Festival di Cannes 2017. Recensione: YOU WERE NEVER REALLY HERE di Lynne Ramsey. La forma è tutto, la storia è niente

You Were Never Really Here, un film di Lynne Ramsay. Con Joaquin Phoenix, Ekaterina Samsonov, Aessandro Nivola, Judith Roberts, Alex Manette. Concorso.
8334b75c122286ee9de11b92e1294a8eLa britannica Lynne Ramsey (A proposito di Kevin) prende una losca storia di ragazzine scomparse, massacri multipli e investigatori sfasciati dentro e fuori, e la congela in quadri di abbacinante perfezione estetica. Solo che stile e forma sono così pevalenti che il plot si perde, e lo spettatore pure. Ma resta una prova di virtuosismo registico da parte della Ramsey, una di quelle (poche) autrici dure e toste che aborrono ogni sentimentalismo. Voto 7 e mezzo

La forma è tutto, la storia è niente. Già con il suo precedente, e migliore, A proposito di Kevin, la britannica Lynne Ramsey aveva raggelato in tableaux di smagliante colorismo e assoluta perfezione compositiva una vicenda atroce di crudeltà fanciullesca. Del resto, viene dalla fotografia, e la passione e la tendenza a bloccare in immagini fisse il fluire delle azioni e del racconto se le è portate dietro come un bagaglio non alienabile nel suo fare cinema. Stavolta attinge a una short story dell’americano Jonathan Ames, l’investigazione di un reduce americano da una qualche guerra mediorientale o interno-asiatica (Iraq? Afghanistan?) sulla scomparsa di una ragazzina – una poco più che bambina – figlia di un senatore, ma anche stavolta il plot viene sfrondato di ogni elemento esplicativo, essenzializzato, scheletrificato, ridotto a puro pretesto per la messinscena. Per inquadrature belle quanto lambiccate. E la prevalenza dello stile sul resto diventa schiacciante, tant’è che si fa una fatica improba a seguire la trama (trama?), oltretutto non aiutati dai soliti troppo gergali sottotitoli in inglese e in francese. Finché, spossati (era successo anche con Good Time dei fratelli Safdie di non capire a un certo punto più niente), si molla la presa e ci si abbandona al puro flusso delle immagini. Però, che impassibilità la signora Ramsey nel rappresentare il Male al lavoro, e che squisita capacità di trasformare il crudele, lo sporco, il sanguinolento, il laido, l’orrido in elementi decorativi. Lasciandoci nel dubbio se si tratti di lenocinio (dal dizionario: abbellimento affettato e artificioso), di improprio sfruttamento, o gran talento nel trasformare il marcio del mondo in pura bellezza. La sequenza iniziale è tutta un montaggio di dettagli, gambe che camminano, mani che forse uccidono, lame, stille di sangue, e mai un totale, mai un’inquadratura che aiuti a decifrare cosa stia succedendo e chi siano la vittima e l’assassino. Si prosegue nello stesso modo, anche se Ramsay deve concedere un qualcosa di più allo spettatore, se no tanto varrebbe passare il film direttamente alla Biennale come videoinstallazione. Allora: la giovanissima figlia di un senatore scompare, per cercarla viene chiamato il suddetto reduce di nome Joe, naturalmente disilluso, naturalmente perseguitato da ricordi tremendi, e, non bastasse, pure da ricordi infantili delle sue smanie suicidarie di soffocamento (tramite autoaffondamento in acqua, testa in sacchetti di cellophan ecc.). C’è un’equivoca quanto misteriosa agenzia per cui Joe lavora, e non sono propriamente lavori puliti. Verrà fuori un losco giro di prostitute bambine in cui ovviamente è cascata anche la figlia del senatore, diventata la favorita di un altro potente. E comincia il massacro, anche se non è chiaro di chi contro chi e per conto di chi. Fatto sta che i cadaveri si ammucchiano davanti ai nostri occhi come in Marlowe o nello Shakespare più scatenato (il Tito Andronico, per esempio), e le scie di sangue, con quel rosso che al cinema vien così bene, si allungano dappertutto. Pavimenti, muri, vetri, a insozzare e insieme decorare il mondo. Joaquin Phoenix, nella parte dell’investigatore-salvatore, rifà in parte il suo personaggio di Inherent Vice di Paul Thomas Anderson, la sordida storia di ragazzine scomparse rimanda a un’infinità di precedenti letterari e cinematografici, da Raymond Chandler fino al meraviglioso Bersaglio di notte di Arthur Penn, da cui questo film prende parecchio. Si esce ammirati per il virtuosismo di Lynne Ramsey, la visualità potente e prepotente, da quel suo fare cinema così personale e riconoscibile, dalla sua assoluta integrità autoriale. Ammirati anche, e turbati, dalla spaventosa bellezza di tante atrocità. E però, Dio mio, una qualche concessione in più alla narrazione no? Applausi a Judith Roberts, che è la vecchia madre.

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