Festival di Cannes 2017. Recensione: AUS DEM NICHTS (In The Fade), un film di Fatih Akin. Un revenge movie dall’Europa delle nuove paure

08094e43a93c9a6d1dca44b377483bbdAus Dem Nichts (In The Fade), un film di Fatih Akin. Con Diane Kruger, Numan Acar, Denis Moschitto, Johannes Krisch, Ulrich Tukur. Concorso.
7dbc3719dec14c823adc07efb7b7157aAmburgo, oggi, Una donna decide di farsi giustizia da sola contro due neonazisti che le hanno distrutto la vita. Il regista tedesco di radici turche Fatih Akin ripropone nella forma del revenge movie il tema di sempre del suo cinema, la convivenza complicata tra la Germania e i suoi immigrati. Ma confeziona un film troppo mainstream per colpirci davvero. Se mai sono i dettagli, certi echi dall’Europa in affanno, certe note a margine, a dirci qualcosa di interessante. Voto 4 e mezzo
a2b56eaf7147c2665d747709ae2d3b3dQuando riavremo il Fatih Akin che ci diede due film memorabili cone La sposa turca e Ai confini del paradiso? Sembrava essere nato un autore grande, poi sono arrivate le delusioni, o con film troppo furbi (Soul Kitchen) o semplicemente brutti, brutti e basta (Il padre). Purtroppo questo molto atteso, almeno da me, Aus Dem Nichts, non inverte il trend, e ci ripropone un Akin che ha visibilmente rinunciato a ogni ambizione autoriale per un cinema medio, anche bien fait, anche assai professionale, ma irrimediabilmente qualunque. Aus Dem Nichts è un classicissimo, perfino stereotipato, revenge movie, con una donna a volersi fare giustizia, che pure questo non è una gran novità. Confezione impeccabile, buona scelta e buona direzione degli attori (Diane Kruger è brava e, se certe alchimie di giuria girassero a suo favore, potrebbe anche portarsi a casa il premio come migliore attrice), ma tutto – o quasi tutto (il quasi cercherò di spiegarlo più avanti) – è ampiamente prevedibile, rigidamente inchiavardato sui binari del genere. Narrazione assai convenzionale, da cinema mainstream pronto a passare in tv in prima serata, forma cinema senza guizzi né sorprese o esplorazioni. A essere interessanti se mai sono certi dettagli, certi sottotesti che rimandano all’attuale Europa impaurita dell’immigrazione, da un multiculturalismo che non tiene più, dalle bombe che esplodono. Ma basta mettere in scena o rievocare la cosiddetta attualità per fare del buon cinema? Certo che no, ovvio, e questo film ne è l’ennesima riprova.
Germania, oggi. Katja è sposata da anni al curdo immigrato Nuri (matrimonio in carcere, dove lui era detenuto per faccende di droga). Hanno un figlio e tutto sembra procedere senza scosse – lui non traffica più da un pezzo – e anche se la famiglia di lei, e fors’anche quella di lui, non hanno mai del tutto metabolizzato quella loro storia oltre le differenze etniche e culturali, la presenza del nipotino fa da collante, unisce, smussa le possibili tensioni. Ma succede il fattaccio. Una bomba esplode di fronte all’agenzia di Nuri, uccidendo lui e il figlio. E quando al processo verrà assolta una coppia di neonazisti per insufficienza di prove, anche se tutto indica che son loro i bombaroli, Katja passerà al faccio-giustizia-da-me. Esattamente come in un’infinità di poliziotteschi italiani anni Settanta del genere ‘La giustizia assolve, il cittadino si ribella’. Drammaturgicamente è il finale l’apice del film, l’unico momento davvero rilevante e spiazzante. Con un colpo di scena che non ti aspetti, da decifrare nel suo senso profondo. È il motivo per cui Aus Dem Nichts può diventare interessante solo se lo si guarda scoperchiando ciò che sta celato, svelando i sottotesti. Proviamoci: il tedesco di origine turca Fatih Akin in fondo ripropone anche stavolta, nella forma di un film di genere, il tema che ha sempre percorso il suo cinema. Ovvero la convivenza, possibile ma complicata, tra Germania e i milioni di immigrati venuti dalla Turchia, come la sua famiglia. In Aus Dem Nichts la bionda e tedeschissima Katja – non per niente è Diane Kruger – va sposa a un curdo, con implicazioni non così secondarie per le rispettive famiglie. Divisioni, fratture, malumori, che balzano fuori quando si tratta di decidere dove seppellire il nipotino. La famiglia di Nuri lo vorrebbe portare in Turchia come tradizione vuole, Katja e la sua famiglia si oppongono, e son cose che dicono più di cento inchieste e dibattiti televisivi sul multiculturalismo. E l’attentato, la bomba. Lanciata da due nazisti con aderenze nella Grecia di Alba dorata per colpire quanto ritengono immondo e segno di decadenza della Germania e dell’Europa, una coppia mista. Il film di Fatih Akin porta a galla una questione non così conosciuta e dibattuta oltre i confini tedeschi, i molti attentati da parte di gruppi di destra estrema in difesa, possiamo ben dirlo, della razza. Ma c’è un’ambiguità in questi tentativo da parte del regista di portare l’attenzione su un tema così importante, e atroce, e c’è un rischio: quello di avallare una nuova vulgata secondo cui se esistono attentati islamisti nel nostro continente, ne esistono anche altri di segno opposto contro i migranti e i simboli della convivenza interetnica. Sono tutti dei pazzi, da una parte come dall’altra. Dunque non conta la cultura di provenienza, assurdo parlare di matrici islamiste, è solo questione di deviazioni psichiche e basta. Eh no, bisognerà pur ricordare che gli attentati jihadisti sono più numerosi, hanno finora provocato più vittime, e non li si può derubricare a sintomi e risultato di follia. E ci vorrebbero almeno uno psicanalista e un semiologo, qualcuno che sappia leggere i segni e le apparenze, per decifrare il senso del finale del film, dove si attua una mimesi inquietante con l’autosacrificio del martire jihadista che si fa saltare per aria (chiaro che non posso dire di più).

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