Il film imperdibile stasera in tv: INTERIOR. LEATHER BAR (mart. 6 giugno 2017, tv in chiaro)

James Franco’s Interior. Leather Bar, Cielo, ore 0,50. Martedì 6 giugno 2017.
Avvertenza: alcune scene in questa messa in onda potrebbero essere state tagliate.
Ripubblico la recensione scritta dopo la presentazione del film alla Berlinale 2013 nella sezione Panorama.

20131553_1Interior: Leather Bar, regia di James Franco e Travis Matthews. Con Val Lauren, James Franco, Christian Patrick. 20131553_2James Franco, stavolta anche regista insieme a Travis Matthews, ricostruisce le scene più toste (allora tagliate e poi andate perdute) di un mitico film fine ’70 di Friedkin, Cruising, ambientato nei club del sesso gay estremo. Docufiction, con continui passaggi tra scena e fuori scena, come un Effetto notte in versione set omosessuale. Molto sesso esplicito. Ma qui nessuno ha fatto un plissé. Siamo a Berlino, dopotutto. Voto tra il 6 e il 7val-and-MA-popper-dance2-touched-1-1024x575

Alla fine dei Settanta William Friedkin gira Cruising, indagine di un poliziotto newyorkese (Al Pacino) intorno a un delitto avvenuto nell’underworld omosessuale. Sotto copertura, spacciandosi per gay, si infila nei peggiori leather bar, oscuri antri che son tempio di ogni sfrenatezza sadomaso tra soli maschi, di ogni feticismo, del fistfucking, delle pratiche più estreme, del culto del cuoio e della sferza. Ne resterà irretito, ipnotizzato, inghiottito, e nulla per lui sarà più come prima. Cruising, che sta per andare a caccia di un partner, fu un clamoroso insuccesso e un caso mediatico, qualcosa che sarebbe costato a Friedkin un lungo ostracismo. La comunità gay tacciò Cruising di omofobia accusandolo di fornire un’immagine morbosa, ammorbata e distorta (ma perché? ma quando mai?) dell’omosessualità. Visto che le intolleranze anche se opposte finiscono col saldarsi e allearsi, anche la censura allora infierì, e Friedkin dovette tagliare i quaranta minuti delle parti più toste girate nel leather bar, scene mai ripristinate e mai viste. Oggi naturalmente Cruising è un culto assoluto per i gay, soprattutto per gli amanti dell’S/M e del cuoio, e Interior: Leather Bar, presentato ieri sera alla Berlinale, è un omaggio e insieme una celebrazione del film friedkiniano. Omaggio assai particolare. Ne è autore un nome di richiamo come James Franco, co-regista insieme a Travis Matthews, il quale con questo Interior prosegue le sue incursioni e perlustrazione tra le icone e le mitologie gay-americane incominciate un paio di anni fa con Sal, il biopic che ricostruiva – con gran senso dello stile – le ultime ore di vita dell’attore anni Cinquanta-Sessanta Sal Mineo.
Qui Franco (con Matthews) usa lo stesso approccio tecnico-stilistico, camera a mano leggera per stare addosso (letteralmente, fino al contatto fisico) ai personaggi e ai loro corpi, enfatizzare i dettagli, restituire non tanto la realtà ma una iper realtà distorta, delirante, sovreccitata, una sorta di realtà aumentata. L’idea, notevole davvero, è di ricostruire quei quaranta minuti perduti di Cruising e ormai leggendari, reinventandoli e immaginandoli con ragazzotti – attori e non attori – di oggi. Operazione ibrida, che si colloca tra documentario e fictionalizzazione, ma che è anche cinema nel cinema, cinema sul cinema, metacinema. Si incomincia con il casting per mettere insieme quel gruppo che dovrà dare vita alle scene orgiastiche nella cantina oscura, la macchina va dritta e dura, voyeuristicamente, sulle facce e sui corpi. Primi piani, e ognuno degli attori a spiegare come pensa sarà questo film, perché è venuto al casting, cosa si aspetta. Si discorre di omosessualità, tra cliché, tolleranza finta o vera, qualche idea non banale. Mentre si preparano a girare sul set, che poi è uno stanzone dalle pareti neri fiocamente illuminato, emergono frammenti autobiografici, qualcuno è gay, qualcuno non lo è per niente, qualcuno è in ansia per quanto lo aspetta altri no. Si cazzeggia, c’è qualche morbido tentativo di seduzione, l’atmosfera si fa man mano più carica, sessuale. Il protagonista, colui che farà Al Pacino (ma si precisa abilmente che trattasi di “character che ricorda quello di Al Pacino”), Val Lauren, già visto in Sal, è abbastanza sgomento, dopo le prime scene di sesso telefona allarmato al suo agente ricordando che lui non è omosessuale, teme che il film così sessualmente esplicito lo marchi come pornoattore. In effetti, le scene orgiastiche che i due registi ricostruiscono, immaginando il Cruising desaparecido, sono toste davvero. Muscoli, culi e cazzi in erezione, pratiche sadomaso, e parecchio blow job, insomma pompini, niente viene nascosto. Tutto il film tra scene e fuoriscena dura un’ora, o poco più. Che dire? Che Franco dimostra ancora una volta di un essere un autore vero, a caccia di un cinema marginale e sperimentale, dotato di uno stile (che molto deve al miglior Van Sant), attratto dalla messinscena del sesso e del gaysmo (al sempre attonito Val Lauren, Franco spiega che il pubblico vuole sesso sesso e sesso, anche nei film più mainstream). Qui prende a pretesto Cruising di Friedkin per ricostruite in realtà la scena gay più estrema, quella degli anni Settanta prima dell’Aids, la scena dei club luridi dove ogni gioco era permesso (e quanto si vede qui è solo una parte di quanto succedeva davvero), la scena fetish del cuoio, delle catene, delle borchie. Un sabba. Uno scatenamento dionisiaco, una sfrenatezza come probabilmente non si era mai vista prima in Occidente e che mai più si sarebbe ripetuta, perché l’Aids avrebbe molto cancellato e normalizzato. Interior film porno? Sì, nel senso che va oltre i limiti del cinema che porno non è. Ma paradossalmente il film cui è più vicino nella struttura è Effetto notte, solo che stavolta la troupe sta ri-girando le parti più crude di Cruising, non un film romantico. Occasione in parte mancata però. Franco e il suo co-regista (presente ieri sera alla proiezione) avrebbero potuto – alla Truffaut – approfondire di più, complessificare le relazioni e gli scambi e le sovrapposizioni tra scena e fuori scena, fare degli attori personaggi più interessanti, farli interagire di più. Invece Franco crede troppo al potere e alla presunta verità del cinema-documento, è convinto che far parlare la gente o stimolarla a esprimere la propria opinione possa di per sé produrre qualcosa di interessante. Non è così, purtroppo, quasi sempre la finzione e la vita romanzata son meglio della realtà. Il pubblico non ha fatto un plissé alle scene più esplicite, siamo a Berlino, dopotutto (e però la curiosità e l’attesa erano tali che già 40 minuti prima c’era una fila che attraversava tutto l’atrio del Cinemaxx e proseguiva sulle scale).

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