Il film imperdibile stasera in tv: 1981, INDAGINE A NEW YORK (dom. 30 luglio 2017, tv in chiaro)

1981: Indagine a New York (A Most Violent Year) di J.C. Chandor, Rai 3, ore 21,10. Domenica 30 luglio 2017.
Ripubblico quanto ho scritto all’uscita del film.
amvy_day26-015.CR20286921981, Indagine a New York (A Most Violent Year) di J.C. Chandor. Con Oscar Isaac, Jessica Chastain, Albert Brooks, David Oyelowo, Alessandro Nivola, Catalina Sandina Moreno, Elyes Gabel.
amvy_day11_00190.CR2Dal regista di Margin Call e All is Lost un film che non assomiglia a nessun altro. Un thriller meditativo, austero, senza fracassi da action-movie. Un thriller morale con qualche reminiscenza bressoniana. Nell’anno più violenta nella storia di New York, il 1981, un uomo perbene lotta per salvare la sua azienda, la sua famiglia, la sua vita. Contro di lui c’è da una parte la legge, dall’altra oscure forze criminali. Che fare: mantenere la propria integrità o combattere il male con il male? Da vedere assolutamente. Un film in cui anche la bellezza dei costumi, delle scenografie, della fotografia è profondamente morale. Grande prestazione di Oscar Isaac e Jessica Chastain. Voto 8

amvy_day15-745.CR2Per cominciare, un grazie alla distribuzione torinese Movies Inspired che, dopo aver importato belle cose come La Isla Minima, ci dà adesso la possibilità di vedere, in sala finalmente, questo notevolissimo film Usa del 2014 firmato J.C. Chandor. E però, peccato che il meraviglioso titolo originale – qualcosa che sta tra L’anno più violento e Un anno molto violento – sia stato cambiato nell’anodino, qualunque e pure infedele 1981, Indagine a New York. Ma quale indagine? Il film racconta tutta un’altra storia. Sì, ci sono i federali che stanno spulciando i registri contabili e le fatture dell’azienda di trasporto-combustibili per riscaldamento del protagonista, ma non è mica la pista narrativa centrale. Sarà una questione di marketing, forse la parola violenza con i suoi derivati oggi allontana il probo e timorato spettatore medio (certo non era così nei Settanta, nell’era dei poliziotteschi), e però se così fosse non sarebbe granché come giusticazione del cambio. Ma andiamo oltre, andiamo al film. Che è il terzo di un regista anomalo, rigorosamente, orgogliosamente indipendente pur senza i vezzi e i vizi autorialistici da Sundance o da SXSW. Niente mumblecore, niente cosine low budget, niente storie piccole piccole intorno a sé e ai propri amichetti, niente racconti di margini sociali e esistenziali nelle varie possibili declinazioni, e invece solide e ambiziose costruzioni narrative comme-il-faut con ottimi attori già divi o che stanno per diventarlo, e trame che mirano a un pubblico non solo art-house. Davvero difficile classificare J.C. Chandor, anche perché nei tre film realizzati finora, e nel giro di soli quattro anni, ha bordeggiato generi diversi tra loro, e però nello stesso tempo realizzando prodotti assai personali e non riconducibili facilmente a modelli precedenti e precostituiti. Un cinema inafferrabile, che ti sguscia tra le mani nel mentre cerchi di definirlo, e quando credi di averlo definito. Vediamoli, i suoi film. Margin Call (2011), forse la cosa migliore mai realizzata sulle follie finanziarie e i successivi, inevitabili tracolli, sì meglio del recente La grande scommessa e perfino del sopravvalutato e ruffiano The Wolf of Wall Street di Scorsese. Implacabile, rigoroso, affilato come il paper di un rispettato osservatorio economico o di un qualche think thank gremito di Nobel. Parlatissimo, puro cinema di parola, non senza rimandi a Mamet e a molto teatro americano del Novecento. E però con il film successivo All is Lost (2013), starring un Robert Redford disperso nell’oceano e in lotta per sopravivere, Chandor capovolge completamente la sua forma cinema e ci serve un film senza parole che è azione, fattualità, realtà nel suo farsi e nel suo disfarsi