Il film imperdibile stasera in tv: IL CASO KERENES di Calin Peter Netzer (giov. 27 luglio 2017, tv in chiaro)

Il caso Kerenes (Child’s Pose) di Calin Peter Netzer, Romania 2013. Rai 3, ore 21.15, giovedì 27 luglio 2017.
Ripublico la recensione scritta dopo la proiezione al Festival di Berlino 2013: Il caso Kerenes avrebbe poi vinto l’Orso d’oro, e fancamente mi sembrò un po’ troppo per un film assai interessante ma che non mi aveva così convinto. Devo dire però che da allora Child’s Pose, così il titolo internazionale, è cresciuto nella mia mente (capita anche il contrario). Il regista rumeno Calin Peter Netzer mi ha pienamente convinto quest’anno alla Berlinale, dove il suo Ana Mon Amour è stato secondo me tra le cose migliori della competizione (vincendo un premio per il montaggio: troppo poco). Il caso Kerenes 01Il caso Kerenes (presentato alla Berlinale come Child’s Pose – Pozitia Copilului), regia di Calin Peter Netzer. Con Luminita Gheorghiu, Bogdan Dumitrache, Florin Zamfirescu. Romania 2013. Vincitore dell’Orso d’oro alla Berlinale 2013. Il caso Kerenes 13Una madre dominatrix, che quando il figlio (trentenne) investe un bambino e lo uccide smuove tutta Bucarest per toglierlo dai guai. Livido ritratto di una Romania di arroganti, prepotenti e corrotti. Voto 7Il caso Kerenes 07Son stati proiettati ormai quasi una dozzina di film del Concorso e ancora non si è visto, non dico il capolavoro, ma neanche quello che si stacca dagli altri e davvero capace di mettere tutti d’accordo. Alcune buone cose, e molte mediocri. Questo Child’s Pose, il titolo rumeno suona quasi impossibile per noi, si colloca nel primo gruppo, anche se a mio parere è al di sotto delle sue ambizioni e delle nostre aspettative, e parecchio lontano dal livello dei capolavori del cinema rumeno della scorsa decade, La morte del signor Lazarescu e 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni.
Tutto ha inizio con un incidente. Fuori Bucarest un bambino viene investito e ucciso, e questo innescherà una reazione a catena e cortocircuiterà due mondi opposti, quello della borghesia e quello dei diseredati. Ricorda qualcosa? Sì, ricorda l’iraniano Una separazione di Agshar Farhadi, vincitore proprio qui a Berlino due anni fa e poi gran successo dilagato in tutto il mondo, e consacrato con ben due Oscar. Le analogie, devo dire, sono abbastanza inpressionanti (là al posto dell’incidente c’era un aborto), con la differenza che Child’s Pose non ha la complessità, la profondità e neppure i twist narrativi di quel film capitale. Tutto è abbastanza prevedibile. Certo, se l’intento era quello di denunciare i nuovi poteri della Romania, la corruzione dilagante, il crescente divario tra classe alta e bassa, la missione è riuscita e compiuta. Solo che il cinema non è solo buone intenzioni, indignazioni e prediche edificanti.
A causare l’incidente è Barbu, un trentenne che da noi verrebbe chamato bamboccione, un viziato figlio della nuova borghesia che non si è mai assunto una responsabilità in vita sua (lo interpreta quel Bogdan Dumitrache che due anni fa al festival di Locarno si portò a casa il premio come migliore attore per Best Intentions). Indolente, irresoluto, ha sempre vissuto all’ombra della madre-matriarca verso cui cova un malcelato rancore (e lei, in una delle scene migliori del film, si lamenta che quel figlio non ha mai neppure aperto i libri di Herta Müller e Orhan Pamuk – due premi Nobel! – che gli ha regalato). Questo è il quadro familiare. Poi arriva quella maledetta faccenda: colpa di Barbu, che guidando molto oltre la velocità consentita investe un bambino sbucato da una strada di campagna. Subito si mette in moto la madre, architetto potente, introdotta nei giri alti di Bucarest, il cui obiettivo è di impedire in qualsiasi modo che Barbu finisca in galera. Minaccerà, farà valere i suoi amici altolocati, pagherà il testimone perché cambi la sua versione dei fatti, cercherà pure di ingraziarsi la famiglia della vittima. Un mostro.
Il film è lei, Cornelia, non si sa se più mossa dall’amore totale per quel figlio che la odia e che forse lei stessa disprezza, o se a guidarla è invece l’istinto di classe, l’arroganza del ricco. Il film purtroppo ha un andamento narrativo piatto, una volta dichiarati i suoi intenti si snoda senza il minimo sussulto. Se in Una separazione succedevano terremoti psicologi e sociali in tutte le persone coinvolte, qui si innesca solo un vago fremito, anche molto tardivo, nel figlio bamboccione,. Di interessante c’è il quadro livido di un paese cui il post comunismo ha portato più libertà, e anche libertà di consumo, ma anche un infragilirsi dei rapporti sociali, una legalità pericolante e soggetta alle pressioni dei forti, differenze sociali scandalose. Postilla: la canzone guida è Meravigliosa creatura di Gianna Nannini, ieri nel cileno Gloria era l’omonimo pezzo di Umberto Tozzi. Trionfo del pop italiano a questa Berlinale.

