Il film imperdibile stasera in tv: LA PELLE CHE ABITO di Pedro Almodóvar (mart. 25 luglio 2017, tv in chiaro)

La pelle che abito di Pedro Almodóvar, Rete4, ore 23,16. Martedì 25 luglio 2017.

Ripropongo quanto ho scritto del film alla sua uscita. Nota: il festival di Locarno (dal 2 al 12 agosto) ha appena comunicato che proietterà La pelle che abito ome omaggio al direttore della fotografia José Luis Alcaine, premiato in Piazza Grande con il  Vision Award TicinoModa.19720065

Non si capisce perché questo Almodóvar non sia piaciuto a nessuno o quasi: non al pubblico che devotamente segue il regista da anni, non ai critici che hanno sempre delirato per lui. Eppure La pelle che abito è puro Almodóvar, nel bene e anche nel male. Con tutte le sue ossessioni puntualmente riproposte e riassunte. Solo che stavolta PA la butta sul macabro e si astiene da quegli ammiccamenti alla platea che l’hanno reso tanto gradito. Che sia questo rigore il motivo del flop del film? Che però va visto per il più clamoroso colpo di scena del cinema recente. Qualcosa che (davvero) non ti aspetti e da solo vale il prezzo del biglietto. E poi, c’è il ritorno di Banderas dal suo mentore. 

