Festival di Cannes 2017. Recensione: L’AMANT DOUBLE di François Ozon. Il film (immeritatamente) più fischiato, ma questo Ozon è puro cinema

649ba0e9b125e78fab5791feaaa2caac804cdaf4fe6ac641a446a0feb9dc443fL’amant double, un film di François Ozon. Cona Marine Vacth, Jérémie Renier, Jacqueline Bisset. Concorso.
6b558382504a034852bd1c175393552eQuanti sghignazzi e buuh durante e dopo la proiezione stampa. Eppure Ozon, da quel citazionista e amante del cinema che è, rivisita con intelligenza e eleganza un genero illustre, quello del doppio-con-gemelli (e gemelle): tra Lo specchio scuro di Siodmak e Inseparabili di Cronenberg. La bella e sofferente Chloé sta con uno psicanalista e ha per amante il suo (di lui) gemello. Seguiranno cose assai paurose, con derive horror e gran dispiego di pratiche sessuali non così allineate (vedi alle voci pegging e strap-on). Marina Vacht è una meraviglia, il dardenniano Jérémy Renier all’altezza del doppio compito. Voto 8
e6f7c8797de16454db33c1c55a82fe52Che linciaggio sui social (ma solo in Italia, non all’estero) di questo L’amant double, ennesimo omaggio di François Ozon al cinema, alla sua storia, ai suoi generi. E anche in sala al press screening sono stati molti e assai sonori i fischi. Sarà che Ozon ha il torto – che per me è qualità rara, e sintomo di coraggio – di non voler stabilire alcuna complicità con lo spettatore, di mantenersene a distanza attraverso il filtro di messinscene eleganti e gelide. Insomma, non è di quegli autori empatici (che parola infame) che piaccion tanto al giorno d’oggi e che fanno fremere di emozione (altra parola infame). Mica per giocare al solito gioco del contrarian, di chi si mette sempre all’opposizione, ma a me L’amant double è parso un bellissimo film. E potrebbe capitargli quello che è successo l’anno scorso a due film di Cannes, Personal Shopper di Assayas e The Neon Demon di Refn, accolti tra gli sghignazzi e e buuh al press screening, salvo essere salutati come dei capolavori di lì a qualche mese dagli stessi che li avevano massacrati. Ma, dico io, si potrà anche non amare L’amant double, ma come si fa a non riconoscerne la sapienza nella costruzione, e nel rifare il genere illustre del doppio (nella sua sottovariante con gemelli e gemelle). E come si fa a non riconoscere la devozione per il cinema di Ozon, e la sua consapevolezza del cinema come macchina non solo narrativa ma anche (soprattutto) desiderante.
Una giovane donna di nome Chloé, troppo bella per non essere anche turbata e inquieta, ha per marito uno psicanalista e per amante il suo gemello, pure psicanalista. Mentre scende in campo, e non si capisce se solo nella fantasia o anche nella realtà, la gemella di lei. Rimandi da vertigine a un’enormità di film del passato sul doppelgänger, e sull’io doppio, insieme confuso e diviso, dei gemelli, e butto lì i primi che mi vengono in mente. Lo specchio scuro di Robert Siodmak con Olivia de Havilland. E poi Inseparabili di David Cronenberg e Sorelle di Brian de Palma. Se vogliamo, pure Persona di Ingmar Bergman (cui molto si rifà anche il film che ha chiuso ufficialmente, fuori concorso, il festival, D’après un histoire vère di Roman Polanski). A fare da baedeker in questa immersione nell’abisso tra passioni e ossessioni e scatenamenti dell’eros, il freudismo semplificato già utilizzato in film come Io ti salverò (qui la paziente si innamora del suo analista, là era l’analista a innamorarsi del suo paziente), ancora Lo specchio scuro di Siodmak e Improvvisamente l’estate scorsa di Mankiewicz. Dove l’analisi si fa griglia di interpretazione, detection, indagine, investigazione, tecnica di svelamento del mistero e dei segreti ben celati laggiù nell’inconscio.
