Film stasera in tv: A ROYAL WEEKEND (mart. 11 luglio 2017, tv in chiaro)

A Royal Weekend, Rai5, ore 21,15. Martedì 11 luglio 2017.
Ripubblico quanto ho scritto all’uscita del film.HA Royal Weekend (Hyde Park on Hudson), regia di Roger Michell. Con Bill Murray, Laura Linney, Samuel West, Olivia Williams, Elisabeth Wilson, Elizabeth Marvel. Sceneggiatura di Richard Nelson.HNon lasciatevi fuorviare dal titolo e da chi spaccia il film come un quasi-sequel di Il discorso del re. Il vero protagonista è il presidente d’America Franklin Delano Roosevelt, colto nel 1939 tra pubbliche virtù e vizi privati (amanti, matrimonio di facciata con la moglie Eleanor, sudditanza nei confronti di una madre tiranna). Certo, poi arrivano in visita il re balbuziente e signora, ma trattasi di un subplot. C’era da temere il solito film calligrafico di bei costumi, belle scenografie e noiosa, impeccabile ricostruzione d’epoca, invece in A Royal Weekend c’è qualche interessante annotazione sul potere e un ritratto non così convenzionale di Roosevelt. Voto 6 e mezzoHDomanda: ma perché un film che si chiama in origine Hyde Park on Hudson viene ribattezzato da noi con un altro titolo in inglese e non in italiano? Misteri della distribuzione e del marketing. Tanto valeva, dico io, tenersi quello di partenza. Probabile che chiamandolo A Royal Weekend si volesse stabilire una connessione con un precedente film di immenso successo, quell’Il discorso del re premiato da pioggia di incassi e di Oscar e tra i film più sopravvalutati dell’ultima decade. Vero, anche qui ci troviamo a che fare con il re balbuziente Giorgio VI e signora, però il protagonista è il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, colto nell’estate del 1939 tra beghe pubbliche e private, e con il suo entourage di devoti e serpenti, mentre si prepara ad accogliere la coppia reale inglese venuta a pietire l’intervento della potenza Usa a fianco del Regno Unito nella guerra ormai imminente. Ecco, titolare A Royal Weekend significa tradire il film e ingannare lo spettatore, significa far credere che una sottotrama – l’incontro tra Giorgio VI e Roosevelt – sia invece l’asse narrativo portante.
In ogni caso, visto che non ho amato per niente Il discorso del re e neppure W.E. di Madonna che ritirava in ballo la faccenda, l’idea di rivedermi un’altra volta il re balbuziente e la consorte, anche se in trasferta oltreoceano e di squincio, non mi entusiasmava. Mi sono dunque accostato a Hyde Park on Hudson (consentitemi il titolo originale) sbuffando. Temevo anche si trattasse del solito film in costume in cui il formalismo e il calligrafismo e la ricostruzione d’epoca prevalgono sulla sostanza drammaturgica, tutto uno sfoggio di chicchere e tovaglie e tende e decori filologicamente (e noiosamente) corretti, per non parlare dei costumi innaturalmente impeccabili, sempre nuovi di pacca, senza una piega o una macchia o una scucitura. Invece Hyde Park on Hudson è meglio del previsto. Intendiamoci, rimane all’interno del genere “chicchere comme il faut & vestiti d’epoca senza una piega”, ma dall’interno pratica minimi però robusti sabotaggi, avvelena e inacidisce il fracconto con dettagli e annotazioni mica così banali, anzi. Soprattutto, è un ritratto meno convenzionale del previsto di un moderno padre della patria come FDR, l’uomo amatissimo che ha portato il paese fuori dalla Depressione e l’ha guidato nella guerra contro l’Impero del Male hitleriano. Un monumento, che qui, se non viene demolito o imbrattato, certo qualche sfregio lo subisce.
Siamo, pur se alla lontana, dalle parti della trilogia del potere di Sokurov, dei suoi Lenin, Hitler e Hiro-Hito visti in privato, come osservati dal buco della serratura. Anche qui si applica, come nelle opere del regista grande-russo, la riduzione del potente all’uomo, alla sua quotidianità, alle sue meschinità (per evitare equivoci chiarisco subito che: a) non sostengo che questo film assomiglia ai tre di Sokurov Moloch, Taurus e Il sole, dico solo che c’è qualche affinità nell’approccio a personaggi storici del Novecento; b) non sto assolutamente tracciando un parallelismo storico tra Roosevel e Hitler o Stalin).
