Locarno 70. Recensione: LUCKY. Clamoroso omaggio a Harry Dean Stanton che conquista tutti. Sarà premio?

969336Lucky di John Carroll Lynch. Con Harry Dean Stanton, David Lynch, Tom Skerritt. Concorso Internazionale.
961914Lucky ha 91 anni e vivo (solo) in un villaggio perso in una qualche parte del Texas. È brusco, è un irriducibile misantropo, ma tutti lì lo adorano. Viaggio intorno a un grande vecchio di nome Lucky interpretato dall’iconico Harry Dean Stanton. E l’identificazione attore-personaggio in certi momenti è totale. Applausi. Commozione. Partecipazione speciale di David Lynch. E visto che il regista di nome fa John Carroll Lynch, tutti a chiedersi se sia figlio o almeno parente. No, solo omonimia. Voto tra il 6 e mezzo

961908A oggi, il più lungo, convinto applauso in press screening. Tutti entusiasti (parlo degli accreditati stampa) e alla fine perfino commossi. In testa a tutte le classifiche (ma, anticipo, non alla mia: Lucky è bello, a modo suo un film perfetto, ma non è quel capolavoro di cui si va straparlando, ed è di quei prodotti troppo piacioni per piacermi davvero). Un film che, nella sua essenza, è una celebrazione sacrosanta ma fin troppo devota, in ginocchio, di Harry Dean Stanton, attore-icona che ha attraversato molte generazioni cinematografiche e molti film. E che compare in queste settimane, neo-91enne (compleanno lo scorso 24 luglio) anche nel nuovo Twin Peaks. Faccia che solo lui, che non puoi confonderla con nessun’altra, scavata, lignea, già totemica trenta e più anni fa ai tempi di Paris, Texas, figuriamoci adesso. Faccia profondo-americana come quella di Clint Eastwood, su cui credi di leggere molte storie sue e collettive, e invece, credo, temo, impenetrabile. Da idolo remoto. Ecco, a costruirgli addosso questo Lucky ha pensato John Carroll Lynch – attore di quelli che in un’altra era e in un altro cinema si chiamavano caratteristi, qui al suo primo lavoro da regista (ottima riuscita davvero). E che con quel nome ingombrante ha innescato a Locarno equivoci a non finire, inducendo molta gente a pensare che fosse il figlio di Lynch. O almeno parente. Equivoco alimentato dal fatto che in Lucky fa la sua apparizione, ed è un cameo assai ghiotto, David Lynch lui même. Aggiungeteci che Harry Dean Stanton è attore lynchiano e il misunderstanding di massa è servito. Invece macché, John Carroll non è né figlio, né cugino, né nipote di David. Zero legami di sangue. Solo omonimia (pensare ch in conf. stampa ieri è stata fatta la domanda che non si sarebbe mai dovuta fare: “cosa si prova a lavorare con tanto padre?”). Celebrazione dell’iconico Harry Dean Stanton, si diceva, pigiando parecchio il pedale sulla confusione tra vita e rappresentazione, tra persona e personaggio. Quanto del vero HDS c’è nel Lucky che vediamo nel film? Il regista ci marcia, e lo spettatore sta al gioco. Vive da solo, Lucky, ai margini di un villaggetto texano nel niente del deserto che potrebbe proprio essere il Paris wendersiano, cactus e rocce, e quei due-tre bar o saloon dove si ritrovano tutti. Nel suo frigorifero solo latte. E però le sigarette non se le fa mancare mai ai suoi più che novant’anni (e qui la sovrapposizione tra personaggio e persona è totale: Chatrian in conf. stampa a Milano ricordava come Stanton non riuscisse a trovare un volo per l’Europa dove gli concedessero di fumare). Sta in forma smagliante vista l’età. I fondamentali (pressione sanguigna ecc.) son perfetti. Ma un giorno vien colpito da vertigini, cade, rischia di farsi molto male. Lui comincia a guardarsi in un altro modo, lo stesso la piccola comunita che lo circonda e che lo ama, accettando anche il suo brusco carattere e le sue paturnie di irriducibile solitario. È da quel momento che nel film si comincia a evocare, direttamente o per allusione, la morte. Ci pensa, da non credente, Lucky, ci pensa chi crede. Niente drammi e melodrammi. Il film non perde mai, anche nel suo filosofeggiare alto o spicciolo sull’oltrevita, un tono di lieve follia, di commedia di catteri e d’ambiente però sottilmente deragliata. Sceneggiatura meravigliosamente scritta, mai un attimo di noia. Piccole invenzioni continue. E David Lynch lascia un segno forte quale padrone disperato di una testuggine centenaria (no, non tartaruga. Con chi la chiama così lui si arrabbia di brutto) scappata di casa e finita chissà dove. Nome: President Roosevelt. Consimili surrealismi, aggiunti alla presenza di Harry Dean Stanton, fanno sembrare in certi momenti il film uno spinoff di Twin Peaks 3. Vertice assoluto: quando Lucky intona a una festa di compleanno ispanica Volver Volver, con tanto di accompagnamento mariachi. Tutti si fermano ad ascoltarlo, e in platea ci si commuove (ebbene sì, fino alle lacrime). (Volver Volver è un pezzo messicano di Maldonado, non il Volver di Carlos Gardel come io pensavo: a farmi notare l’errore è stato Massimo Lastrucci, che ringrazio). Film perfetto, girato e interpretato in stato di grazia: potrebbe vincerte tutto, qui a Locarno e anche oltre Locarno. Troppo perfetto, dico io. Il limite sta nel suo giocare con elementi troppo facili, nel suo essere così piacione, perfino ricattatorio. Chi volete che resista a HDS?

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