Banderas sul set con Almodóvar

La pelle che abito, di Pedro Almodóvar. Con Antonio Banderas, Marisa Paredes, Elena Anaya, Eduard Fernández, Blanca Suárez.
z10In La pelle che abito Pedro Almodóvar rifà per l’ennesimo volta se stesso, e lo stesso film. Come in molta sua produzione, soprattutto degli anni Duemila (vedi La mala educacion e Gli abbracci spezzati), moltiplica trame e sottotrame, va avanti e indietro nel tempo con flashback e flashforward, confonde le acque e le carte, depista seminando falsi indizi. E come sempre, la narrazione è così spezzata e discontinua, così affollata di digressioni e elementi-personaggi paralleli che render conto anche solo parzialmente dell’intreccio è impresa ardua. Proviamoci. Siamo in un futuro molto, molto prossimo, nell’anno 2012 (questa recensione è stata scritta al’uscita del film, l’ottobre 2011, ndr), e siamo a Toledo, in una Spagna però abbastanza fantastica e anche qua e là incongrua che talvolta sembra il Brasile, con tutto quel parlare di favelas e di Bahia, e quella parata di chirurghi plastici-star.
C’è un chirurgo plastico appunto, un virtuoso del bisturi estetico, di nome Robert Ledgard (un Antonio Banderas tornato dopo vent’anni sul set con il suo scopritore e mentore Almodóvar), che nella sua sontuosa villa con annessa camera operatoria privata tiene prigioniera una donna di nome Vera, oggetto dei suoi esperimenti e del suo feticismo-voyeurismo. Ne rimodella i connotati, la riveste di una pelle ricavata in laboratorio incrociando tessuti umani e dna suino, in oltraggio a ogni bon ton etico. La scruta attraverso un grande schermo, ne segue ogni movimento, ogni gesto. Chi è Vera? È la moglie del chirurgo, data per morta e bruciata in un incidente stradale, e invece forse sopravvissuta, alla quale ora l’amorevole marito cerca di ridare con i suoi interventi un volto e un corpo normali? O è una sua sosia, che Robert vuole riplasmare a immagine della defunta, in una operazione di duplicazione necrofila simile a quella che tenta il James Stewart di La donna che visse due volte quando ricrea in una anonima commessa l’amata scomparsa per suicidio? A governare la casa c’è una fantesca-padrona, che è una delle attrici-feticcio di Almodovar, Marisa Paredes, la quale si scoprirà essere più intimamente legata al protagonista Robert di quanto non si pensi.
A ossessionare il chirurgo c’è anche il ricordo della giovane figlia Norma, andata fuori di testa dopo aver subito uno stupro e suicidatasi nella clinica in cui era ricoverata (benché in rehab per uso e abuso di ogni possibile droga, Norma è rappresentata dal regista come brava ragazza dal viso acqua e sapone e i capelli raccolti a coda di cavallo, che figurativamenrte sembra ispirata alla Gigliola Cinquetti poco più che adolescente del mitologico musicarello Dio come ti amo, coproduzione italo-iberico-brasiliana del 1966 che ebbe nei paesi latinoamericani un successo travolgente e che Almodovar di sicuro conosce molto bene). Robert, secondo il canone del rape-and-revenge, rapisce lo stupratore per farsi giustizia. I molti livelli narrativi naturalmente a un certo punto si incroceranno e daranno vita a un colpo di scena, a un twist come raramente s’è visto negli ultimi anni al cinema. Qualcosa che davvero non ti aspetti e che è di gran lunga la cosa migliore di La pelle che abito e che, nonostante tutto e nonostante i molti fastidiosi almodovarismi da cui è afflitto, ne rendono altamente consigliabile la visione.
Non rivelerò naturalmente quello che succede, ci mancherebbe: dico però che sta forse lì la ragione per cui questo film del regista spagnolo non è piaciuto al pubblico che tanto gli è devoto e ai suoi soliti estimatori. La crudezza di quel colpo di scena mette a nudo la stessa essenza dell’almodovarismo, la costellazione ossessiva che la costituisce. E la mette a nudo senza più infingimenti né sovastrutture consolatorie. Almodóvar, con un coraggio per lui insolito e dunque encomiabile, stavolta rinuncia a ogni piacionismo, non intrattiene il suo pubblico come ha fatto infinite altre volte con ammicchi e strizzate d’occhio, affonda invece perigliosamente nella sua parte oscura, quella parte che ha sempre avuto ma che spesso ha occultato e edulcorato, e la mostra (si mostra) allo spettatore per ciò che è. Ne esce un film glaciale e funereo, torbido senza remissione, di una cupezza a momenti insostenibile, anche repulsivo. P.A. bordeggia e corteggia  l’horror, pur senza entrarci più di tanto, accumula dettagli macabri, e la passione che ha sempre avuto per incidenti, ospedali, sale operatorie, bisturi, sanguinamenti, trasfusioni, lacerazioni, medicazioni, obitori (vedi Parla con me, Tutto su mia madre, Gli abbracci spezzati ecc.), qui si scatena senza più freni e diventa narrativament e anche visivamente egemone, e si divora tutto il film. Si è molto parlato di Occhi senza volto, il gran horror post-surrealista che Georges Franju girò nella Francia anni Cinquanta (l’ho visto pochi mesi qui a Milano in Cineteca, e sembra nostro contemporaneo), come di un modello cui questo Almodóvar avrebbe guardato. In effetti alcuni elementi in comune ci sono. In Franju un chirurgo plastico rapisce giovani donne per prelevare la pelle del viso con cui ricostruire quello della figlia devastata da un incidente. Lo aiuta nella depravazione un’assistente-governante che è una meravigliosa e sinistra Alida Valli, in uno dei suoi vertici assoluti, cui davvero la Marisa Paredes di La pelle che abito molto assomiglia. Ma le assonanze tra i due film sono tutte esteriori e di superficie, in realtà La pelle che abito non ha niente a che vedere con Occhi senza volto, e gira attorno a ossessioni squisitamente almodovariane, anzi gli omaggi e le analogie con Franju sono solo un deliberato depistaggio, uno dei tanti.
Se, nonostante l’insolito coraggio di un Almodóvar stavolta spoglio e brutale fino alla sgradevolezza e alieno da ogni paraculaggine, il film non decolla e non diventa mai grande è per altri vizi e vezzi. È per il tronfio atteggiarsi del suo autore a Grande Maestro del Cinema (la prima mezz’ora è di una lentezza micidiale, che neanche Dreyer), per quella messinscena che si vorrebbe rigorosa ed è invece leccata e grondante un gusto finto-elevato da glossy magazine, è per l’esibizione sfacciata di una cultura che si pretende sofisticata ed è invece mutuata dalle ultime recensione e dagli ultimi servizi dei giornali di moda (tutto quell’esibire libri, cataloghi e opere di Louise Bourgeois, una vera grande artista che però è stata banalizzata dalla celebrazione di maniera che ne hanno fatto i suddetti giornali fashion). Per favore, Pedro, se vai a una mostra, se ti leggi un libro, se compulsi l’ultimo Vogue America, poi non farcelo vedere e pesare. Invece, purtroppo, ce lo fa vedere eccome, da parvenu della cultura che ci tiene a farci sapere che lui sa. C’è poi in La pelle che abito, a limitarne il volo verso l’alto e verso il capolavoro vero, quel senso di chiuso dell’almodovarismo, quell’autoreferenzialità, quell’aria endogamica e incestuosa che sempre si respira nei film del regista della Mancha (gli stessi attori, gli stessi ambienti, le stesse trame, gli stessi feticismi e fanatismi), quell’eterno ritorno su se stesso. Si sente odore di sprangato, di stantio, di vecchio, si vorrebbero aprire porte e finestre finalmente, vedere un Almodóvar che non rifà eternamente Almodóvar. (L’abbagliante definizione del cinema almodovariano come cinema incestuoso la devo tutta alla notevole recensione di Giulio Sangiorgio sul sito Gli spietati, che raccomando di leggere).
Insomma, il sospetto (che abbiamo sempre avuto) che il nostro non sia un grandissimo, anche stavolta trova abbondante materia per alimentarsi. Almodóvar è un grande a metà, resta, con tutto il rispetto, un grande incompiuto. Però non date retta a chi vi dice che questo è un film orribie. Non è vero, non lo è. Merita di essere visto soprattutto per il suo colpo di scena, per quel tornante narrativo di una forza smisurata che salva il film e lo rende più che degno di una visione. Ma anche il ritorno di Banderas dall’uomo che lo inventò dal nulla e fece di lui una star vale il prezzo del biglietto. Lontano da Hollywood il signor Antonio sembra ritrovare l’anima e dimostra di essere non solo un divo ma anche un attore. Stroncato in Italia, è stato invece ottimamente trattato dalla stampa angloamericana (in generale favorevole anche al film). Hanno scritto che la sua performance di soave crudeltà ricorda certo Cary Grant, ad esempio quello dell’hitchcockiano Il sospetto, e non hanno tutti i torti. A deludere è invece la protagonista Elena Anaya, fisicamente perfetta e però di rara antipatia, glaciale e respingente come il bisturi che modella il suo personaggio, e probabilmente uno dei motivi che hanno reso il film sgradito al pubblico. Che questo sia un passo falso nella carriera commerciale di Almodovar è dimostrato anche dal fatto che la Spagna ha preferito designare nel 2011 come proprio candidato all’Oscar per il migliore film straniero non La pelle che abito ma il catalano Pa negre (Pane nero). Un affronto che Almodóvar presumibilmente avrà preso molto male.

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