Festival di Cannes 2017. Recensione: GEU-HU (Le jour d’après) di Hong Sangsoo. Un uomo e tre donne tra caso e necessità

295cfc358bff8fb3945ff58dff62d03aGeu-Hu (Le jour d’après) di Hong Sangsoo. Con Kwan Haehyo, Kim Minhee, Kim Saebyuk, Cho Yunhee. Concorso.
5030ddf9e0c485436b8d07bd9ed73d41Uno dei due film del sudcoreano Hong Sangsoo a questo Cannes (l’altro, La caméra de Claire, era fuori concorso: non sono riuscito a vederlo). Stavolta di massima linearità e semplicità, senza quei giochi di specchi cui Hong ci ha abituati. Un uomo e tre donne, in una giornata che sarà decisiva. Equivoci, tradimenti, ritorni imprevisti. E il caso a governare uomini e cose, come sempre in HSS. Voto 7 e mezzo
b6b5d9072ebe48cf23fbec01e209ff84Hong l’infaticabile. Scusate, l’ho già scritto, ma mi ripeto, perché il suo è davvero un caso specialissimo di cinestakanovismo. Dunque: il più fine, sommesso e personale dei registi sudcoreani – grande cinema, uno dei migliori e inventivi al mondo – solo tra il settembre 2016 e questo 2017 ha presentato: un film a Toronto, Yours and Yourself (che ho poi recuperato all’Istanbul Film Festival), uno alla Berlinale, On the Beach at Night Alone (tra i suoi migliori di sempre) e ben due adesso a questo Cannes, Geu-hu in concorso, l’altro, dall’impossibile titolo originale Keul-Le-Eo-Ui Ka-Me-La (meglio quello francese, La caméra de Claire), con Isabelle Huppert programmato tra le séance spéciale: una sola proiezione, che purtroppo mi sono perso.
Certo, non son mica film epici quelli che Hong Sangsoo gira, pochi personaggi in qualche interno e qualche esterno, in ambienti qualunque, massima economia di mezzi (finanziari ed espressivi, anche se non chiamatelo minimalista, please). Ad accostarli i suoi lavori presentano evidentissime affinità, tanto che è facile confonderseli, per via dell’assonanza di temi e il frequente ricorso agli stessi attori. Eppure, quante variazioni in quella apparente uniformità, e che stupefacente capacità di ri-presentare il già visto da altri angoli e punti di osservazione. Sembra sempre guardare lo stesso oggetto, Hong Sangsoo, riprodurre ossessivamente lo stesso cinema, e invece ogni volta ci spiazza con scostamenti quasi impercettibili ma decisivi. Questo Geu-Hu, per esempio. Che fuoriesce dai giochi illusionistici di rifrazione e duplicazione cui HSS ci ha abituati, dalle estenuazioni tardopirandelliane e tardoborgesiane di tanti suoi lavori. Perché qui tutto è massimamente semplice, nitido e lineare, avendo il regista stavolta rinunciato alle sue camere degli specchi e ai suoi labirinti in cui di solito intrappola e ipnotizza lo spettatore. Talmente semplice, Geu-Hu, che ti chiedi alla fine se non sia anche questo un altro e più sofisticato illusionismo del mago, se non ci sia nascosto da qualche parte un altro film parallelo. Un film sommerso.
Areum – la meravigliosa Kim Minhee, una delle donne più belle del cinema di oggi, vincitrice all’ultima Berlinale come migliore attrice e interprete-feticcio di Hong – è al suo primo giorno di lavoro presso il piccolo editore Kim Bongwan, un cinquantenne dallo charme arruffato ma di sicura presa. Areum sembra la migliore scelta possibile come sua assistente: è preparata, colta, sorridente, collaborativa, perbene. Ma la sua prima giornata si rivelerà sorprendentemeente difficile. La moglie di Bongwan irrompe nell’ufficio, la insulta, la aggredisce, credendola l’amante del marito. Che in effetti un’amante l’ha avuta, era l’assistente-collaboratrice di cui Areum ha preso il posto, amante che però ha deciso di andarsene troncando la storia. Invece, sorpresa, in quel giorno fatale, tornerà. Un uomo e tre donne, tutto in poche ore decisive, tutto o quasi all’interno dello stesso ufficio. Con il consueto stile, anche se stavolta in bianco e nero, e dunque camera fissa a osservare e cogliere gli incontri e scontri del protagonista con di volta in volta le tre donne. Si sta molto seduti in Geu-Hu, si beve e mangiucchia qualcosa, si parla in interni di normale qualunquità. Un flusso di parole che innerva il film, come sempre nel regista coreano, che produce anzi lo stesso film, ne è la materia costitutiva. Si resta incantati ancora una volta dalla messinscena squisita e rigorosa, dalla sapienza con cui l’inquadratura viene composta e disegnata, dal pacato ritmo interno che governa persone e cose, un respiro quasi zen. E si sorride, nel vedere questa piccola commedia umana degli errori e dei fraintendimenti, delle illusioni e delle delusione, dei destini e delle vite che potevano realizzarsi in un altro modo e invece no. E si esce dal cinema malinconici e insieme leggeri, come spesso con Hong Sangsoo.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

4 risposte a Festival di Cannes 2017. Recensione: GEU-HU (Le jour d’après) di Hong Sangsoo. Un uomo e tre donne tra caso e necessità

  1. Pingback: Festival di Cannes 2017. LA MIA CLASSIFICA parziale del concorso (15 film su 19) | Nuovo Cinema Locatelli

  2. heuresabbatique scrive:

    Io di suo in bianco e nero ricordo, il bellissimo “The Day He Arrives”, film del 2011. Uno dei pochissimi film di Hong Sang-soo che sono riuscito a recuperare. E mi spiace averne visti così pochi. Insomma a me piace parecchio come autore e averne visti soltanto due/tre mi fa rabbia…

  3. Pingback: Festival di Cannes 2017. LA MIA CLASSIFICA FINALE del concorso | Nuovo Cinema Locatelli

  4. Pingback: Recensione: GOOD TIME dei fratelli Safdie, il vero film rivelazione dello scorso festival di Cannes | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi