Film stasera in tv: STEVE JOBS con Michael Fassbender (ven. 7 luglio 2017, tv in chiaro)

Steve Jobs di Danny Boyle, Canale 5, ore 21,11. Venerdì 7 luglio 2017. Prima tv.
013620Steve JobsSteve Jobs, regia di Danny Boyle, sceneggiatura di Aaron Sorkin basata sul libro Steve Jobs di Walter Isaacson. Con Michael Fassbender, Kate Winslet, Seth Rogen, Jeff Daniels, Michael Shulbarg, Katherine Waterston, John Ortiz, Sarah Snook.
Steve JobsVi pare che Aaron Sorkin, il più venerato sceneggiatore in circolazione, potesse scrivere il solito banale biopic? Lui punta più in alto e, anziché raccontarci la rava e la fava, coglie Steve Jobs in tre momenti distinti ma ugualmente cruciali della sua storia, alla vigilia della presentazione di tre prodotti: Macintosh, NeXTcube e iMac (piallata via l’ultima parte: niente iPad e iPhone). Momenti in cui si ritrova alle prese con le persone fondamentali della sua vita, tutte con pesanti conti da regolare con lui. Sofisticato fino al virtuosismo. Ma del vero Jobs c’è poco, e molto di lui viene dato per scontato. Il film che il pubblico non si aspettava su Mr. Apple. Voto tra il 6 e il 7
Steve JobsSteve JobsSì, certo, quant’è bravo Aaron Sorkin, il meglio di tutti, eccelso costruttore di storie e dialoghi fulminanti e abrasivi, di battute pingpongate alla velocità della luce e sovrapposte perché il ritmo sia ancora più indiavolata e la pallina passi dall’uno all’altro come in un Federer-Djokovic dei più tesi. Aaron Sorkin, così consapevole di essere il numero uno che non ce n’è per nessuno. West Wing e The Newsroom e, ovviamente, The Social Network. Con simili medaglie in curriculum, solo lui poteva vivisezionare come si deve il mito di Steve Jobs, totem di ogni millennial, modello di riferimento di masse giovani ansiose di svoltare dall’ago al milione anzi al bilione per mezzo di una qualche sturtup. Ed ecco questo biopic da lui scritto che non è un biopic, che nega clamorosamente le regole del genere evitando qualsiasi ricostruzione lineare per tentare un’operazione assai più ambiziosa, sofisticata, concettuale. Se vi aspettate che Jobs vi venga raccontato dalla tribolata infanzia – lui e la sorella dati in adozione – fino ai trionfi della sua più grande invenzione, l’iPhone, fino alla morte prematura per cancro al pancreas, vi sbagliate, ed è meglio che non acquistiate il biglietto. Aaron Sorkin mica vuol raccontarci la rava e la fava, non sarebbe elegante, queste cose fatele fare a Wikipedia. No, lui punta più in alto, con l’ambizione (mi sembra) di penetrare nella materia oscura di cui era fatto il padre di tutti i Mac e di scrutare e svelare quello che l’ha trasformato in leggenda. L’egolatria, l’ossessività, il seguire senza deflettere solo la propria chiamata interiore, l’anaffettività se non proprio l’aridità. Ma anche la visionarietà, la sciamanica capacità di intuire e vedere là dove lo sguardo degli altri non arrivava. Il culto del bello. Eppure c’è qualcosa che non funziona in questo film straordinariamente scritto e ne fa una lussuosa incompiuta, un oggetto cinematografico imperfetto. Quello che vediamo non è Steve Jobs, ma lo Steve Jobs come l’ha visto e rivisto e revisionato, e piegato a sé, e come ce lo vuol mostrare Aaron Sorkin (sì, c’è anche Danny Boyle alla regia, ma quando hai uno script di Sorkin tra le mani tu che lo metti in scena sei relegato in un ruolo ancillare, non ce n’è). Vero, qualsiasi ritratto di un personaggio, per scrittura o per immagini, è sempre il risultato della tendenziosità e soggettività dell’autore, ma qui i margini di arbitrio paiono molto più ampi del solito. Sorkin si pone di fronte alla figura, la vita e anche il mito SJ come, se si può spericolatamente azzardare il paragone, Shakespeare di fronte a Riccardo III o Macbeth. Prendendosi parecchie libertà rispetto ai fatti e trasfigurando il personaggio storico in simbolo, in tipo ideale e puro, in rappresentante emblematico e sintomatico di certe passioni e forze psichiche. Jobs come incarnazione perfetta della volontà di potenza dell’Ego, dell’ossessione a perseguire i propri obiettivi, contro tutti, contro il mondo. Forse tra un secolo lo Steve Jobs comunemente percepito sarà quello che Sorkin ha definito in questo film, esattamente come per noi Riccardo III è quello reinventato da Shakespeare non quello di una Storia che neanche conosciamo. Punto. Solo che oggi siamo troppo a ridosso dagli avvenimenti, e troppo ci è familiare il vero Steve Jobs perché quello scritto da Sorkin si sovrapponga a lui e si installi al suo posto nella nostra testa. Quanto vediamo sullo schermo ci sembra un’altra storia da quella che credevamo di conoscere, e non è per la scarsa somiglianza rispetto all’originale di Michael Fassbender, il quale, pur bravissimo, è troppo maturo per essere credibile, soprattutto