Locarno 70. Recensione: FREIHEIT (Libertà). Nora scappa, ed è Casa di bambola oggi

971908Freiheit (Libertà) di Jan Spechenbach. Con Johanna Wokalek, Hans-Jochen Wagner, Inga Birkenfeld, Andrea Szavobá. Concorso Internazionale.
964427Perché la berlinese Nora lascia tutto – marito, figli, casa, carriera – e una sera se ne va? Il tedesco Jan Spechenbach si ispira evidentissimamente a Casa di bambola di Ibsen (la sua protagonista si chiama Nora difatti) per tracciare una nuova ricerca di libertà. Film fin troppo programmatico, che migliora quando il regista dimentica il messaggio e si abbandona al caso, al caos, all’erraticità del suo personaggio. Voto 6 e mezzo
964428Dunque: una trentenne berlinese, avvocatessa di medio successo con marito avvocato di medio sucesso, casa con tutti i suoi bei comfort, figlia adolescente e figlio bambino entrambi perfetti e il bambino pure biondissimamente teutonico, senza nulla dire a nessuno una sera se ne va. Lascia la casa, la famiglia, il lavoro. Senza un apparente perché. Ricorda qualcosa? Come no, il fondativo e ibseniano Casa di bambola. Ogni richiamo credo sia voluto, visto che il regista Jan Spechenbach chiama la sua protagonista Nora, come l’eroina protofemminista ibseniana. Più chiaro di così. Ecco, troppo chiaro, troppo esplicito, troppo programmatico. Il film, peraltro bello e assai ben girato e interpretato, con lividi paesagi urbani e oltreurbani, con una protagonista catatonica al punto giusto per ricordarci le alienazioni al femminile di Deserto rosso di Antonioni, ha il limite di essere troppo consapevole. Troppo rigidamente inchiavardato sull’evidente messaggio da trasmettere allo spettatore, ovvero che in una donna ci possono stare più desideri e ansie e voglie di libertà di quante ne possa racchiudere una pur felice, apparentemente realizzata, vita qualunque. E che la fuga da quella prigione ‘per realizzare se stessa’ è un diritto inalienabile. Sì, va bene, ma si sarebbe voluto un film più anarchico e più libero anche rispetto alle proprie premesse, al proprio Super Io. Ma siamo in Germania, siamo nel cinema tedesco, e quella tendenza autoregolativa sempre pronta ad affiorare dal profondo dell’anima nazionale si fa sentire anche qui. Il che, intendiamoci, non rovina quanto di buono e molto buono c’è in Freiheit (Libertà: titolo-manifesto, titolo che più programmatico e teorico non potrebbe essere).Si comincia a Vienna, al Kunsthistorisches Museum. Una donna che scopriremo poi chiamarsi Nora vaga tra Caravaggio e (mi pare) Brueghel. Esce, incontra un ragazzo molto più giovane di lei, ci fa l’amore, gli dice ‘lo sai che hai un bellissimo cazzo?’. Vaga per le strade, ed è puro Deserto rosso reloaded. Finché non la vediamo prendere un treno e approdare a Bratislava, Slovacchia. Con il grande fiume Danubio a marcare paesaggi e orizzonte. Fa amicizia con un bella rgazza bionda di mestiere performer erotica, vale a dire spettacolini porno dal vivo (ma nell’Est Europa, nell’Europa post sovietica, son tutte sex workers?). In parallelo ecco a Berlino il marito Philip disperarsi per la sua scomparsa, andare perfino al Chi l’ha visto? teutonico per rintracciarla, menre i figli cercano di elaborare l’assenza come possono. Il meglio sta nella cifra di sospensione, di non detto, che il regista imprime ai momenti migliori del film, quando si dimentica del messaggio da trasmettere e si abbandona all’erraticità della sua Nora. Grazie anche all’interpretazione elusiva fino a una voluta, marmorea inespressività di una bravissima Johanna Wokalek (ricordate? Era la papessa Giovanna in un film tedesco di qualche anno fa, molto trasmesso ancora oggi dai canali dt tipo Iris). La fuga di Nora verso est, sempre più a est, si fa via via anche sempre più radicale, tra nomi falsi forniti agli altri e forse anche a se stessa, in una distruzione della propria identità passata che lascia il posto al vuoto, allo zero. Senza sapere niente di lei era il titolo di un lontanissimo film anni Sessanta di Luigi Comencini con Paola Pitagora. Potrebne esserlo anche di questo film. Più le immagini scorrono e meno sappiamo di Nora. E la scena finale, fosca e bellissima, è il suggello di un mistero, non una rivelazione. Con quel palazzo-torre di babele al di là del fiume, con le sue finestre illuminate che sembrano occhi nella notte – probabilmente una delirante costrzione realsocialista dei tempi sovietizzati – a dare un segno metafisico al film. Se solo Jan Spechenbach avesse lasciato perdere ogni citazione di Casa di bambola, se fin dall’inizio avesse girato un film meno dimostrativo, avremmo avuto una gran risultato. Ma va bene anche così.

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