Aggiornamento al 10 giugno 2013:
Ho appena rivisto Il caso Kerenes per verificare, ed eventualmente correggere, l’opinione che mi ero fatto dopo averlo visto a Berlino. A una seconda visione, e fuori dalla frenesia – anzi dalla catena di montaggio filmica – così tipica dei festival, mi è parso di sicuro più compatto nella struttura e nella scrittura, più efficace e convincente, più incisivo e allarmante nella denuncia di vizi e storture e aberrazioni della nuova Romania, e assolutamente meritevole dell’Orso d’oro vinto. Un film potente, che continua ad agire dentro lo spettatore per molto tempo, tant’è che dopo Berlino non l’ho più dimenticato, a differenza di altri che pure allora mi piacquero di più. Continua a non convincermi – ed è la ragione che impedisce a questo pur notevole film di elevarsi a livelli assoluti – l’oscillazione del racconto tra due piani che non sempre si fondono, anzi il più delle volte restano separati e autonomi, da una parte la denuncia della corruzione e dall’altra la trama dei rapporti tra madre e figlio. Con – me ne son reso conto alla rivisione – un netto prevalere del secondo sul primo. Dialoghi straordinariamente ben scritti ( si pensi solo all’incontro tra la madre e la fidanzata del figlio), e si sente il contributo alla sceneggiatura di un nome capitale del cinema romeno anni Duemila, il Razvan Radulescu già autore dello script di La morte del signor Lazarescu e consulente di 4 settimane, 3 mesi e 2 giorni. Confermo l’impressione enorme che mi fece a Berlino l’interpretazione, davvero gigantesca, di Luminita Gheorghiu (tra l’altro apparsa anche qualche anno fa in uno dei film meno visti, almeno in Italia, di Michael Haneke, Storie). Finale ambiguo e aperto, che però stavolta finisce con l’indebolire il film. Intanto Pozitia Copilului (questo il titolo originale: vuol dire La posizione del bambino, e il riferimento è a una figura dello yoga) è uscito in patria con enorme successo di pubblico, diventando uno dei maggiori incassi di sempre del cinema romeno. Evidentemente la denuncia della corruzione dei poteri e delle diseguaglianze sociali ha colpito nel segno e scosso i romeni. Nota a margine: al cinema è tempo di madri dominatrici, terribili e castranti. Vedi, oltre alla Cornelia di questo film, la terribile Kristin Scott-Thomas di Solo Dio perdona.

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