(al cinema) Recensione: LADY MACBETH, un film di William Oldroyd. I peccatori del countryside

off_ladymacbeth_02Lady Macbeth, un film di William Oldroyd. Con Florence Pugh, Cosmo Jarvis, Paul Hilton, Naomie Ackie. Uk.
off_ladymacbeth_01Per il suo primo lungometraggio, l’inglese William Oldroyd prende un romanzo del secondo Ottocento russo e lo sposta nel countryside d’epoca vittoriana. Con una giovane donna, malmaritata a un nobile debosciato, che finisce col buttarsi tra le braccia dello stalliere (ricorda qualcosa?). Esarà l’avvio di una serie di nefandezze. Più che in zona Macbeth, siamo dalle parti di Il postino suona sempre due volte. Impeccabile messinscena tra Terence Davies e Joseph Losey. Ma il film è fin troppo meccanico, senza molte sfumature. Però allo scorso festival di Torino è piaciuto immensamente a stampa e pubblico. Voto 6 e mezzo
Schermata 2017-06-15 alle 18.53.58Un film che ha tutto per piacere al pubblico intelligente e riflessivo delle nostre arthouse: le ascendenze letterarie che ne garantiscono autorialità e artisticità, la smagliante messinscena, attori eccellenti di pura scuola british. Un period movie con ogni cosa al suo posto, i costumi, le atmosfere, le location, le scenografie, i decori, oltretutto senza scadere nell’esteriorità e nella sindrome chicchere-tappezzerie-e-merletti che affligge tanto cinema made in Uk. Il regista William Oldroyd, al suo primo lungometraggio dopo un paio di corti e parecchio teatro, più che a Downton Abbey guarda grazie a Dio ai film in costume belli e crudeli di Terence Davies, Stanley Kubrick (Barry Lyndon) e soprattutto Joseph Losey (Messaggero d’amore, con cui Lady Macbeth ha non pochi punti di contatto). Inquadrature perlopiù a camera fissa e simmetriche, assai Terence Davies, a raggelare e conferire severità a una vicenda che rigurgita di peccati carnali e sangue. Oldroyd e la sua sceneggatrice Alice Birch han preso un romanzo del secondo Ottocento russo, Lady Macbeth del Distretto di Mcensk di Nikolai Leskov, e l’hanno spostato nel countryside in epoca vitoriana. Come si evince dal titolo, foschissima vicenda, anzi truculenta, con una giovane donna malmaritata a un nobilastro di campagna malvagio e debosciato che la disprezza e neanche ci fa l’amore (tutt’al più la fa sbiottare per poi masturbarsi guardandole il sedere). Il suocero, il padrone del castellotto e della tenuta, è se possibile anche più stronzo. Stronzo e misogino. Chiaro che quando all’orizzonte le spunta uno stalliere di gran fulgore fisico lei non ci metta granché a portarselo a letto rotolandosi tra le lenzuola con soddsfazione. E mentre il marito è via la passionaccia divampa. La discesa verso il baratro, abiezione dopo abiezione, sarà veloce e inarrestabile. Più che Lady Macbeth, una dark lady genere Lana Turner del Postino suona sempre due volte che tutti usa e soggioga. Nonostante la notevole messinscena il fim appare alquanto meccanico nella sua progressione, fin troppo prevedibile e con pochi momenti davvero sorprendenti. Il regista ha il merito di non aduggiarci con i soliti tempi lunghi e i ritmi contemplativi del period movie. Qui si va per le spicce, grazie anche a una sceneggiatura encomiabile per sintesi e uso dell’ellisse. Molti dettagli non strettamente necessari son spazzati via, molto vien lasciato all’intuito dello spettatore. Una qualità che però nell’ultima parte si rovescia in limite. I colpi di scena degli ultimi venti minuti si susseguono rapidissimi e anche inesplicati, con forzature oltre il giusto e il consentito. L’impressione è di un buonissimo prodotto un po’ troppo programmato e calcolato, con personaggi senza troppe sfumature e ambiguità, come in un melodramma operistico. Film di molte belle cose, ma è troppo presto per gridare alla scoperta di un autore.

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4 risposte a (al cinema) Recensione: LADY MACBETH, un film di William Oldroyd. I peccatori del countryside

  1. Ugo Malasoma scrive:

    Perché gli accadimenti degli ultimi 20′ sono inesplicabili? Il fatto che piombino in casa della Lady un figlio inaspettato, del marito che se la faceva con la nerina disprezzando la moglie, e la di lui presumo nonna a farla da padroni non è motivo sufficiente per essere assassini costi quel che costi?Visto la fatica di eliminare i veri “padroni”, che chiunque avrebbe sognato di ammazzare?
    E dopo la autodenuncia dello stalliere una perfetta dark-lady che faceva? Prevedibilmente?
    La messa in scena trovo che sia essenziale, con fotografia impeccabile, immagini fisse negli interni e assai mosse per gli esterni, una recitazione asciutta ma espressiva quel tanto che basta per essere credibilissimi. Una chiusura potente e angosciante con la protagonista sola, vestita splendidamente, con quel bel viso “piacione” ma inquietante.
    Certo la regia sceglie di “sottrarre” come una bella rappresentazione operistica ( aggancio assai pertinente ) del resto Leskov ispirò Shostakovich che ne fece un capolavoro del ’900. Da vedersi e ascoltare per godere anche da un’altra prospettiva quanto l’essere umano partorisca alle volte dei mostri spaventosi.
    In ultima analisi un bellissimo film a cui darei qualche punto in più del suo striminzito voto.
    Ma, e me ne scuso, su questo punto non so perché ma siamo spesso agli antipodi, vedi il recente SIERANEVADA (buon film, certamente, ma estenuante e che gira a vuoto e a cui avrebbe fatto molto comodo una provvidenziale sforbiciata, visto che la durata e il risultato finale erano altrettanto prevedibili di questa Lady).
    Ugo

  2. ugo scrive:

    Certamente! E mi scuso se rompo un po’ le scatole, ma stimandola, mi piace commentare a mo’ di forum. Sono abituato del resto ai pareri contrastanti, occupandomi di critica musicale-lirica. Con i melomani le valutazioni canore e registiche spaziano dall’uno al cento con motivazioni spassosissime. Leggendola con attenzione, alle volte trovo che ciò che a lei piace, per altro senz’altro motivato da mille esempi illuminanti, non suscita in me altrettanti bei pensieri e viceversa. Mi pare del tutto normale e non ho minimamente intenzione di imporre la mia visione.
    Volevo farle una domanda, se possibile: il girare alla” Dardenne” non le sembra ormai troppo abusato, un cliché, una “maniera”?
    Un saluto
    Ugo

    • Luigi Locatelli scrive:

      ma certo che il diverso parere è cosa del tutto normale, ci mancherebbe. Comunque sui manierismi à la Dardenne sono d’accordo: è impressionante la quantità di loro discepoli ed epigoni, quasi mai all’altezza dei maestri

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