(al cinema) recensione: SIERANEVADA, un film di Cristi Puiu. Finalmente in sala uno dei grandi film del 2016. Correte

8e1af2313265f6e874665108a86b2a58Sieranevada, un film di Cristi Puiu. Con Mimi Branescu, Judith State, Bogdan Dumitrache, Dana Dogaru, Sorin Medeleni, Ana Ciontea, Rolando Matsangos. Romania. Durata 2h53. Al cinema da giovedì 8 giugno 2017.
ddd076c8351785e36d7d6b32563ded6dUn film che, visto retrospettivamente, risulta essere uno dei migliori dell’anno scorso e il migliore tra tutti quelli in concorso a Cannes 2016. Da cui cui è insensatamente uscito senza premi.
A Bucarest una riunione di famiglia per commemorare il patriarca defunto. E come in ogni riunione di famiglia, ne succederanno di ogni: rinfacci, rimbrotti, segreti scoperchiati, drammi e melodrammi. Solo che il regista Cristi Puiu pratica un cinema radicale e senza troppe indulgenze, quello della presa diretta sulla vita con blocchi di piani sequenza in tempo reale (da qui la durata fuori misura del film: quasi tre ore). Sieranevada chiede parecchio allo spettatore, ma è di una maestria indiscutibile. Voto 8 e mezzo

b5e1563da7cdc08de5fe8e59bb8a80f5Il film made in Romania che aprì, tra molti applausi (e con qualche fuga dalla platea-giornalisti), il concorso di Cannes 2016. E che se allora mi sembrò bellissimo, in un anno e più è addirittura cresciuto nella mia mente assestandosi come un qualcosa alle soglie del capolavoro. Da qui il mio voto, passato dal 7/8 di Cannes all’attuale 8 e mezzo.
Dura quasi tre ore, ma corre via senza pesare, questo film del Cristi Puiu autore di quel La morte del signor Lazarescu del 2005 considerato dagli storici del cinema della contemporaneità l’atto di fondazione del nuovo cinema rumeno e della sua scuola neo-neorealista. Non ha avuto invece lo stesso impatto il suo successivo Aurora, benché fosse assai bello, solo meno travolgente e meno necessario di Lazarescu. Non proprio un autore prolifico, visto che ha lasciato passare sei anni per darci questo molto atteso Sieranevada. Titolo che, per sua stessa ammissione, non significa niente: Puiu voleva un titolo che non cambiasse da un paese all’altro, qualcosa che fosse immediatamente e universalmente riconoscibile, da lì la scelta, togliendo una erre da Sierra e unendo le due parole. Siamo a Bucarest, a pochi giorni dalla strage di Charlie Hebdo (la cosa ha una sua importanza nell’economia del racconto). L’ex medico ora piazzista di farmaci Lary sta andando con la moglie rompiballe a una riunione di famiglia. Bisogna commemorare, come tradizione esige, i quaranta giorni dalla morte di suo padre, in una lunga seduta in cui alle preghiere e ai canti del pope seguirà un abbondante pranzo comune. E con un bizzarro rito, secondo cui un familiare maschio, in questo caso il nipote, dovrà indossare il miglior vestito del defunto e in qualche modo interpretarne la parte, in una sorta di resurrezione simbolica prima del definitivo commiato. Schegge di un passato che non molla la sua presa mescolate alla ipermodernità di un paese travolto dall’economia di mercato tardivamente scoperta. Naturalmente a officiare questa cerimonia di famiglia, a guidarla e regolarne i tempi e le tappe, è la matriarca, la vedova, e tutta femminile è la preparazione e l’organizzazione. Naturalmente ci sono baruffe, rinfacci, schermaglie, colpi di scena, rivelazioni inaspettate, drammi e melodrammi, urla, strepiti, risate, lacrime. Sarà per l’anima latina dei rumeni, ma davvero in certi momenti di Sieranevada par di essere a Napoli, e sono parecchie e  straordinarie pure le affinità con un altro film sul lutto di clan, l’israeliano 7 Days, di e con la meravigliosa Ronit Elkhabetz appena scomparsa, mica per niente anche quello radicato nelle tradizioni mediterranee, stavolta sefardite. Il mosaico parentale in cui ci scaglia Puiu non è facile da decifrare, si fatica per un bel po’ a capire chi siano i figli della matriarca, e chi i nipoti, e chi i generi e le nuore, e chi gli altri partecipanti. Perché l’approccio del regista rifugge da ogni intento didascalico, nessuna spiega ci viene fornita, tutto è filmato a captato come in diretta (e sottolineo come), come se fosse vita in diretta, e tocca a noi dipanare il groviglio della identità, degli affetti, degli amori e dei disamori, e disegnare la mappa. Non è certo la prima volta che il cinema racconta una riunione di famiglia con i suoi bei segreti scoperchiati e rinfacciati, anzi trattasi addirittura di un genere antico e consolidato. Di nuovo e mirabile c’è la scelta radicale di Puiu del come raccontarla. Ripristinando il vecchio sogno (la vecchia illusione) del cinema-realtà, del cinema visione del reale, del cinema che vuole confondersi con la vita, l’autore di Sieranevada procede per blocchi giustapposti, ognuno costituito da un lungo piano sequenza con macchina che, da una postazione fissa, ruota e sposta il suo occhio a periscopio per seguire la frenesia dei personaggi, e la frenesia della vita. Oltretutto, a parte il prologo e una sequenza in sottofinale, tutto il film si svolge nel chiuso di un appartamento, e si resta basiti dalla maestria di Puiu di fare cinema, puro cinema, pedinando i survoltati partecipanti al meeting, il loro inquieto andare e venire, l’urlarsi addosso e lo sbattersi addosso, e il toccarsi, il gridarsi contro. Tra porte spalancate e sbattute che ridisegnano incessantemente la scena. Svariando sui più diversi registri, compreso il grottesco non senza derive nel laido come già in La morte del signor Lazarescu. Mogli ambiziose che non parlano che di vacanze in Thailandia, giovani maschi paranoici che delirano sull’11 settembre tirando in ballo le peggio teorie cospirazioniste, mogli tradite “perché lui ha sempre voluto da me sesso orale e io a quel porco non l’ho mai fatto”, amiche tossiche e vomitanti della giovinastra di casa. Con tostissima discussione tra una vecchia comunista ancora fedele a Ceaususcu e una giovane donna che di quel regime e del suo torvo leader non vuole più saperne. Tutti ad aspettare che arrivi il prete che non arriva mai, e però quando arriva con il suo seguito che meraviglia quei canti liturgici ortodossi, di una bellezza da restare tramortiti, altro che quel che si ascolta oggi nelle chiese cattoliche. Puiu, scegliendo di pedinare e registrare la vita nel suo farsi (e sarebbe bello sapere fino a che punto s’è recitato su un copione o si è improvvisato), chiede molto allo spettatore. La prima parte è francamente faticosa, ingarbugliata, con troppi personaggi che non riusciamo a mettere a fuoco e collocare sulla mappa familiare. Ma poi Sieranevada decolla e mette a segno più di una sequenza formidabile. Con attori che sarebbero da premiare in blocco. Si rivede anche Bogdan Dumitrache, divo del cinema rumeno da festival, premiato a suo tempo a Locarno per Best Intentions, e che qui è Relu, il figlio militare che non ha perso il gusto della burla. Ah sì, si sente Loretta Goggi cantare Maledetta primavera, evidentemente un culto anche in Romania.

