Il film imperdibile stasera in tv: BLUE JASMINE di Woody Allen (merc. 19 luglio 2017, tv in chiaro)

Blue Jasmine di Woody Allen, Iris, ore 21,00. Mercoledì 19 luglio 2017.
Ripubblico la recensione scritta all’uscita del film. Che, ricordo, ha procurato a Cate Blanchett l’Oscar come migliore attrice protagonista.
1016096_591774020862791_1554824892_nBlue Jamine, regia di Woody Allen. Con Cate Blanchett, Sally Hawkins, Alec Baldwin, Michael Stuhlbarg, Peter Sarsgaard, Alden Ehrenreich. 1017399_591774070862786_1471360991_nStoria di Jasmine, già sciura newyorkese, ora impoverita e sull’orlo del crollo psichico dopo il fallimento e l’incarcerazione del marito finanziere-truffatore. Stavolta non si ride, neanche si sorride. Woody Allen abbandona il battutismo facile e ogni paraculaggine per raccontarci una catastrofe individuale, un precipizio senza via di scampo. Duro come poche volte lo si è visto. Con riferimenti espliciti e voluti a un autore rimasto finora a lui estraneo come Tennessee Williams. Voto 7 e mezzo1013503_591773907529469_1341314017_nChi ha visitato qualche volta questo blog si sarà (forse) reso conto di come io non sia un devoto del culto Woody Allen. Il quale comunque nel nostro paese – uno di quelli, giova ricordarlo, in cui i suoi film, anche i meno riusciti, incassano di più -, di devoti ne può contare a milioni, dunque il mio modesto dissenso niente conta e ancora meno incide. Amo il Woody Allen sfacciato e scatentao e farsesco, senza wannabismi intellettuali, senza ansie di essere accettato nei salottini buoni dei Grandi Autori, dei primi film, Bananas e Prendi i soldi e scappa per intenderci. Ritengo Io e Annie a oggi il suo meglio, da Zelig in poi mi è scattata l’insofferenza forte e ho staccato la spina. E gettato la spugna, e molte sue cose le ho proprio disertate. Poi, strano (sarà il passare degli anni che smussa certe idiosincrasie, chissà), ultimamente ha ricominciato a non dispiacermi. Qualche suo vecchio film l’ho trovato meno detestabile, e son riuscito ad apprezzare perfino From Rome with Love, in particolare i suoi omaggi a un cinema italiano anche minore, mentre anche i più fedeli alleniani lo rigettavano quale opera pessima. Adesso, devo dire che Blue Jasmine mi ha convinto, in my opinion è di gran lunga il suo meglio degli ultimi dieci o quindici anni. C’è ancora dentro certo Woody Allen che non reggo, quello che visibilmente si è scordato di come il mondo là fuori è messo e si attorciglia nell’autoreferenzialità di chi vive nella bolla sua. Cose che non stanno né in cielo né in terra. Per dire, la protagonista Jasmine che per avere un numero di telefono (per quanto importante) tira su ancora la cornetta e lo chiede a un qualche customer service di una qualche telecom Usa. Oggi. Nell’era dei big data, degli smartphone e dei tablet. Per non dire di quando lei, già ricca e diventata povera donna, non sapendo usare il computer – ma vi par possibile che una quarantenne non sia neanche in grado di accendere l’attrezzo? – per imparare se ne va a un corso. Ma quando mai, che tutti abbiamo imparato arraggiandoci e orecchiando, che poi non ci vuole mica tanto? Però. Però stavolta il nostro WA rinuncia a ogni paraculaggine che gli è così propria, a ogni facile piacioneria e captatio benevolentiae verso il suo peraltro sempre assai benevolente e bendisposto pubblico, rinuncia a fare il battutaro seriale e ci serve una commedia-dramma, più il secondo che la prima (la si dovrebbbe chiamare dramedy, come usa oggi, ma la parola è orrenda, lasciamola stare) di inesorabile, ferrigno realismo che non concede via di fuga né alla sua protagonista, né a lui, e nemmeno a noi spettatori. Sbattendoci in faccia una storia cupa, anzi nero-pece, di una sciura newyorkese, una socialite tutta party e feste e inviti e giri shopping e charity d’alta gamma con le amiche, che di colpo si ritrova senza niente e sola dopo il fallimento e l’incarcerazione e la condanna del marito bilionario, nonché finanziere-truffatore alla Madoff. Una discesa all’inferno, una salita al golgota della morte civile e sociale, senza redenzione e prospettive di riscatto. Non c’è via di scampo, in Bue Jasmine. Un percorso di esistenze, quello che vediamo, duramente segnato dal denaro, dal suo possesso e dalla sua perdita, in cui sono la vita materiale e l’economia a dettare le regole e segnare i binari. Marxianamente, il primato dell’economia, della struttura sulla sovrastrattura. Questo è il film più marxiano degli ultimi anni, il più spietatamente realista e regolato dalla inesorabile legge dei soldi, insieme alla magnifica versione televisiva di Todd Haynes di Mildred Pierce con Kate Winslet. Allen dimostra stavolta di avere le palle, trova il coraggio di sfidare il suo pubblico (no ammiccamenti, zero ruffianaggini), rischiando anche la propria immagine e il proprio credito di intrattenitore di lusso guadagnato in una lunga carriera. Jasmine esce schiantata dal crollo del suo mondo ( e solo più tardi scopriremo cosa l’abbia innescato, quel crollo, ed è il vero colpo di scena