nella prima fase raccontata, gli anni Ottanta. Sorkin – quasi a intensificare il lato di rappresentazione-drammatizzazione più che quello di ricostruzione fedele e documentaristica – costruisce il suo racconto come un play teatrale con parecchie assonanza con i classici della scena americana del Novecento, da O’Neill a Arthur Miller, tant’è che lo script di Steve Jobs potrebbe benissimo essere rappresentato tel quel a Broadway, e non è detto che un giorno o l’altro non succeda. Impianto da palcoscenico anche perché Steve Jobs bizzarramente, e scostandosi parecchio anche in questo dalle regole del biopic, si concentra solo su tre momenti distinti, ma tutti ugualmente cruciali, nella vita e nella storia pubblica del signor Apple, le presentazioni e i lanci pubblici in un teatro o in un auditorium di tre prodotti diversi e fondamentali. 1984: il primo Macintosh; 1988: NeXTCube, il più clamoroso fallimento della sua carriera; 1998: l’iMac. A ruotargli intorno nel corso dei tre eventi – e in attesa che lui si esibisca nella sua performance al cospetto di poubblico, stampa e acquirenti – sono sempre le stesse persone o quasi che ritornano di volta in volta ognuna con il suo carico di gratitudine e affetti (pochi) e di risentimenti e rinfacci e conti da regolare (moltissimi) verso quel genio egotico e solitario. John Sculley (lo interpreta Jeff Daniels), il CEO voluto alla Apple dagli investitori e che a nome degli investitori licenzia a un certo punto Jobs dall’azienda da lui creata. Steve Wozniak (Seth Rogen, strepitoso), il geniaccio tecnologico che inventò in un garage il Macintosh ma cui Jobs non riconobbe mai un ruolo centrale, e che finì con l’andarsene tra molte amarezze (Mick LaSalle, il critico del San Francisco Chronicle, ne parla come di un Ringo che voleva essere John, e la metafora beatlesiana è bella e pertinente). Johanna Hoffmann (Kate Winslet, pure lei formidabile), responsabile marketing, fedelissima di Jobs e sua unica vera amica, anche l’unica capace di gridargli in faccia quel che si meritava quand’era il caso di farlo. Chrisann Brennan (è la meravigliosa Katherine Waterston vista in Inherent Vice), la figlia dei fiori che da Jobs ha avuto una figlia. Una fglia che lui si ostina a non riconoscere sicché le due son costrette a vivere del welfare senza che il bilionario signor Apple passi loro un dollaro. Come se Jobs si ritrovasse sempre, in quelle tre vigilie fatali della sua vita, a fare i conti con i suoi fantasmi, con le persone che ha usato e pure manipolato e piegato ai propri interessi, e che si ostinano a non andarsene, a non sparire, a pretendere da lui di essere riconosciute, di far parte di lui. Jobs e le ombre. Jobs e gli spettri. Il tutto in dialoghi meravigliosamente scritti e incalzant, mentre il protagonista e gli altri caratteri deambulano incessantemente dietro le quinte del teatro in cui sta per cominciare la presentazione del prodotto, in un muoversi isterico tra corridoi e stanze parlando-e-camminando che ricorda molto i piani-sequenza del Birdman di Iñarritu, cui questo film deve parecchio. Per rendere ancora più rarefatta e concettuale l’operazione si usano per le tre parti del film formati e tecniche diversi, il glorioso 16 mm, il 35 mm e il digitale. Si resta estasiati da tanto virtuosismo e dalla suprema abilità di Sorkin di manipolare le parole e muovere le sue pedine, e però è un piacere che si paga caro. Non solo ci sfugge lo Steve Jobs reale, ma per chi non ne conosca già la storia risulta ostico seguire i fatti e il procedere degli avvenimenti. Tutta la vicenda della fondazione di Apple da parte di Jobs e il suo successivo licenziamento da parte di Sculley risulta per necessità riassunta, e data per scontata, e mi chiedo quanto ne arrivi allo spettatore non così addentro nelle cose del signor Apple. L’impressione è che Steve Jobs sia operazione piuttosto autoreferenziale e che il dato biografico di partenza finisca col diventare un pretesto per l’esibizione muscolar-intellettuale di Aaron Sorkin. Due ore di tortuosità e scannamenti psicologici, con uno Steve Jobs alle prese con i suoi demoni (le streghe deli Macbeth? il fantasma di Banquo?) e come sbattuto a forza sul lettino dello psicanalista. Il che è interessante, ma non credo sia quello che il pubblico si aspetta, e neanche quello che gli si dovrebbe dare. E poi le due ore (e due minuti) sono francamente troppe. Danny Boyle mette in scena con grande mestiere, ma il suo tocco, come sempre, ha un che di greve, e la cosa non aiuta. Fassbender ha ottenuto la candidatura all’Oscar, ed è sacrosanto, anche se la grazia che nonostante tutto c’era nell’ambizioso Steve Jobs da lui non traspare mai. Incassi americani deludenti, nonostante le ottime recensioni collezionate.
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