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Una risposta a (al cinema) recensione: SIERANEVADA, un film di Cristi Puiu. Finalmente in sala uno dei grandi film del 2016. Correte

  1. ugo scrive:

    Un buon film, non lo nego, ma definirlo uno dei grandi del 2016………..
    Allora: Neruda, Jackie, Paterson, Manchester by the sea, Un padre e una figlia? Sono stratosferici??
    Eravamo in 7 in sala all’Anteo da 50 posti. Io illuso dalla grande recensione ma è poco male, visto che sono curioso e leggo sempre con voracità quel che qui viene consigliato. 3 ore in attesa di un pranzo che in pratica non avviene mai. E quando arriva i commensali che hanno per tutto il film detto che avevano una fame da lupo cincischiano con le forchette in maniera imbarazzante. attori definiti straodinari quando in faccia non li si vede praticamente mai, o sono di spalle o la luce,naturalistica, è troppo soffusa. o sono inquadrati dal piano sequenza molto in lontananza. Quella scena in macchina dove non si capisce perché il protagonista piange mentre racconta un episodio davvero scemo e lei accoglie la notizia dei tradimenti del marito con un frase che nessuna moglie direbbe mai: ne riparliamo tra qualche giorno quando ci avrò ripensato…(?)
    TRanche de vie, OK! ma non esageratamente lunga per non dire nulla se non arrivare alle risate finali interdetti e il film potrebbe andare avanti così all’infinito?
    Empatia nulla, e dopo un po’: chi se ne frega, dai.
    Così si accettano film da festival, ma poi chi li vede?

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