del film, che Woody Allen piazza in sottofinale con un’abilità da maestro o, se volete, da alto artigiano della drammaturgia). Impoverita, ben oltre l’orlo della crisi di nervi, anzi con un equilibrio psichico già piuttosto pericolante, molla Manhattan – però ancora con tutti i suoi bei bauli e valigerie Vuitton – e raggiunge a San Francisco l’unica persona su cui ancora può contare, la sorella proletaria che là vive, separata e con due figli a carico. Sorelle diverse, opposte. Che per giustificarne l’abissale differenza di destini, caratteri e fisionomia, Allen tira fuori che sono state entrambe adottive dagli stessi genitori. Jasmine da sempre elegante, bella, racé, la preferita di mamma, Ginger la sfigata (“sei una perdente, ti sei sempre messa con perdenti” le rinfaccia ancora Jasmine l’elegante, “ma almeno è gente che non ha mai rubato”, ribatte lei), proletaria dentro, prima che fuori e per la vita che si è ritrovata. Jasmine sciura di Park Avenue, Ginger cassiera in un supermercato. Siamo agli odi e ai rinfacci di famiglia, e in particolare tra sorelle, da sempre cari al nostro, fin dai tempi di Interiors e poi di Hannah e le sue sorelle. Ma stavolta di leggerezza ce n’è poca, non si ride mai, al massimo si sorride un paio di volte. Blue Jasmine si srotola su due piani temporali e narrativi diversi, il qui e ora della ex ricca precpitata nell’indigenza e rifugiatasi sulla West Coast, e i ricordi e spicchi di vita di quando il marito e lei erano allo zenith del loro potere finanziario e mondano in Manhattan. Contrapposizione facile, quella tra nuova vita povera e la vecchia da ricchi, contrapposizione primaria, e tuttavia molto funzionante sul piano narrativo, non si può non riconoscerlo. Passare dal tinello di pessimo gusto della sorella agli ariosi interni design di Park Avenue ha un suo immediato e rude impatto sulla nostra percezione. Naturalmente l’aristocratica Jasmine (nome che peraltro si è inventata, come si è letteralmente reinventatata tutta, plasmandosi non sul reale ma sul mondo così come lei l’avrebbe voluto) entra subito in rotta di collisione con la paziente Ginger, la quale chissà perché la sopporta oltre ogni ragionevolezza (è uno dei punti deboli del plot). Woody Allen ne approfitta per mostrarci il solito spettacolo di miseria e nobiltà divise da pregiudizi reciproci, e gli scontri tra Jasmine e il fidanzato della sorella – un blue collar di buon cuore nonostante la rozza apparenza, oltretutto disposto a sposarsela la Ginger e farsi carico dei suoi due figlioli – sono uno spettacolo, risaputo magari, ma spettacolo sicuro. Non dico oltre, anche perché mi si accusa spesso di raccontare troppo della trama e di fare spoiling. Obiezione cui rispondo dicendo che solo in Italia si ha la mala abitudine nelle recensioni di pronunciare giudizi e sentenze su un film senza manco far capire a chi legge di cosa tratti (confrontare con gli americani, please), che tanto – pensano molti estensori di critiche no spoiler – bastano i mots d’esprit, le spiritosaggini e il bello stile da elzeviro. E invece no. In secundis: chi si sente tanto spoilerato non frequenti più questo blog, ce ne sono altri migliaia e migliaia sul web solo in lingua italiana (comunque grazie, è stato bello, adesso però ognuno per la sua strada). Tornando alla sciura Jasmine: la signora con smanie nobili e di stile che si ritrova di colpo immersa nel milieu della sorella assai ordinaria e volgare è la riproduzione in copia conforme della Blanche Dubois di Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams. Banale dirlo, l’han già scritto in tanti, però è proprio vero. Viene perfino il sospetto che Woody Allen l’idea del film l’abbia avuta dopo aver visto Cate Blanchett – mattatrice di questo Blue Jasmine – recitare proprio Blanche nell’edizione dl play di Tennessee Williamas messa in scena a New York da Liv Ullman. Che così, prelevando dal palco la Blanchett e cucendole addosso una storia molto simile a quella che stava interpretando, Woody avrebbe pure risparmiato sulla direzione d’attori, in un mirabile lavoro di economizzazione  e razionalizazione del tempo e delle energie. Che poi, cosa ci sarebbe di male se Allen si fosse ispirato a Williams? Mica è un reato copiare, soprattutto se si sceglie l’opera giusta da copiare e se si copia bene. Mai comunque avrei pensato che i mondi dei due autori – così sideralmente lontani – si sarebbero un giorno incontrati. Cate Blanchett, allora. Così brava, così aderente in fisico e psiche al suo personaggio, da essersi già presa in questo pezzo di dicembre non so quanti premi come migliore attrice dell’anno e vien data in primissima fila per Golden Gobe e Oscar. Stiamo a vedere. Di sicuro la sua è una performance impressionante, con solo un quache sospetto di manierismo e overacting qua e là. Il suo ricalco della socialite di Park Avenue tutta Chanel, Vuitton e Fendi è perfetto, difficilmente ce lo scorderemo. Pensare che viene dall’Australia. Ma quando si è bravi si è bravi, punto.

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