Al cinema. Recensione: SOGNARE È VIVERE. Esordio alla regia di Natalie Portman: dignitoso, e non basta

420327536742Sognare è vivere (A Tale of Love and Darkness), un film di Natalie Portman, dal libro Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz (Feltrinelli). Con Natalie Portman, Gilad Kahana, Amir Tessler, Makram Khoury.
420796Si lascia vedere questo primo film di Natalie Portman regista: qualcosa di molto ambizioso, trattandosi della cineversione di uno di migliori libri di Amos Oz. Una storia autobiografica che è anche storia della nascita di una nazione, quella di Israele. E storia della diaspora ebraica. Ma Portman di quell’immensa narrazione conserva soprattutto la parte che riguarda il piccolo Amos e sua madre Fania nella Gerusalemme tra mandato britannico e primi anni di Israele. Ed è lei, la madre (interpretata da Natalie Portman), a dominare il film. Film onesto, ma senza invenzioni né azzardi. Voto 5 e mezzo
537992Dignitoso, decoroso, volonteroso, corretto, diligente, scolastico. Potremmo anche aggiungere anonimo. Ecco, così si potrebbe definire questo debutto alla regia di Natalia Portman (che riserva per sé anche il ruolo centrale), debutto comunque ambizioso, trattandosi della trasposizione di un grande libro, ma grande davvero, dell’israeliano Amos Oz, uno dei patriarchi della letteratura d’oggi. In Una storia d’amore e di tenebra – che è poi anche il titolo originale del film della Portman diventato chissà perché in Italia il soappistico e improprio Sognare è vivere – Oz va a scavare nella sua infanzia a Gerusalemme, tra gli anni ultimi del mandato britannico sulla Palestina e la nascita dello stato d’Israele dopo il voto favorevole espresso dall’Onu nel novembre 1947. Periodo cruciale visto attraverso gli sguardi del bambino Amos Klausner (che solo molti anni dopo sceglierà di chiamarsi Amos Oz), di sua madre Fania, del padre Arieh. Un memoir, un racconto autobiografico di famiglia che va a intrecciarsi con robusti fili alla storia di Israele, degli insediamenti nel focolare ebraico, come l’aveva definito il ministro inglese Balfour nella sua famosa dichiarazione pro-sionista. E che non manca di ricostruire i confronti e anche scontri duri con gli arabi che quelle terre abitavano, l’impossibilità di una convivenza mai trovata e forse mai cercata. Il libro di Oz è una meraviglia, per come unisce cronache e lessici famigliari agli scoppi assordanti della storia nel suo farsi giorno dopo giorno minacciosa, anche sanguinosa. Ma Una storia d’amore e di tenebra, inteso come libro, scava anche alle spalle di Amos e dei suoi genitori, va a ritrovare e raccontare il passato delle rispettive famiglie, la paterna e la materna, i Klausner e i Mussman, i primi vaganti nell’Europa orientale tra Lituania e Odessa, i secondi installati a Rovno, ora Ucraina. Testimoni tutti di quel mondo ebraico centro-orientale che verrà spazzato via dalla Distruzione. Alla quale i nonni e gli zii del piccolo Amos, di un ramo e dell’altro, scamperanno per aver abbandonato in tempo l’Europa alla volta della Palestina sotto mandato britannico. E tra i passaggi migliori del libro ci sono gli adattamenti e disadattamenti e disorientamenti di quegli ebrei borghesi e intellettuali, prevalentemente urbani est-europei, una volta insediati nella sconosciuta, polverosa, poverissima e per niente accogliente Palestina. E trasformati in attoniti contadini dall’utopia sionista-kibbutzistica: loro che della terra nulla sapevano, tantomeno come coltivarla e metterla a frutto. Di tutto questo nel film di Natalie Portman – che ne è anche la sceneggiatrice – non rimane quasi niente. L’attrice di Jackie e Black Swan ha difatti deciso di potare tutta la saga pre-alyah, prima della migrazione verso la terra dei padri, per concentrarsi sulla famiglia di Amos, specie sulla madre Fania. Scelta legittima, ma che sacrifica molto, forse troppo (ma ci sarebbe voluto anche un budget più consistente per raccontare la doppia saga dei Klausner e dei Mussman). Sicché a dominare questo Sognare è vivere è lei, Natalie Portman, quale Fania, la madre del piccolo Amos, ragazza cresciuta nella lontana Rovno tra agi borghesi e ambizioni intellettuale e di emancipazione (come ebrea e come donna), e ritrovatasi in una nuova e povera terra, costretta a una vita di massima sobrietà se non di stenti. Oltretutto, e contro il volere della famiglia che la sua originaria allure borghese europea l’ha conservata anche in quei climi così diversi, decide di sposare Arieh, intellettuale promettente ma povero, di famiglia contadina sionista (e la memorabile figura della madre di lui, la nonna di Amos, dispotica e maniaca del pulito, nel film è solo un pallido fantasma di quella del libro). Mentre il destino degli ebrei di Palestina resta sempre appeso a labili fili, in casa le ristrettezze aumentano, e Fania – la bellissima, intelligente e fin troppo sensibilie Fania – si lascia sempre più andare a un cupio dissolvi dal quale nemmeno l’amore del e per il figlio Amos riuscirà a farla uscire.Il film è registicamente convenzionale, corretto ma mai inventivo, senza nessun azzardo linguistico e stilistico. Natalie Portman ha però almeno il merito di evitare il calligrafismo estetizzante e anestetizzante che affligge tanti flm d’epoca, e il suo scarso osare è anche il segno di un’apprezzabile umiltà. Sta stretta alla storia senza strafare, imprimendo al film un tono sommesso, mai enfatico, lasciando che la Storia resti sullo sfondo e non prevarichi i personaggi. Ed è esemplare le sequenza della votazione alle Nazioni Unite, vista attraverso gli occhi e le attese del piccolo Amos, senza retorica, senza uno squillo di fanfare. Il film è nella sua essenza la cronaca di una dissoluzione psichica, di uno strazio cui nessuno riesce a porre rimedio. Qualche sbandata sentimentale non pregiudica il tono dominante, che resta di massima sobrietà. Solo che si sarebbe voluto di più e di meglio, un’idea  di cinema più precisa, e almeno un abbozzo, un accenno di un possibile film sulla nascita di una nazione. Non un fallimento, ma si esce dal cinema convinti che Natalie Portman sia ancora migliore come attrice che come regista. Il doppiaggio finisce con l’azzerare il notevole impasto linguistico del film: ebraico, arabo, inglese, yiddish, polacco, ed è una sciagura. E penalizza la performance della Portman che per la prima volta recita in ebraico: lingua che lei, nata in Israele e poi cresciuta negi Stati Uniti (oggi ha la doppia citadinanza), conosceva embrionalmente da piccola ma che poi aveva in gran parte dimenticato.

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