Locarno 70. Recensione: MADAME HYDE con Isabelle Huppert. A oggi il film migliore del concorso

973045-1Madame Hyde di Serge Bozon. Con Isabelle Huppert, Romain Duris, José Garcia. Concorso Inernazionale.
973048Da timida prof derisa dai colleghi e bullizzata dagli allievi, a dominatrice assertiva e volitiva della sua classe, e della scuola tutta. Madame Gékyl diventa Madame Hyde grazie a un potente scossa elettrica venuta dal cielo. E tutto cambia. Film di straordinaria originalità che mescola commedia francese, melodramma, satira sociale, genere supereroistico e echi dell’horror ottocentesco-positivista. Peccato per il finale confuso e indeciso. Meravigliosa Huppert, as usual. Voto tra il 7 e l’8
973046A oggi (domenica 6 agosto) il migliore film del Concorso internazionale, quello che, se i giochi si chiudessero qui, si meriterebbe in my opinion il Pardo d’oro. Film che ha spaccato (no, non nel senso giovanottesco, ma in quello più classico di film divisivo) il fronte critico, tra recensori istituzionali contrari e l’underground critique – definizione coniata da LesInrocks – favorevole. Del francese Serge Bozon avevano dato un tre anni fa, se ricordo bene, a Cannes alla Quinzaine Tip Top con Isabelle Huppert, e fu un successo sancito dal word-of-mouth (ahimé, non ce la feci ad agguantarlo). Madame Hyde, sempre con Huppert, conferma tutto il buono che la stampa francese aveva visto nel precedente Bozon. Ed è, per quanto mi riguarda, una sorpresa grande. Film coraggiosissimo pur senza alcun esibizionismo sperimentalista, e che, pur partendo come classica commedia french style, mescola poi vertiginosamente generi, linguaggi, registri diversi, sfiora il dramma e il melodramma, immettendo anche dosi massicce di fantastico, di supernatural e supereroistico in una storia di (apparentemente) dimessa qualunquità. Sì, certo, visto che la prof. protagonista si chiama Géquil (traslitterazione alla francese di Jekyll) per poi rinnovarsi e quasi rinascere come Madame Hyde, è subito evidentissimo che Bozon vuole riscrivere a modo suo l’archetipica storia di duplicità e scissione di Robert Louis Stevenson. Per suggerirci che cosa? Questo non è granché chiaro. L’eccesso di consapevolezza e progettualità, che porta inizialmente Bozon a una costruzione quasi geometrica, di pulizia e razionalità cartesiana, di controllo assoluto del racconto, conduce nella seconda e ultima parte a un sovraccarico di messaggi e significati che inciampano uno sull’altro, creano un ingorgo, intorbidando la meravigliosa trasparenza fino a quel momento del film. Ma non importa. Il buono e il molto buono è tale da farci dimenticare certi limiti nella confusa e faticosa soluzione del, chiamiamolo così, garbuglio narrativo. È davvero difficile descrivere Madame Hyde, opera iperorganizzato e insieme resistente a ogni tentativo di codifica, di definizione, di ingabbiamento. La pluralità dei linguaggi e dei registri è il dono di questo film, però tenuta sotto controllo da un’unità di stile senza cedimenti. C’è una clarté tutta francese a illuminare e rendere trasparente e tersa tutta la narrazione. Eppure a raccontarlo, a tentare di rassumerlo, Madame Hyde sembra cinema fantastico del più barocco e incontinente, cinema con cui invece divide poco o niente. Dunque: la prof. di fisica e scienze Géquil – siamo in quello che pare essere un liceo scientifico o un istituto tecnico – è  la paria della scuola. Dopo 35 anni di insegnamento non gode della stima del vanesio giovane preside né dei suoi colleghi, ed è la vittima designata, il bersaglio di dileggi e beffe feroci della sua terribile clase composta da bulli e pupe (e più bulli che pupe). Pur timida, pur devastata da quel calvario quotidiano, non molla, continua ingenuamente a credere nel suo lavoro, a svolgerlo coscienziosamente. A qualche centinaio di metri sorge una cité, dormitorio di decine di migliaia di famiglie soprattuto magrebine e africane, da cui provengono anche quasi tutti gli allievi della prof. Gékyll. La quale non smette di fare esperimenti scientifici in un piccolo laboratorio ai margini del lycée Arthur Rimbaud, di inseguire progetti didattici, ed è mentre si trova lì in laboratorio che un fulmine colpisce i suoi adorati congegni e, in un tripudio di scariche elettriche da covo del dottor Frankenstein, viene investita da una scossa che la lascia tramortita. Da quel momento non sarà più lei. O meglio, una parte di lei fino ad allora nascosta affiorerà, Madame Gékill acquisterà dei suerpoteri elettrici, di notte si trasformerà in una creatura di luce e energia dalla carica insieme benefica e devastante. Ma è sul lavoro che Gékyll diventa Madame Hyde, forte, decisa, assertiva, vincente. Doma la classe soggiogandola con le sue lezioni ei suoi esperimenti, come la costruzione di una gabbia di Faraday (cercare su Wikipedia) che desterà sensazione e le procurerà consensi mai visti. E si fa speciale il rapporto con l’allievo più dotato, Malik, fino a quel momento il suo peggior persecutore in classe, benché lui stesso, storpio dalla nascita e costretto a un deambuatore, sia vittima della derisione dei compagni. La lezione privata in laboratorio con cui la professressa conquista Malik è una scena meravigliosa, e ancora di più l’esperimento davanti all’ispettore con la gabbia di Faraday. Non ricordo almeno in tempi recenti un film capace di trasmetterci la seduzione e il potere fascinatorio delle scienza, della tecnica e della fisica com tale intensità e levità. C’è un retrogusto di positivismo ottocentesco, di trionfo macchinistico che percorre tutta la narrazione e la rende stranamente e felicemente inattuale: anche i superpoteri acquisiti dalla protagonista hanno poco a che vedere con i film superoistici e molto di più con la letteratura fantastica che fu del positivismo il controcanto, la zona oscura. Da Frankenstein a Dracula a Jekyll & Hyde per l’appunto. Ma Madame Hyde è molte altre cose ancora. Anche una satira implacabile del sistema scolastico (francese, ma direi occidentale tutto), con quel democraticismo paralizzante per cui un alunno in consiglio di classe può azzerare o indirizzare la didattica e decretare la fine di un professore. Con quel preside fatuo e vacuo (un irresistibile Romain Duris) pronto a tutto pur di lustrarsi l’immagine e la carriera. E poi: le banlieu come mondi separati, il rap come ilusoria forma di opposizione e emancipazione, la violenza endemica. Più, ebbene sì, l’oscura attrazione tra la prof e Malik, due outcast, pur se per motivi diversi. Film straordinario, grazie anche alla solita enorme Isabelle Huppert, che ormai si sono esauriti tutti gli aggettivi per dirne la statura. Qui riesce a passare dalla sottomessa Madame Géquil alla dominante Madame Hyde solo con un po’ di rossetto e una camicetta fiammante. E il suo immane talento.

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