Locarno 70. Recensione: DISTANT CONSTELLATION. Tra i sopravvissuti di una Istanbul lontana e multietnica

964675Distant Constellation di Shevaun Mizrahi. Cineasti del presente.
964710In una casa di riposo per anziani e molto anziani a Istanbul. Un istituto che intuiamo essere cristiano, forse cattolico. Una centenaria armena rievoca il grande massacro, un uomo che ha vissuto a Parigi rimpiange la dolce vita europea. Da dove vengono? Chi sono? Il documentario della regista Shevaun Mizrahi mostra e poco racconta. Ma l’impressione è che questi signori siano i sopravvissuti di una Istanbul che sta scomparendo. Voto 7+

981977Non riesco a trovare dettagli significativi, oltre all’abbastanza impersonale scheda bografica sul sito del festival, su Shevaun Mizrahi, regista al suo primo lungometraggio. Mi parrebbe israeliama, ma forse, vista la coproduzione del film, è di nazionalità americana. In ogni caso è andata a Istanbul (che sia turca?) per girare questo documentario in una casa di riposo e i suoi anziani e anzianissimi ospiti. Si va, a occhio, dai 75enni ai centenari. Ovvio che è un film sulla vechiaia e sulla morte imminente. Sull’anticamera della morte, non troppo diversamente dal molto applaudito Lucky di John Caroll Lynch. Ma l’interessante è il microcosmo stambuliota indagato da Shevaun Mizrahi, microcosmo che riflette il passato mescolato e levantino e polietnico e policulturale, anche tormentato, della città. Non ci vengono fornite spiegazioni né sul posto né sugli ospiti, lasciando che siano loro a parlare, in un flusso di coscienza spesso tra delirio e realtà, tra ricordi lucidi e ricordi alterati. Però da certi indizi si capisce che si tratta di una casa di riposo religiosa, e cristiana, fptobablmente cattolica. Fondata quando? Da chi? Per chi? Ci sono solo cristiani o anche musulmani, anche ebrei? Ci sono crocefissi alle pareti, una statua di gesso della Madonna all’ingresso. E sembra di stare in uno di quegli istituti religiosi di cui era disseminato il Nord Italia fino agli anni Sessanta (conventi, sedi di ordini religiosi, scuole ecc.). Stessa atmosfera, stessi arredi, stesso silenzio, stessa polvere. E incanta, questo reperto di un altro mondo e di un altro tempo nella Istanbul di oggi. Gli  ospiti sembrano soffrire tutti di una qualche patologia, non solo di vecchiaia estrema. Quasi tutti parlano inglese o francese, e qualche volta enrambi. Oltre al turco, ovvio. Chi sono? Che passato hanno? Poco ci viene detto, qualcosa si deduce o intuisce da quanto faticosamente dicono. C’è una signora armena immagino centenaria che rievoca quando al villaggio suo furono tutti sterminati ai tempo del Grande Massacro, e la sua famiglia si salvò solo convertendosi all’Islam. La signora parla un buonissimo inglese, e verebbe voglia di saerne di più dei tragitti della sua vita. C’è un 75enne che potremmo dire erotomane, ci ha il sesso in testa, ha vissuto a Parigi, addirittura fa una proposta di matrimonio alla regista. Ha letto Lolita di Nabokov, rievoca orge parigine. C’è un ex fotografo ancorato alla sua Nikon. Due ottantenni fano su e giù sull’ascensore scambiandosi dialoghi quasi beckettiani. Nulla viene aggiunto oltre a quello che la macchina da mresa mostra e racconta. Ma dietro alle facce intravediamo mondi passati e ormai sepolti, culture e lingue un tempo forti e adesso sull’orlo del’estinzione. Intanto, lì di fronte, sta sorgendo un enorme building, di queli che stanno ridisegnando la faccia e il cielo di Istanbul. La cinepresa ogni tanto lascia la casa di riposo e va indagare là nel cantiere. Le storie dei turchi che ci lavorano sembrano venire da un alto mondo rispetto a quello dell’istituto, da un’altra Turchia, infinitamente lontana dalla Costantinopoli polietnica di un tempo di cui quei vecchi sono tra gli ultimi sopravvissuti. Facile e fin troppo didascalica contrapposizione, che la regista poteva anche evitare. Un operaio esperto del cantiere consiglia al giovane collega di darsi da fare, di imparare, di migliorare la sua posizione: “Guadagnerai di più e potrai conprare alla tua famiglia non solo arance ma anche banane”. Ecco, nella Turchia che pure ha messo il turbo da un pezzo verso lo sviluppo economico, c’è ancora chi il benessere lo sogna così.

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