Locarno 20. Recensione: WINTER BROTHERS (Vinterbrødre) apre tra mugugni e perplessità il concorso

962054Vinterbrødre (Winter BrothersFratelli d’inverno) di Hlynur Pálmason. Con Elliott Crosset Hove, Simon Sears, Victoria Carmen Sonne, Peter Plaugborg, Lars Mikkelsen. Concorso Internazionale. Opera prima.
962055Spiazza tutti, il film danese-islandese che ha aperto il Concorso internazionale. Opera cuperrima in un desolatissimo paesaggio di neve e ghiacci, con un giovane uomo rabbioso contro tutti e contro il mondo. Cinema della minaccia, tra Haneke e il Corbet di Infanzia di un capo. Incubazione di un mostro sociale. Solo che il regista, al suo esordio, decostruisce, spezza ogni linearità narrativa, butta lì indizi e poi non spiega, non conclude, non risolve, ci nega ogni possibilità di capire. Uno di quei film-sudoku che ti fanno andare fuori di testa. E però, meglio un cinema così che i soliti film piacioni.  Voto tra il 6 e il 7

962057Eccolo, il primo film del concorso, dunque in gara per il Pardo d’oro. Una coproduzione tra Danimarca e Islanda e però, visti i panorami ghiacciati e eternamente invernali e i cieli cupi da stringere il cuore, direi girato sull’isolona dei geyser, ma là dove i geyser non ci sono (errata corrige del giorno dopo: in realtà, come apprendo dal pressbook, Winter Brothers è stato girato in Danimarca). E islandese è anche il regista Hlynur Pálmason, al suo primo lungometraggio. Ci si aspettava, sulla scia del rampante cinema made in Iceland che da un po’ di anni piace tanto al critico medio da festival e anche al pubblico (incassando un bel po’ di premi dappertutto, da Cannes a Venezia), un film di solida narrazione con caratteri forti incastonati in paesaggi maestosi, e con quella certa ruvidità selvaggio-nordica di modi e di vita che alla supercivilizzata ed estenuata Europa continentale piace sempre parecchio. Insomma, ci si aspettava la diligente applicazione della ricetta che del cinema icelander, da Rams a Virgin Mountain, ha fatto la fortuna. Invece macché. Hlynur Pálmason sforna, in apertura di Concorso (e tutti scioccati a dire: se il concorso comincia così, ci sarà da soffrire) un film audace per quanto racconta e soprattutto per come lo fa, allineandosi al più nervoso e scomodo, e meno accomodante, cinema in circolazione. Destrutturazione totale di ogni linearità narrativa, avantindietro temporali, inserti di visioni e deliri, passaggi repentini dalla rappresentazione alla realtà e viceversa. E dalla realtà al delirio. In un clima da cinema della crudeltà e della minaccia che rimanda dritto all’Haneke più allarmante e feroce. In fondo, come in Il nastro bianco, o come in L’infanzia di un capo di Brady Corbet, qui si racconta (racconta?) l’incubazione di un mostro. Forse (forse) di un simil-Breivnik. E però, mai si dimentica in corso d’opera, e nell’esplorazione dei peggio labirinti mentali, la costruzione perfino lambiccata delle inquadrature, movimenti e immobilità all’interno dello spazio schermico sapientemente pianificati, e passaggi dal micro (facce e corpi) al macro dei paesaggi. Che sono innevati e dunque potete immaginare l’impatto. Per raccontare cosa? Già. Il regista ci titilla e poi ci punisce disseminando la narrazione (narrazione?) di indizi cui non dà corpo, sviluppo, seguito. Rimescolando capricciosamente la cronologia dei fatti (fatti?). Decostruendo e destrutturando, e andando di ellissi e omissioni e allusioni che fa molto cool, con la furia di uno studente di cinema ansioso di épater les bourgeois e il mondo tutto, e quello dei festival.
Siamo in una fabbrica, in un cantiere rugginoso in qualche valle di lacrime profondo-nordica, ci sono tunnel in cui si lavora come sonnambuli, ganci, catene, enormi rotori dentati. Cos’è? Una miniera? Un centrale geotermica? Altro? Son comunque, quelli che ci stanno dentro, tutti rudi, capi e sottoposti, tutti del tipo fisiognomico-antropologico del maschio nordico vikingo, dunque alto, massiccio, pesante, con barba rossiccia e una pancia dilatata dal troppo alcol. Gente che quando perde il suo tanto decantato aplomb scandinavo (e di zone limitrofe) per via delle troppe birre in corpo c’è da aver paura per come è capace di scatenarsi. Focus su due giovani fratelli che lavorano là nel misterioso e spettrale cantiere nella neve. Emil è il più matto, scomposto, instabile dei due. Con una rabbia malevola dentro contro tutti e il mondo. Ruba alcol dai laboratori e ci fabbrica un beverone orrendo e pericoloso da vendere ai compagni, finché uno finisce intossicato all’ospedale e allora cominciano per lui i guai. Al lavoro non lo vogliono più, lui si ritrova isolato, perfino braccato. Cerca di dargli una mano il fratello meno scemo, ma con Emil è dura. Intanto si imbracciano armi, si ruba l’underwear di una ragazza. Per tutti i 90 minuti si aspetta che succeda qualcosa, ma apparentemente non succede niente, o almeno il regista si rifiuta di dircelo chiaramente, e la scena finale è un punto interrogativo in più, non la soluzione. Ma forse la chiave sta in una delle scene iniziali, apparentemente irrelata e casuale, in quella specie di installazione o altare cerimoniale di legno con sopra i caschi di lavoro degli uomini del cantiere. Io la mia interpretazione dei fatti ce l’avrei, ma mi guardo bene dallo scriverlo. Dico solo che Fratelli d’inverno è di quei film sudoku che stremano lo spettatore lasciandolo frustrato e senza risposte. Come il film bulgaro vincitore qui l’anno scorso del Pardo d’oro, Godless, dal finale enigmatico, se non proprio incomprensibile. Solo che Fratelli d’inverno è più radicale, va molto più in là nel suo volere farci del male, nel suo programmatico deluderci. Di una sgradevolezza a volte insostenibile, quella sgradevolezza tutta nordica della cucina troppo pesante e grassa, delle pance vichinghe troppo piene di birra, dell’heavy metal norvegese e finlandese. Ecco, questo film è intriso di quella nordicità da incubo. Eppure. Eppure Fratelli d’inverno persegue rigorosamente e ossessivamente una sua idea di cinema, osa e rischia, è l’opposto del cinema piacione e ruffiano che non ci piace. E Palmason ha un occhio formidabile, componendo visivamente un film smagliante, usando cose e paesaggi come caratteri. Io dico, nonostante tutto: avercene. E dico che i festival servono anche a questo,  a spiazzarci, a irritarci. Tanto, di Spider-man e Wonder Woman è già pieno il mondo.

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