola. Come si vede, il mutismo domina, fornendo a Haynes il pretesto di ricostruire tutta la prima parte non solo in bianco e nero, ma come un silent movie (e anche questa è un’ideaccia che si fa fatica a perdonare). Rendendosi probabilmente conto della pochezza della materia che si ritrova per le mani, il regista inventa e deborda onirizzando, sovraccaricando, baroccheggiando, elevando a simbolo pregnante ogni pur minimo dettaglio. Incubi con lupi, grandi vedute di musei di scienze naturali con animali spaventosissimi esposti, diorami incantati quanto inquietanti, e la maquette di tutta New York ma proprio tutta realizzata in occasione dell’Expo 64. Tutto tenuto e girato ad altezza di bambino, convenzione correttista cui Todd Haynes si attiene scrupolosamenteo. Ma l’ecesso zuccherino fastidioso non viene mai coperto dalle molte pur belle invenzioni registiche, co0me il finto silent movie assai mélo – titolasi Una figlia nella tempesta – che la bimba si va a vedersi in un cinema anni Venti (e naturalmente interpretato da una madre disperata, è una Julianna Moore che si sarà divertita parecchio a rifare posture, gestualità e occhiatacce da divina del muto). E la trovata finale, con lo snocciolare delle agnizioni e delle parentele risolto brillantemente con un gioco di marionette con le facce dei personaggi, strappa sì l’applauso ma non riesce a fare di questo Wonderstruck un film importante. Todd Haynes si conferma squisitissimo ricostruttore d’epoche, ma la sua, come già ampiamente visibile in Carol, è ormai pura maniera, forma al servizio della forna, senza nemmeno quella capacità di scatenare una fiera immaginafica grandiosa che fu ad esempio di un Fellini. Perde anche l’occasione di un film seriamente riflessivo e pudicamente profondo sull’essere sordi e muti, di immaginare come possa essere il mondo percepito senza il supporto di quei due sensi, impresa (riuscita) che invece fu il biglietto d’ingresso nel mondo dello spettacolo molti decenni fa di Bob Wilson con il Lo sguardo del sordo. Julianne Moore in doppio ruolo, ma certo non protagonista. Produzione Amazon, a rimarcare come davvero la geografia del cinema stia cambiando.

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