Il plot si ispira, fictionalizzandola un po’, alla storia vera di una lontana cugina di Roosevelt , la quale, norendo centenaria nel 1991, lasciò cumuli di lettere documenti da cui si evinceva un suo amore tenuto sempre nascosto con il presidente. Ora, nel film vediamo questa lontana parente Daisy che nel 1939 viene invitata da Roosevelt nella sua casa di campagna di Hyde Parl sul fiume Hudson, stato di New York, diventandone ben presto la confidente, la compagna di scorribande in macchina (dotata di comandi speciali per essere guidata dal paraplegico presidente), e parte integrante della piccola corte in traferta nella magione. Magione, dettaglio importante, non di proprietà di Roosevelt ma di sua madre, signora assai anziana eppure ancora vispa e in grado di esercitare la sua autorità e il suo pugno di ferro sul figliolo e chi gli sta intorno. Finchè nell’ennesimo giro in macchina lui  fa a Daisy un’avance, e succede quel che ha da succedere, forse una masturbazione, forse un blow-job, suggeriti dal lieve rollio della macchina ferma in mezzo a un campo (ma ve la immaginate una scena così in una fiction Lux-Bernabei su un nostro padre della patria?). Diventano amanti, colo che ben presto Daisy si accorge di non essere sola, Roosevelt si fa anche la fedele segreetaria, e altre ancora. Intanto a Hyde Park si entra in fibrillazione. Stanno per arrivare il re e la regina d’Inghilterra, prima visita di reali britannici su suolo americano dopo l’indipendenza, mica roba qualsiasi. Se l’augusta coppia si scomoda un motivo c’è, vengono a chiedere l’appoggio degli Stati Uniti nella guerra contro i tedeschi ormai alle porte. Sarà un weekend in cui si giocherà una partita fondamentale, e ciascuno, a modo suo, si prepara affilando le armi. Qua e là si sfiora una certa piattezza che un tempo si sarebbe detta televisiva (adesso con la retorica dilagante della – assai presunta – superiorità delle serie americane tv sul cinema non si può più dire), ma questo A Royal Weekend, anche se non eccelso, sa andare oltre la superficie e dirci qualcosa sul potere e il suo funzionamento, e anche sulla costante interazione e le reciproche influenze tra la sfera pubblica dei grandi e la loro sfera privata. I reali vengono accolti ovviamenti con deferenza e tutti gli onori possibili, ma l’ormai superiore potenza yankee vien fatta valere, pesare e sentire loro in modi sottili e perfidi: invitando alla sontuosa cena aristocratici Usa del denaro ma non del sangue che a Buckingham Palace mai troverebbero posto, alloggiando Giorgio VI e consorte in camere con appese stampe che sbeffeggiano i soldati inglesi. Roosevelt quella partita la gioca in casa, sa di essere lui ad avere in mano le carte migliori e non esita a ricordarlo al suo ospite. Tutto il film del resto apre squarci assai interessanti sui modi del potere. Il presidente ci viene mostrato come un femminiere incallito nonostante la sua menomazione fisica dovuta alla polio infantile, e il suo matrimonio con la dura Eleanor come un contratto stipulato senza troppa convinzione cui i due ottemperano sempre più stancamente. Si rimane basti nel vedere uno degli uomini più potenti della terra tremare, benchè presidente e già anziano per giunta, di fronte alla anzianissima madre dalla tempra d’acciaio. Si allude anche al molto chiacchierato lesbismo di Eleanor Roosevelt, collocandola al centro di un giro di amiche da Roosevelt sarcasticamente chiamate ‘she-men’, tutte bravissime in falegnameria, e questa delle amiche viriloidi di Eleanor che lavorano di sega e pialla a costruire tavoli, sedie e letti è una delle annotazioni più perfide e godibili. Certo, non si va molto oltre, non si attua nessun serio revisionismo verso l’illustre moderno padre della patria, nessun ribaltone. Anche il personaggio di Daisy nella seconda parte si banalizza e si fa insopportabile, nella sua benevola e passiva accettazione delle voglie presidenziali e dei suoi tradimenti. Ma qualcosa resta di questo film, negli Stati Uniti chissà perché abbastanza maltrattato dai critici e poco o niente presente nelle nomination a Golden Globes e Oscar. Solo Bill Murray, ambiguo il giusto quale Frankin DElano Roosevelt, è entrato nella cinquina dei candidati al Golden Globe quale miglior interprete categoria comedy, per il resto buio totale. Pensare che un altro presidente, il Lincoln del film di Spielberg (visto oggi, e niente male, devo dire), ha avuto ben più corposi riconoscimenti da pubblico e addetti ai lavori: incassi arrivati a 145 milioni di dollari e destinati a salire ulteriormente, e una pioggia di nomination – 12 per l’esattezza- agli Oscar.

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