Festival di Cannes 2017. Recensione: GOOD TIME dei fratelli Safdie è una bella scoperta (e Robert Pattinson da premio)

e4adc5765186be2be03f0e302724aa87Good Time, un film di Benny Safdie e Josh Safdie. Con Robert Pattinson, Benny Safdie, Jennifer Jason Leigh, Buddy Duress. Concorso.
7cc6da038a579415d6ca9848441c47b2Un puro prodotto della scena indie-newyorkese, i giovani fratelli Safdie. Ammessi a Cannes con un classico heist movie (e relativa fuga post-colpo) concitato, schizzato, allucinato, frenetico, velocissimo. Tant’è che in tutto quel vorticare di cose e persone a un certo punto ci si perde. E però che energia e che visione di cinema. La rivelazione del concorso, più di The Square. Voto tra il 7 e l’8
b32b0a37105b6782a2edbbb3548f885ePrima di questo Good Time avevo visto solo un film di quel puro prodotto indie-newyorkese che sono i fratelli Safdie, ed era un mediometraggio proiettato al Locarno Festival qualche anno fa, The Black Balloon, Il palloncino nero. Un’apparenta fiaba infantile, in realtà un’odissea urbana avvincente piena di imboscate, pericoli e svolte inattese, in cui la cinepresa inseguiva un palloncino per il cielo e le strade di New York. Un film che reggeva benissimo, anche parecchio appassionante, nonostante avesse un piccolo oggetto galleggiante nell’aria per protagonista. Bene, questo Good Time lo si direbbe agli antipodi, schizofrenicamente agli antipodi, di quel mediometraggio, trattandosi di tutt’altra cosa e altro genere, un noir tostissimo, con colpo in banca, sangue, ferite, fuga, incidenti, imprevisti. Tutto, convulsamente, in poco più di una notte. Con intrusioni in ambienti di straordinario degrado metropoliano, e dunque nessun genitore lo farebbe mai vedere ai pupi, altro che The Black Balloon. E invece. Invece la struttura narrativa è sorrprententemente simile. Anche Good Time ci racconta di un errare e vagare, di un altro movimento frenetico indotto dalla necessità (la fuga) e molto dal caso (gli imprevisti che si susseguono). Con la differenza che qui al posto del black balloon a vagare per le strade è un umano, un survoltato, bravissimo e schizzato Robert Pattinson nella sua migliore performance dell’era post-Twilight. Connie è il solito giovane uomo proletario alla deriva, con presente e passato prossimo per niente immacolati, ampio uso di sostanze alteranti, zero soldi, zero lavoro, famiglia maciullata. Solo la nonna, che peraltro non ne vuole sapere di lui, e l’amatissimo fratello minore Nick, un ragazzone con qualche problema mentale (è uno dei due registi, Benny). Servono dollari per sistemarlo, Nick, da qualche parte dove possa stare tranquillo. Dunque ecco Connie coinvolgerlo in un colpo in banca, dove tutto sembra andare bene, salvo poi farsi fregare da un vecchio trucco che ogni rapinatore sano di mente dovrebbe conoscere e loro invece no. Finisce che il maggiore ce la fa scappare, il minore no. Massacrato e portato all’ospedale. Sicché Connie comincia la sua avventura per New York cercando di sfuggire alla polizia, ma anche di liberare il piccolo di famiglia. Sarà l’innesco di una girandola di equivoci, goffaggini, scambi di persona, il tutto a un ritmo frenetico (e i sottotitoli in inglese e in un francese gergale non aiutano) cui non ce la si fa a star dietro. E però che fantasmagoria visiva, e che energia in questa avventura. L’epica di questo eroe sgangherato, astuto nel trovare soluzioni ai vari imprevisti ma che non ce la fa mai a liberarsi dalla sindrome del loser, ricorda da vicino certa New Hollywood anni Settanta e un qualcosa dei primi Ottanta. Innnanzitutto Quel pomeriggio di un giorno da cani: anche qui si fa un colpo per sistemare una persona amata, il fratello disabile psichico (là invece era il fidanzato trans cui occorrevano i soli per il cambio di sesso). E io direi anche I guerrieri della notte. I due Safdie dicono di guardare molto a Scorsese, forse a quello di After Hours, perché francamente non vedo forti analogie tra Good Time e i mafia-movies del super maestro. Invenzioni a raffica e citazioni, come la lunga parte al lunapark, luogo molto amato dal cinema anche horror (dico solo La signora di Shanghai di Orson Welles e Delitto per delitto di Hitchcock). Su tutto quell’aria di desolazione che sta sempre addosso alle vite bruciate in partenza. Pattinson e fratellino sono solo l’ultima incarnazione di un tipo eterno del cinema e non solo, il loser in cerca di riscatto e puntualmente sconfitto. Anche se questo, più che un cinema del e sul reale, su un qualche disagio giovanil-urbano, è cinema di pura forma. Forma che prevale sul resto e anzi lo determina, lo configura. Molti gli applausi dei jeune critiques, che probailmente hanno trovato un modello di riferimento e identificazione nei due fratelli newyorkesi così giovani e già così di successo. Quanto a me, ritengo Good Time la vera rivelazione del concorso, più dell’acclamato svedese The Square, che più passano i giorni e più mi sembra overrated. E chissà mai che ai Safdie non arrivi un premio.

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3 risposte a Festival di Cannes 2017. Recensione: GOOD TIME dei fratelli Safdie è una bella scoperta (e Robert Pattinson da premio)

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  2. heuresabbatique scrive:

    Per forza di cose, non essendo a Cannes, non posso esprimermi su The Square, ma mi pare che, in generale, Ostlund sia sopravvalutato: ricordo le voci che gridavano al film-rivelazione per “Forza Maggiore”, ed io naturalmente lo andai a vedere. Un film che mi fece arrabbiare parecchio: furbo, presuntuoso, e così derivativo (Haneke, Allen, Bergman) senza un segno distintivo davvero, se non quella ferocie ed “erinnica” irritazione (non solo cutanea) che sa darti certo cinema volutamente d’ autore. Della serie quando il cinema d’ autore diventa un genere!

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