Il film imperdibile stasera in tv: LUDWIG di Luchino Visconti (merc. 26 luglio 2017, tv in chiaro)

Ludwig di Luchino Visconti, la7, ore 23,40. Mercoledì 26 luglio 2017.
023-ludwig-theredlistSchermata 2017-07-26 alle 17.10.28Ludwig_3Scusate (mi rivolgo ai responsabili dei palinsesti della 7), che senso ha mandare in onda alle 23,40 un film così monumentale e smisurato che, se dato nella versione uscita a suo tempo nei cinema italiani, dura 150 minuti, se invece nella successiva versione integrale rilasciata in Dvd di minuti ne dura ben 237? Ovvero quattro ore? Cos’è, un test di resistenza, una prova per cinefili estremi disposti a tutto? O sadismo di programmazione? O approssimazione? O altro ancora? E poi, non una nota, non una spiega sul sito della rete su quale versione sia. Allora facciamo così: si cominci a guardarlo, questo capolavoro, l’ultimo vero grande sensazionale lavoro di Visconti, se ne veda il più possibile, finché il sonno non ci porti a letto. Pronti a recuperare Ludwig integralmente alla prossima occasione. Come definirla, quest’opera colossale (in ogni senso)? Di solito la si ingloba nella cosiddetta Trilogia tedesca del conte-regista quale ultimo, estremo episodio dopo La caduta degli dei e Morte a Venezia. A me sembra, per ambizione all’affresco storico, al racconto esemplare di un’epoca e della fine di un mondo attraverso un personaggio bigger than life, piuttosto un Gattopardo trasportato in Baviera, in quei climi foschi alpini e subalpini versante Nord opposti a quelli di Sicilia. Un film vertiginoso per ricchezza di mezzi e di pensiero che solo il cinema italiano di allora, tra i più potenti al mondo (si era nel 1973, prima di una crisi che si sarebbe rivelata irreversible), poteva progettare e realizzare, e che oggi è semplicemente impensabile. Si resta basiti, anzi abbagliati proprio, da tanto splendore, dall’opulenza di quella corte ottocentesca di Baviera e dei castelli fantastici voluti dal suo re, ricostruiti e messi in cinema da Visconti con il rigore filologico che sappiamo, e diventato leggenda. E con quella cultura e quell’uso di mondo che di un aristocratico come lui erano tratti genetici. Ori, stucchi, velluti di ogni colore ma preferibilmente rossi, in un trionfo tardorococò e in un delirio da esteta pazzo. Perché tale era, o si supponeva che fosse, Ludovico II di Baviera, diventato sovrano poco più che ragazzo, cresciuto mentre la Prussia stava unificando la Germania e ridisegnando geografia e geopolitica di una nazione, e finito molti anni dopo deposto da un golpe pilotato dall’esterno dalla nuova potenza bismarckiana. Crepuscolo della Baviera. Tramonto di un re che aveva sognato di instaurare il regno della bellezza, di fare della sua terra la sede di un nuovo rinascimento dove fosse l’arte lo scopo ultimo e il motore primo dell’essere collettivo. Le sue eccentricità lo portano a progetti immani, come la costruzione di quei fiabeschi tre castelli che oggi sono un tesoro per il turismo della repubblica di Baviera. E lo portano a concedere asilo e protezione al musicista che l’ha infiammato, e che molta Germania ancora osteggia, Richard Wagner. Uomo dalla sessualità oscillante, e certo assai prossima all’omosessualità, Ludwig adora platonicamente la cugina Elisabetta detta Sissi, andata sposa all’imperatore d’Austria, si fidanza con la sorella di lei, Sophie, ma non arriverà mai al matrimonio. Intanto il sovrano esteta, adorato dal popolo, suscita preoccupazione nei circoli di corte pià vicini ai prussiani. Viene accusato di eccentricità e dissipazione, lo si sospetta di demenza. Il film testimonia la progressiva messa sotto tutela e l’incarcerazione psicologica del re, fino alla tragica e misteriosa morte. Una folla di personaggi maggiori e minori avvolge Ludwig, gli sta addosso o scorre accanto a lui tra intrighi politici, passioni segrete, passioni dichiarate, personaggi ora alleati ora avversari dell’inerme sovrano che man mano si ritira dentro il proprio mondo interiore. Helmut Berger, allora compagno di Luchino Visconti, è nel film della vita che il regista-amante gli ha sagomato addosso. E si fatica a resistere alla tentazione di sovrapporre personaggio e attore, maschera e volto, di indovinare in Ludwig estremismi esistenziali e derive che poi saranno dello stesso Helmut Berger. Cast impressionante: Helmut Griem, Trevor Howard, Silvana Mangano, Gert Froebe, Umberto Orsini, Sonia Petrova. E Romy Schneider che torna a fare Sissi (e che torna a lavorare con Visconti dopo l’esperienza in teatro a Parigi nel 1961 con Peccato che sia una sgualdrina – e con lei c’era Alain Delon! – e dopo il meraviglioso episodio Il lavoro di Boccaccio 70).

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