Locarno 70. Recensione: VERÃO DANADO (Estate maledetta). La generazione perduta di Lisbona

967874967877Verão danado (Estate maledetta), di Pedro Cabeleira. Con Pedro Marujo, Ana Valentim, Lia Carvalho. Cineasti del presente.
967870Altro che Berlino, Barcellona, Miami. La nuova capitale dello sballo è Lisbona. Così almeno ce la racconta Pedro Cabeleira, esordiente regista portoghese di soli 25 anni. 48 ore o poco più nella vita dello studente Chico, povero ma bello, concupito in letti proletari e borghesi. E intorno una fauna di strafattoni fanigottoni. Fino a una notte orgiastica con ogni possibile droga e combinazione sessuale. Il regista ci sa anche fare, calandosi con indubbio talento mimetico in quella reltà selvaggia. Ma stavolta rappesentare il vuoto attraverso il vuoto non funziona. Voto 4
967871Due ore e dieci confezionate da un regista portoghese alla sua opera prima, e di soli 25 anni. Il film so far più pretenzioso e odioso tra quelli di Locarno 70. Solita storia (storia?) di giovinastri fancazzisti festaioli e intossicati da sovradosaggi di ogni sostanza alterante: hashish, coca, metamfetamine, altro (aggungete voi). E sessuomani, anche per via degli ormoni al loro picco. Ma non a Berlino, non a New York, non a Barcellona, non in una delle ovvie metropoli dello sballo generazionale. No, stavolta siamo a Lisbona. Che signora mia non è più quella di una volta. Altro che fado, rivoluzione dei garofani, Amalia Rodrigues e il triste esilio del re di maggio (che insomma stava a Cascais, non così lontano). Con questo Estate maledetta (e scusate se il pensiero corre subito alla superqueer Maledetta primavera di Loretta Goggi) il Portogallo fa un salto di qualità e si afferma cone la nuova sentina di ogni vizio giovane. Perché, sembra dirci il ventenne dunque aggiornato regista, che me lo immagino con alle spalle Erasmus e esperienze e frequenze internazionali di ogni tipo e lingua, mica per forza bisogna andare a Miami o Manhattan per trovare la deboscia: lo sballo con scopata plurima è consuetudine ormai anche nella vecchia Europa latina. Prendiamo atto. Comunue lo sa, signor giovane regista, che due ore e dieci per mostrarci nugoli di strafattoni e strafattone che si dimenano alle peggio musica sentita a questo Locarmo, con luci lampeggianti da disco fuori di testa e psichedelie anche quando son feste ballerecce in casa, son proprio insostenibili, e che se tagliava un’ora al montaggio sarebbe stato molto meglio, e magari col dimagrimento sarebbe venuta fuori anche una parvenza di linea narrativa che qui proprio non si riesce a intravedere. Dunque: il moraccione Chico lascia il paesello natio e i morigerati costumi agresti per volare nella capitale a studiare non ricordo più che cosa. Del resto, mai che lo si veda una volta con un libro in mano, mai preparare un esame, mai mettere piede in un’aula, e lo stesso vale per tutti i suoi compagnucci di merende tossiche, fanigottoni al pari di lui benché quasi tutti iscritti a una qualche facoltà. Venuto dal popolo, Chico è il classico povero ma bello che piace a signore e signori, che trova subito tutte le porte aperte. Massimamente delle camere da letto. E mentre i suoi amici di appartamento e di vicinato continuano a stazionare nei ranghi bassi del proletarato giovanile di Lisbona, lui sale rapidamente la scala sociale scopandosi anche damigelle assai chic, magre e malmostose, naturalmente infelicemente fidanzate e pronte a buttarsi (ma per una sola notte, mica di più) sulle carni sode di Chico. Il quale, se ho contato bene, in un paio di giorni e di notti passa da una festa all’altra, fino alla notte di tutte le notti, la notte di ogni peccato, la notte estrema dove tutti si fanno di tutto, e si fanno tutti, culminante in’orgia quasi collettiva (i mucchi, se ho visto bene, stanno sulle cinque-sei persone di entrambi i sessi, avvinghiate in ogni possibile combinazione). Ma tranquilli, siamo nel cinema d’autore, mica nella bassa sporcaccioneria, sicché si mostra e non si mostra, e alla fin fine non si vede granché. E quando arriva l’alba ecco puntuale il senso di disfacimento, di desolazione (ah, ecco la fine della nostra civiltà! Ecco la deboscia da basso impero!), tipo fauna notturna che nella Dolce vita sciama sulla spiaggia affascinata dal mostro marino. Certo, con più crudelta e più cinismo, secondo la peraltro ormai lontana lezione di Bret Easton Ellis. Bisogna ammettere che il regista ragazzo sa girare assai bene, muovendo convulsamente la cinepresa, eliminando ogni filtro tra mdp e quella realtà selvaggia, penetrandoci dentro, catturandone corpi, gesti, posture, sudori, umori, discorsi variamente deliranti e tossici. Sì, ci sa fare il ragazzo. Ma, almeno stavolta, rappresentare il vuoto attraverso il vuoto, lo zero attraverso lo zero, non funziona. Speriamo nella prossima.

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3 risposte a Locarno 70. Recensione: VERÃO DANADO (Estate maledetta). La generazione perduta di Lisbona

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  2. April Abusta scrive:

    che recensione di merda

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