con un uomo solo al centro e, pur non ripetendosi ai livelli di Margin Call, vince la scommessa. Con questo terzo A Most Violent Year (scusate, ma uso il titolo originale, e non per vacuo snobismo), uscito negli Usa già nel 2014, costruisce il suo lavoro più strutturato e complesso, un thriller speciale che non assomiglia a nessun altro e che si discosta coraggiosamente dalle regole classiche e nuove del genere. Che soprattutto niente ha a che spartire con gli action fracassoni, fisici e sanguinari che riempioni oggi gli schermi (tutti gli schermi, dalla sala allo smartphone passando per il tablet). Li metti in fila questi tre titoli, e non capisci cosa mai li possa connettere, diversi come sono, e ti sembra di avere di fronte un rompicapo, come se J.C. Chandor volesse spiazzarti. Poi un qualche legame, una qualche continuità riesci, faticosamente, a rintracciarla. A pensarci bene, son tutti e tre storie di lotta più o meno darwiniana per la sopravvivenza. In Margin Call è una merchant bank che deve lottare per salvarsi dal crack dei mutui subprime, in All is Lost è un uomo solo a fronteggiare una natura scatenata e cattiva, in A Most Violent Year il protagonista, un immigrato ispanico che si è perfettamente assimilato e mimemizzato ma con ancora dentro la paura segreta di ripiombare là da dove è venuto, si trova invischiato in ua guerra contro invisibili avversari-concorrenti che cercano di distruggere la sua azienda di trasporto di combustibili. Siamo nel 1981, nell’anno più violento nella storia di New York, scontri a fuoco per le strade, criminalità proterva e arrembante, omicidi a catena, rapimenti, e le news che aggiornano di continuo il bollettino di guerra. L’ordine, ogni civile convivenza sembra sgretolarsi sotto la spinta dell’illegalità, e male e bene giocano la loro partita per il dominio sulla capitale d’America, e del mondo tutto. C’è qualcosa di biblico, nella resistenza che Abel Morales, l’uomo che tutto sta rischiando, l’azienda, la sua vita, la sua famiglia, il benessere e lo status sociale raggiunti, oppone all’onda delle forze oscure. In un film che ha il respiro lungo, i ritmi maestosi, l’andamento spiraliforme, i tempi dilatati di un’avventura umana ed esistenziale che non è giocata solo nel concitato qui e ora ma guarda parecchio oltre, che non ha nulla da spartire con un qualsiasi action thriller, con una qualsiasi storia di guardie-e-ladri. Film slowburning, che carbura piano, meditativo, riflessivo, che nella sua voluta e scelta lentezza contraddice i codici del genere cui dice di appartenere. Due ore (e qualcosa) in cui uno strepitoso, concentrato Oscar Isaac – definitivamente uno dei meglio attori della sua generazione – si macera in dubbi e dilemmi indirizzando A Most Violent Year verso il territorio pochissimo frequentato e praticato del thriller etico. Il motore narrativo è il tormento di Abel, che vorrebbe conservare il suo senso della legalità e della giustizia, che eroicamente si rifiuta di abbassarsi al livello barbaro e animalesco degli oscuri nemici che stanno sabotando la sua azienda, convinto com’è che anche negli affari ci possa e ci debba essere un’etica. Da quanto tempo non vedevamo scrupoli e dilemmi all’opera al cinema, ormai sfrattati dal cinismo protervamente esibito? Qui si intravede un qualcosa del rigore e del senso del male e della colpa di Robert Bresson, il Bresson di L’argent e di Il diavolo probabilmente soprattutto, e vengono pure in mente i lontani thriller anni Ottanta di Paul Schrader, che di Bresson era (è) cultore e studioso, da American Gigolo a Hardcore con i loro personaggi contesi tra bene e male. J.C. Chandor ha un coraggio leonino nel riecheggiare se non riproporre oggi, in questo mondo, in questo cinema, un cinema così complesso e austero, e così inattuale. Ed è anche tra i pochi, se non l’unico, a raccontarci di un imprenditore, di un’impresa, senza berciare e senza