Ozon ripercorre tutti quegli antecedenti, li cita e li rispetta, costruendo un’opera che è profondamente classica e nello steso tempo adeguata ai certe nuove osessioni contemporanee che riguardano il corpo e la mente, e certe pratiche sessuali un tempo ai bordi e ora sempre più al centro delle vite (che poi siano vite spesso sciagurate è altro discorso): mutuando anche il molto mostrare e il niente nascondere dell’ormai trionfante pornografia di massa. Ma è soprattutto il corpo a essere protagonista prepotente in questo Ozon, corpo narcisticamente coltivato, esibito, ridotto a strumento di ginnastiche sessuali ardite quanto prive di ogni profondità e necessità interiore, corpi perfetti e meravigliosi quanto glaciali (la Marine Vacth di Jeune et Jolie torna, e domina con la sua bellezza) che si corrompono, si piagano, esplodono. E qui siamo nelle derive horror più radicali, con perfino mostri e cose (da questo mondo però) alla Alien. Sesso e sangue, come in infinite narrazioni e miti, come nei deliri di molte psicopatologie.
Chloé ha continui dolori addominali, nessun medico riesce ad aiutarla. Finirà da uno psicanalista, convinta che quei malesseri fisici derivino da una disarmonia psichica e emozionale. Ma basta poche sedute e il suo analista (il dardenniano Jérémie Renier) dal nome molto da psy di Paul Mayer, si innamori di lei – come dargli torto? – dichiarandosi impossibilitato a continuare la terapia. Andranno a vivere insieme. Ma dettagli minimi, progressivi slittamenti nell’ignoto, fenomeni inquietanti risospingeranno Chloé nella sofferenza. Cercherà un nuovo analista, e cercandolo scoprirà che ce n’è un altro, Jean, che porta lo stesso cognome paterno di Paul (Mayer è quello della madre). Ci va, e trova la conferma ai suoi sospetti: trattasi del gemello del suo compagno. Ma perché Paul non gliene ha mai parlato? Ne diventa l’amante, e dunque triangolo assai pericoloso, anche perché se Paul nella coppia gemellare rappresenta il lato buono, l’altro ne incarna le ombre, i sadismi, l’eros selvaggio. Il plot con i suoi svelamenti e rovesciamenti e twist funziona benissimo, e una volta tanto perfino il finale non è gratuito e ce la fa a dare un senso e una spiegazione a tutto quanto s’è visto fino a quel momento.
Ozon, si sa, è un manierista, attentissimo alla forma, e lo conferma anche qui con un film massimamente elegante e stilizzato, con attori che si muovono come sonnambuli e con voluta inespressività antipsicologistica, come in certo teatro orientale. Squarciano questa atmosfera da acquario certi surrealismi alla Buñuel (la vagina che si trasforma in occhio), l’irruzione del sangue e del mostruoso. E pratiche sessuali borderline, non si sa quanto reali o quanto proiezioni della mente. Ecco Chloé a letto con i suoi due amanti gemelli che si baciano e accennano a un rapporto omoerotico incestuoso. Ecco la scena che ha fatto inorridire e sussultare  i critici duri e puri del Palais cannense, la sodomizzazione attuata da Chloé  sul marito Paul indossando uno strap-on, un dildo allacciato in vita. La pratica si chiama pegging e pare abbia i suoi devoti cultori. Comunque, se Ozon voleva far parlare quei giornali che a Cannes si buttano sul’extrafilmico e il cosiddetto costume, ci è riuscito in pieno. Attenzione: gran ritorno di Jacqueline Bisset. Omaggio evidente a Polanski: il taglio corto di capelli, le occhiaie, l’aspetto androgino di Chloé sofferente (ma anche la vicina impicciona e sinstra) rimandano dritti a Rosemary’s Baby.

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