demonizzare. Mantenendo un attegiamento laico e sobrio verso il denaro, verso chi ce l’ha e cerca di farlo. C’è rispetto per quella cosa che si chiama impernditorialità, per chi si danna per mandare avanti il proprio business, per chi ha la legittima ambizione di darsi da fare e mettersi alla prova e rischiare, e in A Most Violent Year non c’è traccia, mai, del populismo anticasta e antiricchezza e antitutto che oggi come uno spettro famelico popola e azzanna l’inconscio dell’occidente. Vi pare poco? Abel Morales, con la collaborazione determinante della moglie – è lei a occuparsi dei conti e di ogni aspetto amministrativo – ha messo su dal niente la sua ditta di trasporti di combustibile da riscaldamento e adesso sta facendo un salto con l’acquisto di un terreno che gli consentirà di ampliare l’attività e installarsi tra i maggiori del settore. Ma entro trenta giorni deve versare un milione e mezzo di dollari, mentre non identificati nemici – concorrenti? gangster organizzati? gangster disorganizzati?- danno l’assalto ai suoi camion-cisterna, rubano il combustibile, terrorizzano i conducenti, con pesanti ricadute sugli affari e l’immagine dell’azienda. Tant’è che la banca nega il prestito per concludere l’acquisto di quel terreno strategico. Si ritrova solo, Abel, con l’unico aiuto della moglie, uno dei migliori personaggi femminili degli ultimi tempi, una moglie che è insieme complice, socia e però anche duro antagonista quando è il caso, resa al meglio da una grintosa, meravigliosissima Jessica Chastain bionda parrucchierata e abbigliata in perfetto look primi Ottanta, ma per niente pupattola, anzi. Siccome i guai non arrivano mai soli, c’è pure un tosto federale che indaga sulla gestione dell’azienda di Abel e sta per incriminarlo per reati economico-finanziari, che in America si sa sono una faccenda seria, mica come da noi, e possono stroncare vite e affari. Ma Abel è sicuro di non aver mai infranto la legge, e si rifiuta di rispondere alle minacce dei misteriosi suoi nemici – che arrivano a mettere a rischio la moglie e le due figlie – scendendo sul loro stesso sporco terreno. Con la domanda, il dilemma che ha percorso tanto pensiero d’Occidente, e anche tanti narrativa e cinema: si può rispondere e combattere il male praticando il bene? o si dovrà ricorrere alle sue stesse armi? Non si può non pensare al Gary Cooper pacifista e quacchero diviso tra la fedeltà ai suoi valori e la necessità di impugnare le armi in La legge del signore di William Wyler. Chandor riesce a tenerci avvinti per due ore con i rovelli del suo Abel, espungendo ogni fracassoneria da facile acion e ogni ruffianaggine, ed è semplicemente un miracolo. Senza dare risposte, anzi lasciando aperti tutti gli interrogativi. Con un finale forse non così narrativamente motivato, ma sconvolgente e di una forza inaudita in cui l’innocente pagherà (cit. Mogol-Battisti). È morale anche il rigore, il senso della misura, perfino il pudore con cui J.C. Chandor ricostruisce quel 1981, con fedeltà storica ed estetica, ma senza i feticismi e la pornografia della bellezza di molti altri film. Eppure scenografie e fotografia sono di massima accuratezza, per non dire dei costumi filogici di Kasia Walicka-Maimone. Se il gran cappotto bianco di Jessica Chastain con cintura e grossa fibbia (il film si svolge tutto in inverno, in una New York di neve sporca e infangata) è di Giorgio Armani, quello cammello strutturatissimo, con ampi revers dal disegno deciso, indossato da Oscar Isaac è ispirato ai capi maschili di Nino Cerruti e dell’americano Martin Greenfield. Così ha detto la costumista in un’intervista rilasciata a The Globe and Mail. Ed è un cappotto su cui chiunque vorrebbe mettere le mani, me compreso. In un incontro in un ristorante italiano si sente Una lacrima sul viso di Bobby Solo come se fosse una musica etnica, e difatti lo è.

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